IV.
Il giorno dopo il conte giungeva ad Ancona due ore prima del mezzogiorno.
Ormai in tre giornate si troverebbe a Pesaro: saprebbe allora se aveva sperato invano trovar colà il bandolo dell'arruffata matassa.
Affrettava col desiderio quel giorno: eppure con esso potevano svanire le speranze concepite.
Per non impazientarsi troppo, se ciò doveva avvenirgli, si preparava a restare deluso; ma a che serve? Alle volte si ha un bell'antivenire colla immaginazione una pena, un disinganno, come si volesse con ciò evitarli; non si soffre meno quando giungono.
Ad Ancona il conte, che era andato a fare un giro per la città, si vide ad un tratto sbarrare la via da un gentiluomo sulla cinquantina, che sbucava allora da una stradicciuola.
Alzò gli occhi sopra di lui, e provò una sorpresa non molto aggradevole, riconoscendo uno dei suoi confratelli, col quale da più anni non si era trovato.
Sino ad allora il caso lo aveva favorito; mai eragli avvenuto d'incontrarsi in alcuno, che lo conoscesse; per questo aveva sperato con qualche fondamento di poter condurre a termine il suo viaggio nell'ombra più completa, come desiderava; ma dissimulò la sua impazienza e rispose ai saluti dell'amico nel modo più amabile che gli fu possibile.
—Per quale combinazione vi trovo qui? chiese al conte l'altro cavaliere di Malta.
—Devo recarmi nelle terre venete per un affare.
—Ah comprendo! Infatti un sì lungo viaggio non si può far senza scopo.
—Certamente.
Nel rispondere così asciutto, il conte sembrava contrariato, e l'altro non persistè con nuove domande; chè temeva essere indiscreto.
Quel gentiluomo si chiamava il barone Fiordispina: era un'ottima persona; amava assai il conte, di cui più volte a Malta, durante l'assedio di Solimano, aveva ammirato il valore, il coraggio. Da queste qualità soltanto soleva il barone misurare la stima, che accordava ai suoi amici.
—Perdonate, disse al suo confratello, prendendogli amichevolmente il braccio; io non credeva….
Il conte arrossì: quell'uomo gli aveva sempre dato prove di affezione sincera, ed egli si era adirato ad una sua domanda naturalissima? nè bastava; la vista di lui lo aveva messo di malumore. Qual colpa aveva il barone, se ei non desiderava essere incontrato? Ma che? Non avrebbe dunque più se non pensieri esclusivi? Per essi tratterebbe con asprezza un amico?… Si pentì di quella involontaria collera; le gentilezze, le prove di amicizia ricevute dal barone, le strette relazioni avute sempre con lui gli tornarono in un istante alla memoria; sicchè gli strinse fortemente la mano sorridendo.
—Eccovi dunque pacificato, caro conte, disse allora sorridendo pure il barone, contentissimo di quel cangiamento.
—Attribuite la mia perplessità alla sorpresa; non potevo aspettarmi trovar qui voi, fiorentino.
—È un caso infatti; sono venuto a passare ad Ancona un mese, in casa di mia nipote Elvira, maritata da poco ad un gentiluomo ili qui.
—Ah vedo!
—Lo sapete: non ho altri parenti fuori di lei; voi, caro conte, ne avete invece molti a Catania.
Queste parole cagionarono nel conte una penosa impressione. Quai parenti! pensava; divisi fra loro da rancori, da odj, da passioni violente! parte di essi spogliati, sconosciuti, nascosti!
—E da Malta, continuò il barone, che notizie abbiamo?
—La lasciai da poco, e per ora non vi è nulla d'importante.
—Me ne dispiace, perchè sono annojato di questa vita. È da Lepanto che io non combatto! Fu quella davvero una bella giornata: peccato che voi, conte, non vi siate trovato colà.
—Ah sì! Ero allora in Ispagna.
—Avete perduto una bella occasiona per dar prova del vostro valore.
Il conte sorrise.
—Voi siete sempre lo stesso, disse quindi.
—Eh, mio Dio, sì. Che volete? mi annojo senza guerre. Ma, lasciamo questo; se avete a recarvi in qualche luogo, non restate per cagion mia.
—Stavo dirigendomi al mio alloggio.
—Vi fermate molto qui?
—Sino a domani, e soltanto per lasciar riposare i cavalli.
—Non avete dunque alcun impegno quest'oggi?
—Nessuno.
—Pel momento dunque siete libero?
—Sì.
—Allora vi chiederò un favore.
—Quale?
—Che vi lasciate presentare ai miei nipoti.
—Sono dolentissimo di rifiutare, rispose il conte, ma….
—Perchè?
—Ho dei motivi per desiderare tener celato il mio viaggio.
Il barone parve sorpreso, ma riflettè poi che il conte di San Giorgio godeva di tutta la fiducia del gran Maestro, che aveva avuto da lui missioni segretissime, che poteva averne anche questa volta… e…
—Non importa, disse; se non è che per questo, qui nessuno può conoscervi; non negatemi dunque la grazia che vi chiedo.
Il conte riflettè un istante.
—Ebbene, accetto, rispose poi.
—Del resto, continuò il barone, potete star tranquillo; ad Ancona non havvi alcuno dei nostri confratelli. Ora, venite.
Il conte seguì il suo amico, che lo condusse in una delle più belle case di Ancona.
Un servo li fece entrare subito in una sala, ove per solito si tratteneva donna Elvira. Ella si alzò premurosamente, onde ricevere l'ospite, che le conduceva suo zio.
Bruna, vivace, graziosa, donna Elvira piaceva subito, quantunque non bellissima; ed il suo amabile sorriso, la sua voce argentina facevano non si avesse quasi il tempo di notare ciò che eravi di poco corretto ne' suoi tratti.
Il conte salutò profondamente quella dama, che gli riuscì simpatica assai.
—Vi presento, mia cara nipote, dissi il barone, il conte di San
Giorgio, uno de' miei migliori amici e confratelli.
Ella salutò con grazia il forastiero, dicendo:
—Gli amici di mio zio sono i benvenuti in mia casa, e la onorano.
Poi, udendo dei passi nella sala attigua:
—Mio marito, disse.
E ripetè il nome del conte ad un gentiluomo che entrava allora, e che accolse perfettamente il nuovo venuto.
—Spero, conte, gli disse, che durante il vostro soggiorno ad Ancona accetterete l'ospitalità da noi.
Donna Elvira appoggiò con gentile insistenza questa offerta: pareva che quei due sposi avessero comuni i pensieri ed i desiderj. E ciò era infatti; essi erano nel numero di coloro, che Dio vuole felici; niuna nube era mai sorta sulla loro esistenza; mai tempestose passioni non l'avevano intorbidata; nulla minacciava il loro avvenire, il quale non prometteva ad essi che delle gioje.
—Accettate, caro conte, disse a sua volta il barone, vedete con quanta cordialità vi preghiamo.
Egli era contentissimo; che i suoi nipoti non avrebbero potuto accogliere meglio il conte.
Questi non potè rifintare sì reiterati inviti, ed accetto; tanto un giorno si sarebbe fermato ugualmente ad Ancona.
In quella casa poteva trovare qualche distrazione, non lo sperava, ma comprendeva averne bisogno; perchè nulla stanca tanto la fantasia, nulla la affatica di più che pensieri costanti, e sopratutto idee fisse.
Poi da tanto tempo si trovava lungi dalla sfera, in cui era nato!…
Ritornarvi per un momento non gli dispiacque.
Prese dunque di buona grazia il suo partito; promise ritornare pel pranzo; e dopo qualche tempo si recò al suo alloggio per dare gli ordini al servo.
Il barone volle accompagnarlo, ed escirono insieme.
Poco dopo, e per l'ora convenuta, ritornarono alla dimora di don
Ottavio, il nipote del barone.
Vi trovarono alcune dame e diversi cavalieri, che erano pure invitati pel pranzo: e quel giorno per combinazione si festeggiava da don Ottavio il ritorno di un suo fratello, che veniva di Francia, ove aveva passato due anni.
Quasi subito fu servito il pranzo con una profusione ed una splendidezza veramente grandiosa.
Il conte di San Giorgio aveva sulle prime provato un po' di contrarietà nel trovarsi in una compagnia più numerosa di quanto aveva creduto; ma poi, pensando che nessuno lo conosceva, si rasserenò, e divenne ciò che era in natura, il cavaliere di Malta, più aristocratico che religioso, benchè senza alterigia.
Gli pareva quel giorno, nel vedersi in una sala addobbata con gusto, in mezzo a persone del suo ceto: col lusso di numerosi domestici riccamente vestiti; a quella tavola, ove i cibi più ricercati venivano serviti in preziose supellettili, di trovarsi in Sicilia, al palazzo dell'Isola: ma quella illusione non poteva durare a lungo, svaniva quando egli alzava gli occhi sulle dame.
Nessuna di loro richiamava la duchessa! Dopo qualche tempo di cerimoniosa freddezza, I discorsi si animarono, si parlò di guerra; era un argomento inevitabile, dove si trovava il barone. Ei non mancava toccarlo, se gli altri nol facevano prima di lui.
In quel momento di guerra in Italia non ve n'era alcuna; sicchè l'amico del conte non potè parlare a lungo sul suo tema favorito.
Si chiesero al fratello di don Ottavio particolari sulle stragi della
Saint Barthélemy, durante le quali aveva egli detto essersi trovato a
Parigi.
Ei soddisfece alle domande fattegli, e dipinse con vivacità quell'orribile massacro, la desolazione degli sventurati ugonotti.
—Vidi, disse, moltissime scene strazianti: il corpo dell'ammiraglio di Coligny fatto segno ad infiniti oltraggi, e trascinato sino a Monfalcone, ove venne appiccato sulla forca destinata ai più gran malfattori. Non posso rammentarmi tale spettacolo senza rabbrividire. Quale ferocia in quella plebe fanatica!
—E nelle provincie la strage fu pur grande, a guanto ne intesi, interruppe il barone.
—Certo, riprese il fratello di don Ottavio, particolarmente a Lione, a quanto ne udii. Il re fu di una severità crudele.
—Ah sì! esclamò il conte di San Giorgio, tale massacro fa esecrando; come si può in tal modo opprimere vilmente degli infelici, se anche si ingannano nelle loro credenze?
—Avete ragione, caro conte, dispose il barone: vilmente è la parola. Infierire contro gente, che non è in numero per difendersi, non è certo prodezza; coloro, che non arrossiscono di mettersi cinquanta contro uno, secondo me, sono subito giudicati. Vili e crudeli.
—Sì, replicò il fratello di don Ottavio; dite bene: colle vostre parole delineate, barone, la plebaglia di Parigi; quella plebaglia che festeggiava intorno al cadavere del signor di Coligny, e che mi destò tanto ribrezzo.
Gli altri convitati ad intervalli appoggiavano più et meno caldamente tali opinioni; che per verità taluno di loro si dava poco pensiero degli ugonotti, già morti da un pezzo, e trovava che tale discorso non era il più adatto ad allietare un pranzo.
Ma ciò malgrado questo discorso continuava ancora.
—In Italia, disse don Ottavio, io ne ho la credenza, tali eccessi non si sarebbero forse potuti commettere, ne è prova il vedere che nel marchesato di Saluzzo gli ordini venuti di Francia non furono eseguiti: degli autorevoli ecclesiastici stessi s'interposero, ed Emanuele Filiberto, a malgrado le suggestioni di Castrocaro, che voleva perseguitare i protestanti fuggiaschi, ordinò a tutti che fossero accolti e lasciati liberi.
—Ed il papa, azzardò ridendo un giovane e bel cavaliere, che fece celebrare come una vittoria quel massacro? Ed il cardinale di Lorena, che ne ordinò clamorose dimostrazioni di gioja?
—Lasciate stare il papa ed i cardinali, interruppe ridendo pure il barone, e voi, caro mio, che bazzicate alla corte di Firenze, pensate che anche Cosimo di Toscana mandò ambasciatori speciali a felicitare il re e la regina di Francia, ed a rallegrarsene…. Ma lasciamo sì lugubre argomento, tanto più che Carlo IX è morto, ed a quanto pare tutti preparano grandi feste anche in Italia pel passaggio di Enrico, il nuovo sovrano di Francia, che per sì poco tempo regnò in Polonia.
—Infatti, disse un altro, a Venezia sopratutto si devono far cose grandi, per quanto ne udii jeri in porto da gente giunta di là.
E dopo qualche altra parola su tali feste, si pensò ad occuparsi delle dame, un po' trascurate, un po' dimenticate per quella discussione, che probabilmente non le aveva divertite.
Sicchè con allegria terminò il pranzo.
Alla sera i parenti e gli amici di don Ottavio ritornarono alle loro dimore.
Il conte di San Giorgio rimase ultimo a congedarsi da' suoi ospiti; non aveva accettato di fermarsi in casa loro la notte, adducendo a scusa che doveva partire da Ancona all'alba. Ed essi non osarono insistere. Il barone era veramente contrariato di perdere si presto il suo amico; ma, comprendendo che egli desiderava veramente partire, e che probabilmente aveva gravi motivi per ciò, imitò don Ottavio e donna Elvira, non si oppose alla partenza di lui; perchè eccedere anche nella cortesia può toccare l'indiscrezione.
Volle però accompagnare il conte al suo alloggio: sortirono insieme dopo che don Ottavio e sua moglie ebbero pregato il conte a venirli a vedere se ripassava da Ancona, e ch'egli l'ebbe loro promesso, ringraziandoli delle gentili accoglienze.
—Voi avete dei nipoti molto cortesi ed amabili. disse il conte di San
Giorgio al barone, appena furono nella via.
—Eh sì! godo nel vederli giudicati tanto favorevolmente da voi, caro amico; quanto mi dispiace vedervi partire….
—Ci rivedremo presto a Malta: chi sa!
—Lo desidero, ma poichè i musulmani ci lasciano per ora tranquilli….
Ed egli scosse il capo in segno di malcontento.
—Che? chiese sorridendo il conte, voi rimpiangete Solimano?
—Quasi per dirla!…
Ed il barone si mise a ridere colla bonarietà, che gli era abituale.
Anch'io, pensò osservandolo il conte di San Giorgio. mi rallegravo un tempo quando vi erano guerre! Ove mai fuggì esso?
I due cavalieri di Malta giunsero in breve alla locanda.
Il fedele Antonio attendeva da gran tempo sulla porta il suo padrone.
Egli riconobbe il signor di Fiordispina, che non aveva veduto nella giornata, quando si era recato alla locanda col conte.
Si rammentò che a Malta era stato uno dei più intimi amici del suo padrone. Il barone, vedendo Antonio, esclamò volgendosi all'amico:
—Avete ancora il vostro fido servo?
—Il vedete, rispose il conte, mentre Antonio s'inchinava rispettosamente.
Costui, pensò il barone, ne sa più di me; conosce la meta del viaggio, che deve fare il conte, od almeno la conoscerà tra poco.
E dopo aver salutato con effusione il suo confratello, si allontanò.
—Eccomi libero, mormorò allora il conte; domani riprenderò l'esistenza, che conduco da tanto tempo, ma presto sarò a Pesaro.