[T0] LE MONETE DEI POSSEDIMENTI VENEZIANI DI OLTREMARE E DI TERRAFERMA DESCRITTE ED ILLUSTRATE DA VINCENZO LAZARI.

Venezia.

A. Santini e figlio tipografi-editori.

MDCCCLI.

[Testo]

[T1] AI CULTORI DELLA STORIA VENETA.

Imprendo a svolgere una materia che può dirsi rimasta finora una terra incognita ai più pazienti eruditi. Le monete de' possedimenti di Venezia, comeché ramo importantissimo della patria numismatica, cedettero d'ordinario il campo alle monete della metropoli, come per la storia di quella maravigliosa Repubblica andò quasi dimenticata la storia de' singoli paesi che le furon soggetti.

Gli scrittori che consacrarono con amore operoso il loro ingegno allo studio difficile della veneta numografia fusero in essa quella delle colonie, non s'avvedendo forse come per tal maniera si rendeva intralciata la storia nummaria di Venezia unificandola con quella di province e di città che derivavano da altri stati, a cui prima appartennero, sistemi monetarii affatto diversi dal sistema della dominante. Angelo Zon aveva bensì, prima d'altri, sceverato dalle monete di Venezia quelle de' suoi possedimenti; ma il costui lavoro, colpa il brevissimo tempo concedutogli ad occuparsene, riescì non sempre esatto, spesso mancante, massime nella parte che aveva peculiare riguardo alle coloniali.

I decreti che allo stampo di queste ultime si riferiscono, ed altri documenti che vi hanno più o meno immediato rapporto, meritavano di venir tratti dalla polvere degli archivii, e pubblicati ad illustrazione de' risultamenti di quelle indagini che tanto s'intrinsecano nella storia commerciale e politica di Venezia. Studiate prima coll'occhio del critico e colla bilancia dell'orafo le monete ch'era mio intendimento illustrare, nelle raccolte che ne vanno più doviziose, in quella cioè che Teodoro Correr legava alla patria e in quella che dal Pasqualigo passava al Consiglio de' Dieci e più tardi alla Marciana, mi volsi a frugare nell'Archivio Generale i decreti e le tariffe ed ogni altra maniera di documenti che valessero a recar luce al bujo sentiero ch'io m'ero accinto a percorrere. Nel 1849 i libri della zecca nostra conservati in quel gigantesco deposito di patrie memorie mi fornirono copia de' documenti bramati; e credetti rendere vero servigio agli studii storici ed economici col pubblicarli a corredo del presente libro. Né le sciagure che si aggravavano sulla mia patria bastarono a togliermi a quelle pacifiche indagini in cui trovavo conforto del molto dolore che straziava me impotente spettator dell'eccidio del mio paese. Molti di questi studii furono condotti fra il lugubre tuonar del cannone nell'ultimo assedio che strinse questa cara città, grande e maravigliosa finanche nelle sue sventure.

Ma non soltanto ai nummi delle colonie della Repubblica ho consacrato le veglie mie; lauta è altresì la messe d'illustrazioni che mi fu dato raccogliere alle monete della metropoli. Formeranno queste l'oggetto di ben maggior lavoro, del quale il presente non è che un saggio, e a cui m'accingerò con alacre volontà se mi sarà dato modo d'intendere a cosiffatti studii nell'avvenire, se peculiari circostanze non mi violenteranno ad abbandonare per sempre queste cure dilette alle quali sperai, e non dispero, poter consacrare la vita.

Terrà dietro, fra non molto, a questo libretto una serie di tavole incise, ove saranno accolti i disegni de' pezzi qui illustrati, delle quali s'è già affidata la esecuzione ad abilissimo artista.

Ben lontano dall'essere intollerante della critica, di quella critica intendo che si fonda su' fatti e non folleggia ne' campi della imaginazione, accoglierò con grato animo le osservazioni che convalidassero od infirmassero le opinioni da me seguite, o da me primo abbracciate. Giovane d'anni e di studii, invoco la critica severa per illuminarmi e correggermi se alcuno s'avveda abbisognar me di lumi e di raddrizzamento nel cammino da me battuto. Ma chi vorrà onorare il mio qualsiasi libro de' suoi riflessi per convincermi di qualche errore in cui io possa essere incorso, mi trovi cattivo critico, inesperto erudito, ma sappia ch'io non ho mai scientemente falsata la verità.

V. L.