XI.

Il conte di San Giorgio giungeva a Venezia una settimana dopo il suo colloquio con Gabriella.

Vi giungeva precisamente nel giorno, in cui quella città festeggiava con gran pompa l'arrivo di Enrico III, che dalla Polonia, ove appena aveva regnato tre mesi, passava per l'Italia, onde recarsi in Francia, dove era chiamato a succedere a Carlo IX suo fratello.

Tutti i sovrani della Penisola si proponevano riceverlo con magnificenza, sperando forse con quelle adulazioni renderselo amico.

I Veneziani furono i primi a tributargli onore, ed In quella occasione spiegarono la loro vantata ricchezza.

Per quanto il conte di San Giorgio fosse poco disposto a darsi pensiero del re di Francia, pure risolse, giacchè era a Venezia, di starvi fino alla fine delle feste, tanto più che esse gli fornirebbero occasione di vedere i principali guerrieri della repubblica, fors'anche Federico di Chiarofonte, od almeno saperne qualche cosa.

Egli era agitatissimo: non vedeva l'ora di avere nuovi schiarimenti. Durante il suo lungo viaggio, aveva provato tante emozioni diverse, che era stanco persino di pensare.

Alle volte chiedevasi se non avesse fatto un sogno, e se donna Livia lo avesse davvero sobbarcato a quella strana impresa.

L'errore del cavaliere Dell'Isola, la colpa del vecchio duca, l'ostinazione di don Francesco, pareva che Dio avesse destinato farle espiare anche a lui, e non in piccola parte.

Alle stravaganze di Gabriella il povero conte pensava meno che potesse, onde non impazzire affatto.

Se, riescendo finalmente, poteva veder soddisfatta la duchessa, certo era quello un guiderdone meritato.

Ma per quanto cercasse serbarsi sempre calmo, non lo poteva intieramente. Ed i clamori, che trovò nella festosa Venezia, non sapevano distrarlo.

Gli sembravano come l'eco rumoroso dei mille pensieri, che si urtavano nel suo cervello.

Per non essere riconosciuto da qualche cavaliere di Malta, mentre girava per Venezia, guardava con circospezione intorno a sè, ed era contento di poter confondersi in una folla immensa.

Il Senato veneziano aveva mandato Jacopo Foscarini, Giovanni Micheli
ed altri con numeroso stuolo di nobili, ad incontrare Enrico III a
Ponteba, villaggio di confine tra il territorio della repubblica e la
Carniola.

Intanto erano già arrivati a Venezia, per prender parte al gran ricevimento ed ossequiare il re di Francia, i duchi Alfonso di Ferrara, Francesco di Mantova, Emmanuele Filiberto di Savoja ed il cardinale di San Sisto nipote del papa e suo legato speciale in quella circostanza.

Enrico, dopo essere stato festeggiato assai ad Udine, a Treviso, dovunque era passato, veniva ricevuto alle Malghere da sessanta senatori vestiti di porpora, poi finalmente arrivava per Murano in Venezia.

Qui il fracasso era grandissimo, la folla compatta, molte grida di giubilo, rumore immenso di cannoni, di tamburi, di trombe; un grande spettacolo insomma, a cui assisteva senza volerlo il conte di San Giorgio, che seguiva l'onda della gente assordato e confuso.

Il suo malumore, invece di dissiparsi, si accresceva con quell'allegria di tutti.

Il re di Francia sostò al palazzo dei Capelli; fu là che il doge Moncenigo andò a ritrovarlo; dopo di che Enrico salì sul Bucintoro ed andò a vedere la città, tenendo la via del Canal Grande.

Egli ammirava assai la magnificenza, la quantità dei palagi, la bellezza delle donne, il brio generale, ed il numero veramente straordinario delle persone, che erano salite persino sui tetti per veder lui; cosa di cui certo sentivasi lusingato; poi le molte e poderose navi da guerra, ornate a festa.

Infatti Venezia aveva quel giorno un aspetto unico. Gli storici assicurano che la gioja si leggeva in viso a tutti. Di sì gran gioja non si comprende davvero il motivo. Perchè mai difatti i Veneziani erano così felici di vedere ed accogliere Enrico III? ma probabilmente, allora come adesso, essi prendevano volentieri pretesto del passaggio dei sovrani per divertirsi, senza guardar tanto in là.

Il re ebbe alloggio nel palazzo di Alvise Foscari, palazzo che era quasi una reggia.

Trenta giovani patrizii furono posti a disposizione di Enrico, come oggetti di parata e di ossequio. Sul canale, alla presenza del re, vennero fatti i giuochi più graditi ai Veneziani.

Poi nella basilica ebbero luogo solenni funzioni, concerti sacri. A quelle funzioni il re di Francia assisteva col legato del pontefice alla destra, e circondato dai principi venuti a Venezia, dal Senato e dai nobili.

Vi furono altre cerimonie, che troppo lungo sarebbe richiamare partitamente, e durante le quali il re nominò senatore Jacopo Contarini.

Enrico visitò dopo l'arsenale, che gli destò gran meraviglia; gli si mostrarono le navi prese ai Turchi e le altre spoglie che si avevano dei Turchi stessi.

Il re passò otto giorni a Venezia, ove, a quanto dicesi, si divertì assai.

Partì poi per Ferrara, accompagnato sino a Fucina sulla nave dal doge, con gran corteggio formato dai principi italiani, dal Senato, dalla nobiltà e da molto stuolo di popolo.

Le bandiere, i pennoni, le vele, le insegne, la moltitudine, tutto ciò era sì compatto, che impediva veder le onde.

Il re, nel congedarsi dal doge, gli presentò un grosso diamante, che venne quindi incastonato magnificamente e conservato nel tesoro di San Marco.

Enrico fece altri regali a Foscari, che lo aveva ospitato, ed ai giovani patrizii, restatigli presso durante il suo soggiorno in Venezia.

E così finirono le feste della bella città.

In quegli otto giorni il conte di San Giorgio aveva chiesto il nome dei giovani guerrieri, che più gli sembravano degni di attenzione, ma mai aveva udito chiamare alcuno di loro col nome di Chiarofonte, ed altre informazioni gli era stato impossibile poter prendere in mezzo a tanta confusione.

«Com'è, dicevasi, che non potei veder questo giovane? Dunque ei non è a Venezia? oppure lasciò il servizio?…»

Ma il cavaliere di Malta non poteva accontentarsi di far supposizioni, ed il dì dopo la partenza del re si propose interrogare qualche guerriero.

La sorte gli fu questa volta favorevole; fe' ch'ei si indirizzasse ad un giovane gentiluomo, che molto aveva conosciuto Federico di Chiarofonte.

Il conte provò quasi della sorpresa, udendo rispondersi subito che si poteva dargli notizie certissime di colui, che cercava. Era sì abituato alle noje, ai disinganni; tante ne aveva subite, tanti provati durante il suo viaggio, che gli sembrava impossibile non incontrarne anche questa volta.

Fu in una bella locanda, ove alloggiava, che interrogò l'amico di
Federico.

—Ah lo conoscete? esclamò con gioja.

—Perfettamente, cavaliere, ve lo ripeto, rispose l'altro; chi è fra noi che non lo conobbe? Era l'anima delle nostre riunioni; più di una bella dama veneziana lo rimpiange ancora, e vi direbbe che assai si duole di non veder più nelle parate e nelle feste Federico di Chiarofonte.

—Come lasciò Venezia? domandò il conte; e dove si trova?

L'interrogato scosse il capo, indi:

—Dove si trova vel dirò, cavaliere; ma quanto al perchè abbia lasciato Venezia ed il servizio della repubblica, non ho mai potuto spiegarmelo. Tutti gli volevano bene; era, come vi dissi, ricercatissimo ovunque. Dopo la battaglia di Lepanto, dove si è assai distinto e dove era rimasto ferito, egli rinunciò al suo grado, ed appena rimesso in salute, partì da Venezia colla sua sposa, che lo aveva appunto avuto in casa ferito.

—Ah, egli è ammogliato?

—Sì; sua moglie è una bellissima donna, che vidi di rado in Venezia; la credo forestiera e molto ricca.

«Perchè mai, pensò il conte, sua sorella non me lo disse?»

E volgendosi nuovamente al guerriero della repubblica:

—Ma dunque non è più militare?

—Lo è ancora; ha un grado distinto nell'armata spagnuola ed è assai caro al governatore di Milano. Abita in quella città, non molto lungi dalla chiesa di Sant'Ambrogio. Se voi, cavaliere, lo cercate, è là che dovete recarvi.

—Mi vi recherò infatti: intanto vi ringrazio, signore.

Ed il conte fece per partire, ma il giovane lo trattenne.

—Perdonate, cavaliere, gli disse: aspettate un momento, voglio pregarvi di salutare Chiarofonte a nome di Prato, senza accennargli che io mi stupii della sua improvvisa risoluzione.

—Oh non temete!

—Sarebbe stato naturale; ma alle volte potrebbe averne dispiacere; quando lo vidi a Milano, mi parve desiderasse non gli si facessero molte interrogazioni.

«Perchè mai questo? si chiese il conte.»

—Basta, continuò il militare, è padrone di far quel che vuole certamente; ma pure mi sembra strano che non abbia più voluto rimanere con noi per andare al servizio della Spagna; egli, che ebbe sempre antipatia per gli Spagnuoli. Forse s'immischiò a loro senza pensarvi, fors'anche a Lepanto contrasse amicizia con alcuno di essi.

Il conte di San Giorgio, prima di lasciare il suo interlocutore, pensò indirizzargli qualche domanda sul padre di Federico. Forse colui potrebbe fornirgli particolari importanti.

—Vedo, gli disse, che conoscete molto Chiarofonte; tale conoscenza data certamente da lungo tempo.

—Da dieci o dodici anni Federico ed io entrammo giovanissimi nell'armata.

—So infatti che egli si fece soldato appena morto suo padre.

—Sì, interruppe l'altro, un bravo e valoroso guerriero anch'egli, a quanto ne intesi dire; io però non l'ho conosciuto.

Il conte si sentì tentato di chiedere a quel militare se Federico gli avesse mai parlato di sua sorella, quella giovane donna, che tanto lo aveva preoccupato, che lo imbarazzava ancora, e che gli aveva lasciato mille memorie diverse; ma nol fece. Fra poco non vedrebbe egli Federico?

Si congedò dunque tosto dal guerriero veneziano, ringraziandolo degli schiarimenti fornitigli.

«Che vorrà mai questo cavaliere di Malta da Chiarofonte? pensò il militare, seguendo collo sguardo il conte di San Giorgio. All'aria, ai modi pare un gran signore; davvero che ne saprei qualche cosa volentieri.»

Un'ora dopo il cavaliere partiva da Venezia; si faceva mille domande, si chiedeva sopratutto come agirebbe nel caso, in cui Federico non ne sapesse più di Gabriella sul loro padre.

«Possibile, pensava, che il cavaliere Dell'Isola, poichè sono certissimo che era lui, non abbia lasciato ai suoi figli, se non il suo segreto, una memoria almeno, alcun che, che potesse farli riconoscere?

«Questo Federico sembra un giovane valoroso, considerato, ed io sono certo ch'egli è mio cugino; ma se non ha prove, a che mi gioverà tale certezza? A che soprattutto varrà essa a sostenere dei reclami presso il duca?

«Donna Livia cercherebbe convincerlo, ma poco gioverebbe, lo temo; non rifiutò già d'ascoltarla?… Ah come il potè?… Eppure, se don Francesco così altiero, così violento le perdonò la distruzione di quella pergamena, l'insulto ricevuto dinanzi a tutti, convien dire che l'adori!… Qual amore, è mai il suo?…

«Io so bene che nulla avrei negato a donna Livia. Potessi rivederla almeno! compiere i suoi voti!… Ah questo amore sarà il mio tormento!… Ma pure….»

Pure, pensava forse, quel tormento gli era talvolta caro. Quell'affetto senza speranza, che la sua ragione poteva comprimere, ma non soffocare, lo inebbriava colla sua medesima amarezza. Si era identificato colla sua esistenza, soltanto con essa sarebbe finito.

Intanto, immerso sempre ne' suoi soliti pensieri, il conte procedeva verso la città, ove troverebbe Federico di Chiarofonte.

Le terre venete, parte delle lombarde gli passarono innanzi come una fantasmagoria, cui non badava.

Finalmente arrivò a Milano.

Là tutto doveva finire, là tutto si deciderebbe!…