VI.

Sulla fine di giugno, un dopo pranzo, donna Livia era sola come al solito nel suo gabinetto; aveva appena rimandato il bambino colle donne, quando ad un tratto don Francesco entrò chiudendo con impeto l'uscio dietro di sè.

Era alterato, agitatissimo.

Dal suo contegno donna Livia indovinò qualche avvenimento importante, non preveduto da lui.

Egli teneva nelle mani due lettere; si piantò in faccia alla duchessa.

—Ecco, esclamò dopo un istante, ecco, signora, il frutto dell'opera vostra!

—Che volete dire?

—Che gli eredi del cavaliere dell'Isola reclamano, e che io per colpa vostra mi trovo in una situazione ridicola.

«Ah, pensò donna Livia, ecco giunto il momento.»

—Ebbene? disse, voi renderete quanto è loro dovuto.

—Eh, signora! se non aveste abbruciato quella pergamena!… Tutte le mie precauzioni furono vane; quella carta sola poteva….

E si mise a camminare su e giù pel gabinetto, gettando a terra tutti gli oggetti, in cui s'imbatteva.

Donna Livia taceva: le sembrava più saggio lasciarlo calmare da sè.

Dopo qualche momento egli le si avvicinò furioso:

—Ah! le disse, che feci io mai perdonandovi la distruzione di quell'atto! Maledetta la mia debolezza!… Perdonar tanto ad una donna, che mi subisce, che non mi ama!… Tutti ora si rideranno di me…. Badate…

La duchessa impallidì di collera, ma la ragione la consigliò a non urtarlo troppo violentemente.

—Perchè tale sdegno? gli disse guardandolo.

—Perchè…. Me lo chiedete? Ah se sapessi chi fu colui, che andò ad annunziare agli eredi del cavaliere dell'Isola la morte di mio padre!… che gli esortò a reclamare!…

E fece un gesto di furore.

La duchessa riescì a serbarsi calma.

—Però sospetto, aggiunse egli allontanandosi da donna Livia.

Ella non potè resistere.

—Sospettate? chiese, di chi?

—Di quel maledetto frate; è un frate che reclama, dunque fu istrutto da colui.

La duchessa rimase attonita.

«Un frate! pensò, che cosa vuol dire?»

—Ah! riprese poi il duca, ma io sono uno stolido a dare spiegazioni a voi, signora…. Donna Livia, donna Livia, voi non sapete qual rischio corriate!… chè non sareste così tranquilla.

—Che rischio? Voi mi perdonaste la distruzione di quella pergamena…. dunque voi manterrete la vostra parola, la vostra promessa.

Il duca parve sorpreso da quella calma.

«Giammai la comprenderò!» disse tra sè.

E tra la rabbia e l'amore:

—La mia promessa!… Che so io ciò che vi promisi?… Voi sapete che vi amo, e questo vi fa ardita.

—Di questo amore, domandò la duchessa, quali prove mi avete voi date?

—Quali prove! Che? Non vi ho amata sempre? Perchè non accarezzai le vostre utopie poetiche, perchè feci quanto m'imponeva il decoro della mia casa?… Se non v'amassi, donna Livia, non avrei cercato dimenticare l'offesa, che da voi ricevetti la notte, in cui morì mio padre; offesa, il cui solo ricordo mi fa fremere…. Ed ora, ora….

—Che fareste?

—Vedrei in voi soltanto la donna, che mi provocò, che m'insultò dinanzi alla mia famiglia strappandomi dalle mani quella pergamena, distruggendola poi a mio dispetto…. Vedrei in voi soltanto una moglie, che….

Il duca si arrestò…. Egli soffriva.

Donna Livia era commossa, ma nulla ne apparve.

—Vi sono grata, disse, se il perdonarmi la distruzione di quell'atto vi costò più di quanto io credeva… Ma perchè non mi ascoltaste allora?

Il duca si scosse.

«Che! pensò: dunque ella mi avrebbe amato forse se io…. ma come potevo…. poi tutti avrebbero riso di me….»

Egli era entrato coll'idea di fare una scena terribile, invece andava già calmandosi.

«Ah per me, disse fra sè medesimo, ella è sempre donna Livia Del
Faro!…»

Egli non era perverso come donna Maria benchè d'indole feroce, capace di tutto in un trasporto di collera, benchè orgoglioso, ostinato al maggior segno…

Rimase immobile, alterato ma perplesso!

La duchessa respirò.

«Cielo fate che tutto termini bene!» mormorò.

Ella credette poter giungere allo scopo.

Tacque per qualche momento, indi:

—Riparate, disse, don Francesco poichè se ne presenta l'occasione…. Ah mi si toglierà una spina dal cuore nel vedervi liberato da tanta responsabilità….

—Eh, donna Livia, che importa a voi di me?

—Se nulla me ne importasse non avrei tentato oppormi a quella ingiustizia; questi vostri parenti io non so chi sieno, ed è perchè desidero stimarvi che bramai tanto vedervi riparare.

Il duca la guardò; indi con molta amarezza:

—Era per vostro figlio, a quanto diceste.

—Sì, per lui pure, ma anche per voi.

—Donna Livia, non vorrei poi che vi burlaste di me!

—Come?

—Eh voi siete una donna particolare, ed io alle volte sono uno sciocco.

La duchessa tacque un poco, indi:

—Persuadetevi, non vi ostinate ancora…. Che cosa è per voi la terra di S….? Nulla, o ben poco assolutamente…. Ah io darei quanto possiedo per vedervi riparare tale ingiustizia….. Ditemi che ebbi ragione in pensare che soltanto un capriccio d'orgoglio, dei pregiudizii di casta vi consigliarono finora ad ostinarvi.

Il duca non rispose, si mise di nuovo a passeggiare….

«Ed io cederei! pensò: ma per altro non posso rifiutarmi a restituire ora…. Credo ch'ella abbia ragione…. Ah! crudelmente ella si è vendicata costringendomi ad amarla sempre più!…. E forse se avessi acconsentito allora, invece di persistere, di obbligarla a tacere!… »

La duchessa per molto tempo non profferì parola; finalmente:

—Pensate anche a vostro padre, disse, rammentatevi la sua disperazione; voi, che parlate sempre di autorità, che siete sì geloso della vostra, come poteste mai disconoscer la sua?

—Egli era pazzo, già vel dissi, chè altrimenti non avrebbe avuto scrupoli sì tardivi…. Quel benedettino l'aveva spaventato; io non disconobbi la sua autorità, facendo quanto ei fece.

—Ma perchè avvelenare la vostra esistenza?

—Non mi avveleno niente affatto, signora. Il cavaliere dell'Isola disonorò la sua famiglia, dimenticò sè stesso; perdette quindi i diritti che gli spettavano, tutto ciò è chiaro.

—V'ingannate.

—Come?

—Suo padre, l'avo vostro, aveva solo il diritto di punirlo; lo fece, ma se ne pentì…. D'altronde ora che vostro zio reclama, a che varrebbe opporsi?

—Oh non so! non è lui, vel dissi, che reclama, è suo figlio, un ufficiale spagnuolo.

—Ma che vorreste fare per questo?

—Oh vi sarebbero dei mezzi assai….

—Ma quali mezzi?… Non pensatevi nemmeno…. E questo ufficiale reclama con insistenza?

—No, per dirla, si rimette in me, ma si esprime con un certo orgoglio….

—Ciò prova….

Ed ella si arrestò con un mezzo sorriso.

—Che cosa? chiese egli.

—La sua parentela con voi.

Il duca stette un po' a riflettere, indi:

—Donna Livia, disse guardandola ed esitando, se io…. vedendo che questa gente non ci disonora…. rendo loro il nome del padre e le sostanze…. che fareste voi per me?

Il sacrifizio non era molto meritorio. Don Francesco comprendeva benissimo, checchè ne avesse detto, che non poteva rifiutarsi a restituire senza disonorarsi e provocare degli scandali assai più gravi di quelli temuti prima.

Donna Livia lo comprese bene; ei voleva farsi un merito d'una necessità, egli, che prima aveva disprezzati i suoi consigli, dettole che non doveva ingerirsi in quell'affare.

—Ve ne sarò grata, contenta per voi stesso: già il dissi.

Egli fece un movimento di dispetto.

—Ecco il solito, faccio, faccio, e non faccio mai nulla….

E tornò a passeggiare.

—Basta, riprese, vedrò chi sono costoro.

—Ma non lo sapete già?

—Non so nulla di positivo. Una di queste lettere è del cognato del mio avo, fratello alla sua seconda moglie, la madre del cavaliere dell'Isola…. Io lo conosco di nome soltanto…. È un frate tenuto in gran conto, superiore d'un convento di cappuccini a Messina. Si chiama don Anselmo dei principi Della Concordia.

Indi con un vivo movimento di rabbia:

—Sono sicurissimo che è stato avvertito da quel maledetto benedettino; tra di essi hanno come una rete costoro…. Guai a colui se mi capitasse tra i piedi, se ritornasse a Catania…. Giurar sulla croce…. rifiutare il mio oro…. fare il santo…. Maledettissimo!…

Quel povero frate non si era ingannato pensando che un giorno il duca lo terrebbe per mancatore.

E lo stratagemma del conte di San Giorgio, l'aver egli impiegato un religioso doveva ingannare don Francesco. La sua congettura era la più naturale.

A donna Livia dolse vedere ingiustamente accusato colui, che ella aveva persuaso a tacere soltanto confidandogli tutto.

Ma, poichè quel benedettino non era a Catania, credette inutile scusarlo.

Dire la verità al duca sarebbe stato doppiamente pericoloso per lei…. Crederebbe che il conte l'avesse assecondata per amore soltanto.

Comprendeva che suo marito si era avveduto della passione del cavaliere di Malta; rammentava le parole dettele sulla Francesca da Rimini…. ed allora, parlando, come evitare un duello tra i due cugini?

Dunque tacque.

—Tenete questa lettera, le disse il duca assai più calmo, è quella del superiore.

La duchessa prese il foglio, ch'ei le porgeva e lesse.

«Duca,

»Il cavaliere dell'Isola, che tutti credevano perito in una guerra lontana da più di trent'anni, morì invece molto tempo dopo. Si era ammogliato; lasciò un figlio ed una figlia. Essi sono venuti da me, dopo aver appreso la morte di vostro padre, per mostrarmi le carte lasciate da mio nipote, il cavaliere dell'Isola, e che in modo indiscutibile attestano la loro identità.

»Mi richiesero di consiglio, ed io non esitai ad esortarli a reclamare, persuasissimo che voi, duca, non opporrete alcuna obbiezione.

»Il figlio del cavaliere è un militare valoroso, ufficiale nell'armata spagnuola, considerato, degnissimo per ogni titolo di assumere il nome illustre degli Isola. È qui in Catania colla moglie e la sorella: questa è vedova, ancora giovanissima.

»Spero renderete giustizia ai miei nipoti. Essi non intendono insistere, si rimettono in voi, duca: non sono di quei parenti spogliati, che suscitano mille imbarazzi. Per darvi un'idea delle intenzioni di vostro cugino, vi mando una sua lettera a me diretta, nella quale egli spiega le sue idee, ed il modo, con cui intende condursi.

»Quest'oggi stesso mi presenterò al vostro palazzo onde avere con voi, o duca, un'abboccamento, e mostrarvi le prove, sulle quali appoggiano i reclami dei figli di vostro zio, il cavaliere dell'Isola.

»Certo voi pure, duca, come io stesso, come tutti, credeste alla sua morte immatura.»

Seguivano i complimenti d'uso e la firma.

«Il conte si condusse bene, pensò donna Livia: comprendo; fu lui, che presentò al superiore i figli del cavaliere dell'Isola: lo avrà pregato del segreto…. La collera del duca ricadrà sul povero benedettino, ma poichè è assente, sarà per il meglio….»

E rendendo la lettera a don Francesco:

—Ho letto, disse.

—Che ve ne pare?

—Che tutto finirà senza gli scandali, che temevate.

—Capite che io non credo una parola di questa lettera…. Il superiore sa benissimo che io conoscevo l'esistenza del cavaliere dell'Isola, o de' suoi figli, come sa non esistere più l'atto, che diseredava suo nipote, e conteneva la di lui rinuncia…. Eppure…. aggiunse arrestandosi, rifletto che il benedettino non era presente quando voi distruggeste la pergamena…. Ciò mi dà da pensare.

Ed egli si annuvolò.

La duchessa aveva già preveduto quella osservazione, ma non mostrò badarvi.

—Oh via, giacchè siete deciso!

—Basta, mostrerò credere al superiore; vedremo se questo ufficiale spagnuolo meriterà gli elogi prodigatigli da suo zio. Eccovi la lettera di lui.

E gliela porse sopra pensiero.

Quella lettera portava per firma queste sole parole:

Vostro nipote FEDERICO

La duchessa vi gettò gli occhi, ma una nube glieli coperse.

Il suo cuore si strinse.

Cielo! che aveva ella dunque veduto?

—Sono perduta! mormorò.

Il duca, che passeggiava pel gabinetto, le si accostò, credendo ch'ella avesse terminato la lettura.

Rimase colpito del suo turbamento.

—Che avete? le disse. Voi impallidite! Voi tremate!… Ma che avete dunque?

Donna Livia fece uno sforzo.

—Mi sento male, rispose. Stavo per leggere, mi si oscurò la vista, nulla più distinguo.

Ed infatti ella non distingueva più nulla.

—Ma in qual modo?

—Non so.

—Sarà un accesso convulso, come ne aveste altre volte.

—Credo infatti, diss'ella debolmente.

E svenne, chè la forza di volontà nulla può contro i veri deliquii.

Ella aveva certamente provato una emozione terribile.

Era caduta rovesciata all'indietro sulla sua seggiola.

—Credeva fosse quasi guarita… disse don Francesco. Ma che devo fare? Ah sì, mi rammento, il giorno che la sposai potei farla rinsensare soltanto col gettarle in viso dell'acqua; eccone là.

E prendendo una tazza d'acqua che stava sul tavolino, ne spruzzò in volto alla duchessa.

Per molto tempo tutto fu inutile.

Finalmente ella si scosse, parve atterrita vedendosi vicino il duca.

Ma richiamò tutto il suo coraggio.

—Come state ora? le chiese egli.

—Meglio, signore, grazie.

—Infatti andate riprendendo un po' di colore… Che fu?

—Un deliquio.

—Ah! ne soffrite ancora?

—Sì, alle volte…. Ora ho bisogno di riposo.

Ella si alzò; traballava.

—Mi sembra che vacilliate.

—No, è soltanto perchè non vedo chiaro.

E fece per escire.

—Vado nella mia stanza, mormorò.

—Vi condurrò io. Voi sembrate soffrire assai.

Ella non potè rispondere.

Il duca la portò quasi nella sua camera da letto, la fece sedere, indi:

—Devo chiamare alcuno?

—È inutile; un po' di riposo mi basterà.

In quel momento una camerista chiese d'entrare.

—Che c'è? disse il duca, aprendo l'uscio.

—Il cameriere di Vostra Eccellenza l'avverte che è domandata.

—Da chi?

—Da un religioso accompagnato dal principe degli Alberi.

E la donna si allontanò.

—Il principe degli Alberi! esclamò don Francesco furioso, comprendo ora…..Ah! donna Maria mi tradì, ed è sì sciocca da mandar qui suo marito…. Ed egli sì stolido…. Ma non ne saprà nulla l'imbecille…. Colei vuol dunque già rimaner vedova!

La duchessa parve scuotersi un istante a quelle parole.

—Ripasserò, le disse il duca. Ora vado da costoro. Ah! donna Maria me la pagherà!…

Ed escì.

Donna Livia si alzò, si guardò attorno smarrita.

«Ohimè! disse, Federico esiste! Non è morto a Lepanto? Egli che mi salvò la vita! Che sparse per me il suo sangue! Egli che solo amai! Ed ha moglie!… Ingrato!… Ed è lui, che io feci cercare dal conte?… Lui figlio del cavaliere dell'Isola?… Ah! tutto è finito per me!… Che dirà il duca quando saprà….e lo saprà tra breve, che questo suo cugino è Chiarofonte?… Oh me infelice!…»

In quel momento la vecchia governante entrò agitatissima.

—Che vuoi? chiese smarrita donna Livia.

—Fui domandata, sarà una mezz'ora, da uno sconosciuto, che mi obbligò a seguirlo. Mi condusse in chiesa, ove un cavaliere mi attendeva. Misi un grido, riconoscendo il signor di Chiarofonte, lui, che credevate morto. Vuole parlarvi un istante, subito, dice che è urgente, indispensabile; l'ho introdotto nell'oratorio segretamente, che per fortuna, essendo oggi domenica, è ancora aperto.

Donna Livia provò un'emozione vivissima, angosciosa, indi:

—Sì, disse, è necessario; io devo evitare un duello tra lui ed il duca, a qualunque costo. Il cielo forse lo manda, mentre quel superiore ed il principe sono qui.

E dopo aver detto alla governante di seguirla, escì precipitosamente.