II.

Contro gli elementi è inutile impazientarsi!

Ed il cavaliere di Malta, benchè a malincuore, decise, entrando nel suo meschino alloggio, di starvi finchè il tempo fosse cangiato.

Sarebbe stato follia pensare altrimenti.

Il cielo era carico di nubi nere, che si aprivano per lasciar cadere la pioggia con una violenza estrema.

Le vie erano allagate, ed i poveri tetti di quelle case, che avevano tutte il carattere più deciso di capanne, erano scossi da sì impetuosa bufera, e sembravano barcollare.

Il timore che potessero crollare, se quel temporale perdurava, non sarebbe stato infondato.

Tutti si rinchiudevano in casa.

Il conte di San Giorgio si affacciò alla finestruccia mal connessa della povera stanza che gli era stata fissata. Contemplò la scena che si offriva a' suoi sguardi.

Non un'anima viva, non un rumore il quale contendesse anche debolmente con quello della pioggia, che infuriava sempre più.

Le nubi fittissime e scure sembravano avere abbassata la vôlta del cielo, mentre gettavano una specie di tetro manto sulla campagna e la avvolgevano intieramente con esso.

Il delizioso paesaggio, il vasto orizzonte che da quella finestra sarebbe stato possibile scorgere, erano spariti; non si sarebbero sospettati in quel giorno.

Quella scena era triste, ma non faceva sul cavaliere una impressione penosa. Essa armonizzava coll'animo suo: lo spingeva maggiormente verso la malinconia. cui già inclinava.

Dopo qualche tempo si venne a toglierlo alle sue meditazioni.

—La cena è all'ordine, disse Antonio, arrestandosi sulla soglia ed inchinandosi.

Il cavaliere lo seguì in silenzio; la sala da pranzo era la cucina; non ve n'era altra nell'osteria.

L'oste istesso venne ad incontrare quello che aveva indovinato essere un ospite di gran conto, e lo pregò umilmente a perdonargli se non gli era possibile servirlo in luogo migliore.

Il conte rispose con distrazione che ciò gli era indifferentissimo.

Si assise ad una tavola preparata per lui in fondo alla stanza.

La guida intanto era già installata dinanzi al fuoco e stava discorrendo coll'ostessa, a cui narrava essere il gentiluomo, che egli accompagnava, un cavaliere di Malta. Tale qualità sembrava far poco effetto sull'ostessa, che chiedeva se quel signore era ricco e generoso.

In quel momento furono interrotti da Antonio, che si avvicinava per ricevere dall'oste un piatto d'uova da recare al conte.

Quella modestissima cena si componeva di ben poca cosa, ed il cavaliere la terminò presto.

La pioggia continuava sempre con eguale violenza: nulla faceva presumere che il cielo avesse a rasserenarsi presto; l'oste diceva al cavaliere che alle volte tali pioggie primaverili duravano tre o quattro giorni di seguito.

Tale prospettiva non doveva certo allettare il conte. Che mai poteva far egli onde ingannare il tempo, lungo forse, che dovrebbe passare in quella miserabile osteria: egli, abituato alla società più scelta ed aristocratica?

Se lo chiese però senza timore; la solitudine anche in quel luogo orribile non lo spaventava, poichè mai gli avveniva d'annojarsi.

L'oste lo invitò a sedere dinanzi al camino sgombrato dagli utensili di cucina, e nel quale ardeva un gran fuoco.

Il cavaliere vi si assise infatti: benchè fosse nobilissimo ed avesse avuto in vita sua grandi soddisfazioni d'amor proprio, non era orgoglioso: non riguardava con disprezzo quelli che la Provvidenza aveva fatti nascere al disotto di lui; per questo non isdegnò trattenersi in quella cucina, al contatto della povera gente che vi si trovava.

«Donna Livia, diceva tra sè, sì generosa ed indulgente farebbe lo stesso.»

Ogni qualvolta egli trovava qualche rassomiglianza tra i suoi sentimenti e quelli della duchessa provava un senso di gioja; gli sembrava avvicinarsi a lei.

Era un'ingenuità, direbbero molti.

E sia; ma di quelle ingenuità che si possono rinvenire in persone di spirito, e che fanno sorridere di compassione tanti sciocchi.

Un'ora dopo, il cavaliere di Malta era ancora seduto nello stesso luogo.

La notte era venuta: nessun avventore aveva colla sua presenza rotta la monotonia che regnava in quella vasta cucina, resa ancora più triste dalla meschina lampada ad olio che sola la rischiarava.

Finalmente il conte si alzò: il servo lo precedette con un lume: da un pezzo Antonio era già pronto.

Un letto abbastanza pulito attendeva il cavaliere: egli avrebbe dato assai assai perchè il sonno venisse a toglierlo tosto ai pensieri continui, che quasi lo stancavano. Ma è allora appunto che il sonno si fa attendere; e tutti dormivano nell'osteria che il cugino del duca vegliava ancora.

L'indomani il cattivo tempo imperversava come nel giorno precedente: come il precedente lo passò il conte, e verso sera, alla stessa ora del dì prima, era assiso al fuoco della cucina.

Vi stava da qualche tempo: da qualche tempo Ambrogio un po' discosto ciarlava colla moglie dell'oste, quando si udì battere con forza all'uscio di strada.

Si andò ad aprire, ed un uomo sulla sessantina entrò tutto stravolto.

L'oste al vederlo mise un grido di sorpresa; un altro ne mise la moglie.

—Voi qui! esclamarono insieme, volgendosi al nuovo venuto.

—Sì, per mia disgrazia, rispose egli.

—Che volete dire?

—Che sono ben sfortunato! Oh se sapeste che cosa è avvenuto a me ed a mio figlio!

—Spiegatevi una volta.

—Adesso, lasciatemi sedere.

E si avanzò verso il camino; ma ad un tratto si arrestò imbarazzato, scorgendo il cavaliere di Malta, che non aveva veduto prima; non seppe più se avanzare o retrocedere; rimase perplesso, confuso.

—Non temete, gli susurrò all'orecchio l'oste; è un cavaliere buonissimo; la sua presenza non vi impedirà che mi narriate….

Egli era curioso di conoscere il motivo di quella agitazione; curioso quasi al pari di Ambrogio, che non molto discosto attendeva con un'ansietà mista di piacere il racconto che starebbe per fare il vecchio. Eppure non lo conosceva: le sue parole, non lo riguarderebbero menomamente; ma che monta? Quando si è presi dal desiderio di sapere, saper sempre senza ragione, non si pensa tanto: nella brava guida tal desiderio era ad ogni istante vivo.

Del resto questa volta aveva compagni; non soltanto l'oste, ma anche sua moglie attendeva con impazienza. Essi erano parenti di colui che doveva parlare, è vero; ma probabilmente non avrebbero, anche in caso diverso, gran che differito da Ambrogio.

Il conte aveva prestato poca attenzione a quanto succedeva intorno a lui; in quell'istante donna Livia ed anche gli altri suoi parenti, i loro segreti, le loro preoccupazioni orano assai più presenti allo spirito di lui, delle persone che gli stavano vicine. Non vide nemmeno l'oste esaminarlo rapidamente, come per accertarsi della verità di quanto aveva asseverato al vecchio.

Dopo un tale esame, l'oste scostò una sedia dalla tavola, e collocandola a qualche passo dietro il conte l'additò al suo parente, dicendogli:

—Sedete e parlate. Sapete quanto ci interessiamo a voi e a vostro figlio.

Il cavaliere volse il capo a quelle parole.

Tutti gli sguardi si fissarono sopra di lui; ma egli aveva già ripreso la sua prima posizione.

Certo, pensò, quanto costui vuol narrare si può udire senza indiscrezione, poichè si dispone a parlare in presenza di tutti; e persuaso d'udir cose indifferenti, tornò ad immergersi ne' suoi pensieri.

Antonio non divideva la curiosità degli altri; formava eccezione col conte, malgrado non avesse, come questi, preoccupazioni particolari.

Ei non si dava pensiero che di quanto risguardava il suo servigio; da questo in fuori non aveva da molti anni pensato assolutamente ad altro; da ciò la flemma indifferente che gli era naturale in ogni cosa, che si leggeva sulla sua fisonomia, in ogni suo atto, e che tanto meravigliava la guida.

Intanto il parente dell'oste si disponeva a soddisfare alle domande fattegli, e dopo aver dato in qualche altra esclamazione di dolore, incominciò:

—Ero andato quindici giorni fa con mio figlio a Teramo: poveretto! chi avrebbe immaginato ciò che lo attendeva! Certo allora non si sarebbe mosso di qui.

Ed il vecchio si arrestò un momento, come se volesse accrescere la curiosità degli uditori.

Era per questo, o perchè il dolore gl'impediva veramente di continuare, troncandogli la voce? Nessuno glielo chiese; che ad interrompere un contadino non si finisce più. Si aspettava che riprendesse da sè il racconto, e ciò non tardò molto.

—Sapete, proseguì, che mio figlio doveva sposare, appena arrivato a Teramo, quella ragazza, cui voleva gran bene, che credeva ne volesse altrettanto a lui, ma ciò non era, a quanto sembra. Fidatevi dunque delle donne, delle forestiere soprattutto!… Vi è noto difatti che quella giovane è di Ancona, o forse di più lontano ancora; e che mio figlio la conobbe per essere ella camerista di quella dama, che ha la bella villa qui presso….

—Affrettatevi, Adriano, disse l'oste, che tutto ciò il sappiamo.

—Eh lasciatemi dire con ordine… Insomma mio figlio e colei si erano data parola di sposarsi: questo bisogna ve lo richiami; ed io ero contento, perchè la padrona della ragazza, che se la tiene assai cara, aveva promesso dotarla: mio figlio non vedeva più che pe' suoi occhi… dunque, senza andare a saper tanto pel sottile chi ella fosse, che famiglia avesse, si erano concluse le nozze; convenuto che verso Pasqua il mio Battista ed io saremmo andati a Teramo, e che dopo le feste si sarebbe fatto il matrimonio in casa della signora. Di lettere non ne corsero da quest'autunno a quando partimmo; però non doveva essere avvenuto cangiamento alcuno nelle idee della ragazza, perchè il mese scorso ci mandò a salutare da un dipendente della sua padrona, come faceva sempre quando ne aveva l'occasione, e ci fece dire che ne aspettava. Noi partiamo dunque.

—Che uomo nojoso! disse piano l'ostessa ad Ambrogio. Come se non sapessimo anche questo!

—Eh via, lasciatelo dire, rispose la guida pure a bassa voce.

—Sì, sì, tacete sussurrò l'oste.

Questa leggiera interruzione era durata un batter d'occhio, ed il vecchio continuava.

—Partiamo dunque. Appena giunti a Teramo, naturalmente ci rechiamo a casa della padrona di Carolina. Facciamo chiedere di questa, ed ella vien subito, sì; ma come ci tratta! Ha un'aria da signora davvero: sembra sdegnare di salutarci, ed in poche parole dice chiaramente a mio figlio che non può più divenire sua moglie, perchè un gran cangiamento è avvenuto nella sua condizione.

—Ma era vero questo? interruppe l'oste.

—Eh sì; aspettate. Mio figlio senza chieder altro si mette a piangere come un ragazzo. Gli è che, vedete, era stregato da colei; povero bernardone!

—Ed ella? domandò l'ostessa; e voi, che faceste?

—Ella non parve molto commossa dalla disperazione di Battista; dissegli si consolasse, che ella non aveva colpa, se impreveduti avvenimenti le impedivano mantenere un'antica promessa. Se avesse trattato così con un altro non l'avrebbe passata liscia… Ma Battista! Ella lo conosce; si contenterebbe, ne era sicura, di singhiozzare.

—Ehi? chiese l'oste; come andò poi a finir tutto?

—Carolina, continuò il vecchio che sembrava parlare anche per proprio conto, e come desideroso di sfogarsi, aveva certamente dato parola a mio figlio, soltanto per la poca terra che possediamo; non abbadò a Battista che cercava intenerirla.

Carolina, le diceva tra i singhiozzi, non vi ricordate dunque più d'avermi voluto bene ed assicurato tante volte che non vedevate l'ora di diventare mia sposa? Ella non rispose subito; indi: Che cosa ho da farci? Allora io non sapevo…

—Che cosa siete diventata dunque? l'interruppi io, qualche dama?—Non una dama, mi disse in collera un bel giovane che entrava allora, e che forse vuole sposarsi lui quella gioja; ma non è più in condizione eguale a vostro figlio. Farebbe una pazzia se lo sposasse.—Dite almeno una volta, domandai a colui, che cosa le è avvenuto; spiegatevi.

—Oh per questo vi soddisferò, ribattè egli; è giusto; volete che parli io per voi? chiese tutto sorridente a Carolina: mi date licenza?—Fate pure diss'ella, ed io andrò dalla signora, che mi aspetta. E quasi senza salutarci, si allontanò, contenta di liberarsi di noi. Grande acquisto che avrebbe fatto mio figlio!… Ma ei non vuol darsi pace e continua a piangere.

—Ma che cosa vi narrò poi quell'uomo? domandò l'ostessa.

—Carolina, mi disse, ha ragione; per obbedirla, per accontentarvi vi dirò tutto.—Aveva un'aria d'importanza che bisognava vedere.—Ma io non mi lasciai mettere soggezione. Attesi si spiegasse. Mio figlio attendeva pure con ansietà certamente; ma senza ristare dal piangere e col volto nascosto fra le mani,—Saprete forse, continuò colui, che Carolina aveva una zia che l'amava molto e che sempre aveva servito da governante; da molti anni era andata con un vecchio padrone a Venezia.

Venezia! questo nome scosse il cavaliere di Malta; gli sembrava strano venisse a ferire il suo orecchio in quel luogo solitario, tanto lontano dalla città delle lagune. Quale combinazione! Dapprima, non aveva quasi ascoltato il racconto del vecchio; poi lo aveva udito con qualche interesse; certo non vi era confronto alcuno tra il suo amore per la duchessa e quello di Battista per Carolina; ma pure si lasciava involontariamente cattivare da tutto quanto riguardava quel sentimento, che viene sì diversamente provato, che spinge ora al bene ed ora al male…. Adesso l'interesse del conte si era fatto maggiore; si parlerebbe forse dei luoghi, ove doveva recarsi.

Il vecchio continuava, e ripeteva le parole di quello, che egli sospettava rivale a suo figlio.—Questa zia è morta da due anni: ma Carolina non ne ebbe mai contezza: quand'ecco che alcuni giorni fa viene chiamata ad un convento; trova un frate forestiere, che le annunzia la morte di quella donna, e le rimette molto danaro, moltissimo danaro, dicendole che le era stato lasciato dalla zia già da molto tempo, ma che, non avendola sino allora potuta trovare, si aveva dovuto aspettare tanto a rimetterglielo. Ed ecco tutto. Colui fece per andarsene, ma io lo trattenni.—Quanto mi aveva narrato sembravano inverosimile.—Come mai, chiesi, questa zia era divenuta sì ricca?—Questo non so, rispose: sembra fosse stata al servizio di un padrone generosissimo; forse ammassò quell'oro a poco, a poco: nessuno, disse quel frate, sa però chi fosse tale padrone, ed ella morì improvvisamente, senza nemmeno avere potuto confessarsi; morì tanto improvvisamente, che corse per Venezia la voce fosse stata avvelenata.—Bene; replicai io a quel giovane; se lo tenga Carolina il suo oro: chi sa da qual parte viene! Datti pace, Battista, dissi quindi a mio figlio: ma ei non mi udiva, e dovetti condurlo via per forza da quella casa. Ora è qui che mi vuol far impazzire. Da due giorni che siamo ritornati, tento invano consolarlo. L'ho lasciato un momento solo con sua madre per disperazione…. Non potevo più resistere a vederlo sì afflitto.

Il vecchio aveva terminato il suo racconto; l'oste e la moglie si diedero a consolarlo. Ambrogio tanto per parlare fece lo stesso.

—Mandatemelo qui quel ragazzo, disse l'oste; cercheremo distrarlo un poco.

—Non vuol andare da nessuno; vi assicuro che fa scoppiare il cuore.

—Sventurato! mormorò il cavaliere.

Questa parola ei l'aveva pronunciata senza avvedersene, sommessamente tanto, che nessuno la udì. Il dolore di quel giovane contadino, che appariva sì profondo, lo aveva vivamente commosso; e non era questa la sola impressione, che gli avesse destata la narrazione udita.

Il conte pensava anche a quella donna morta, a quanto dicevasi, di veleno a Venezia, e si sentiva tratto a fantasticare su quella circostanza; ma cessò presto dall'occuparsene. Sapeva che non bisogna mai lasciarsi trasportare dalla immaginazione, che può condurre lontanissimo dal vero, e fare scorgere misteri, laddove non sono che cose naturalissime.

Eppure lo spaziare in regioni ideali poteva essere in quel tempo errore più perdonabile. L'oscurità generale, i costumi dell'epoca, non bellissimi al certo, avevano però alcun che di ribelle, che si sottraeva all'impero assoluto della realtà.

Ma il conte resistette; e vide in quella storia un fatto naturale, e che non poteva avere certo alcun rapporto cogli sconosciuti parenti, che egli sperava rinvenire a Venezia.

Vi soffermava ancora il pensiero; ma soltanto per occuparsi del povero Battista, o piuttosto per riflettere quante pene si possono trovare ovunque; quanti affanni di cuore è possibile rinvenire in ogni ceto di persone: pene tante volte ignorate, affanni degnati tante volte appena d'uno sguardo dai felici, cui tutto sorride, che non comprendono come si possa soffrire, e temono forse lasciare un lembo della loro felicità a contatto del dolore.

Il conte amava osservare, riflettere; egli era alquanto filosofo.

Quando era entrato in quella meschina osteria, non aveva creduto certamente trovarvi diversioni, che potessero occupare anche per poco il suo spirito. Però si sentiva più che mai preso dal desiderio di proseguire il suo viaggio nel modo più sollecito.

Ah! come bramava condurlo a termine; ritornare a Catania; riveder donna Livia; fare in modo che il duca non giungesse mai a sapere ch'ella lo aveva mandato in traccia dei loro parenti spogliati!

Intanto il vecchio Adriano era partito; l'osteria aveva ripreso il solito aspetto; vi si parlava sommesso come prima.

Il cavaliere di Malta si alzò: accennò al suo servo di seguirlo e passando da una loggia di legno, che metteva alla sua camera fredda e mal riparata, vi si soffermò per consultare il cielo. La pioggia era cessata, ma l'oscurità era ancora profonda; non si vedeva brillare alcuna stella.

Domani, pensò il conte, benchè il cielo non sia ancora sereno, potrò partire egualmente, lo spero…

Ed entrò nella sua stanza.