II.
Il dottore aspettava ansioso, punto dalla curiosità di conoscere qualche cosa della vita passata della signora Ivaldi.
Quella signora, venuta da poco tempo ad abitare il villino delle rose, lo interessava; la conosceva poco, ma la trovava diversa dalle altre, e indovinava, nella vita di lei, qualche cosa di occulto e di misterioso da risvegliare in lui il desiderio di conoscerla più intimamente.
Era stato accolto dai nuovi proprietarii del villino delle rose, più come amico che come medico. Del signor Ivaldi sapeva che aveva fatto fortuna in paesi lontani, e aveva acquistato quel villino per godervi un po' di pace e di riposo. La conversazione della signora Carlotta gli riusciva piacevolissima, e passare con lei qualche ora del pomeriggio, seduto sul terrazzo che dominava il lago, andava diventando per lui una delle consuetudini più gradite.
— È una storia molto dolorosa la mia, — disse la signora Ivaldi, — se mi promette di ascoltarla senza annoiarsi troppo, gioverà forse a calmare il mio spirito molto turbato in questo momento.
— Tutto m'interessa quello che la riguarda, racconti pure, — disse il dottore.
La signora chinò la fronte e si coperse gli occhi colla mano come per concentrare le idee e incominciò:
— Avevo vent'anni e la mia anima era piena di poesia e di fede nell'avvenire.
Mio padre morì giovane e rimasi con mia madre quasi povera. Si viveva a stento d'una piccola pensione in una piccola casa posta presso alla riviera di Rapallo. La mamma si lagnava della sua triste sorte e di non potermi offrire una esistenza più agiata e più ridente. A me invece pareva d'esser ricca, la balda giovinezza mi gorgogliava nelle vene e avevo davanti a me il mare immenso che mi dava una specie d'ebbrezza e mi parlava un linguaggio che mi era famigliare e di cui io sola conoscevo il senso recondito. Mi pareva la voce d'un amico. Io ero una solitaria, una specie di selvaggia, e più che colle persone mi sentivo legata colle cose che mi circondavano.
Uno dei miei più grandi godimenti era sull'ora del tramonto passeggiare in riva al mare ed ascoltare la voce delle onde che pareva mi recasse notizie di paesi lontani e sconosciuti, oppure guardare in alto le nuvole che spaziavano sul cielo infinito. Era uno spettacolo che si rinnovava ogni giorno e pel quale provavo un'attrazione invincibile.
La spiaggia era spesso popolata, i monelli giocavano colla sabbia e coi sassi, i marinai e i pescatori fumavano la pipa discorrendo e guardando il cielo, facendo pronostici sul tempo, le donne formavano gruppi chiacchierando, io lasciavo dietro di me la parte popolata e seguendo la curva dove il mare forma un'insenatura, andavo verso Santa Margherita dove la spiaggia era più solitaria e il verde delle piante la rendeva più fresca e più ombrosa.
Credevo esser sola a fuggire la gente, ma m'accorsi di un giovane che, come me, cercava la solitudine e contemplava il mare infinito.
Non lo conoscevo e non potevo distinguerlo a quella luce crepuscolare, ma quasi involontariamente ci si trovava accanto e ci si sentiva attratti l'uno verso l'altro da una forza misteriosa. Non era uno dei soliti romanzi d'amore, ma una forza fatale irresistibile che avevamo nel nostro organismo e dominava i nostri movimenti; era come se una nota identica si ripercuotesse nel nostro cervello, come se ci unisse una corrente elettrica, una cosa invisibile ed impalpabile, che sfuggiva ai nostri sensi, al punto che sentimmo l'effetto di questa attrazione senza esserci nè veduti nè parlati.
Non avevamo bisogno di parlare: i nostri pensieri si comunicavano direttamente e sentivamo le vibrazioni delle nostre anime.
Un giorno, non so per qual ragione, ci scambiammo qualche parola, ma quasi inconsapevolmente, come se non fosse cosa nuova e ci fossimo sempre parlati.
Seppi che anche a lui era morto il padre, aveva dovuto interrompere gli studi e viveva colla madre modestamente e quasi una vita di stenti; la rassomiglianza della nostra sorte, ci unì maggiormente e si divenne amici.
Era un nuovo godimento per me ritrovarlo tutte le sere presso la spiaggia al posto consueto; si facevano lunghe passeggiate senza parlare, ci si sentiva vicini, legati dal filo invisibile che univa i nostri pensieri e non si chiedeva di più.
Quando penso alla voluttà di quei lunghi silenzii pieni di gioia, più deliziosi di ogni conversazione, mi par di aver vissuto una vita anteriore assai diversa da quella in cui viviamo. Le nostre passeggiate continuarono in silenzio per qualche mese, ma era troppo grande la nostra felicità, non poteva durare; noi non ci curavamo di nessuno, invece la gente oziosa che stava sulla riva del mare si occupava di noi e incominciò a mormorare dei nostri ritrovi innocenti, e quelle chiacchiere giunsero all'orecchio della mamma, che mi proibì di avvicinarmi a Federico; era il nome del mio giovane amico.
Sarei morta piuttosto che rinunciare alle mie passeggiate sulla spiaggia e sentiva di odiare quelle stupide persone dalle lingue venefiche che s'immischiavano nei fatti miei; per ubbidire alla mamma, tentai di sfuggire il mio amico e cambiar direzione alla passeggiata, ma il potere d'attrazione che avevamo in noi, era più forte, e ci si trovava vicini involontariamente. Senza parlarmi, egli indovinò tutto, e dopo un lungo silenzio mi prese la mano e mi disse:
— È inutile rattristarci, perchè non ci sposiamo?
È vero, non ci avevamo pensato; infatti, se fossimo stati sposi o semplicemente fidanzati, la gente non avrebbe trovato più a ridire e non v'era bisogno d'interrompere le nostre passeggiate.
Quell'idea illuminò la nostra mente come un raggio di sole, ma ecco che la realtà della vita venne a guastare la nostra gioia.
Per il momento non potevamo pensare al matrimonio; eravamo troppo giovani e troppo poveri, bisognava aspettare. Meno male che, essendo fidanzati, potevamo continuare a vederci. Non avevamo nulla cambiato al nostro sistema di vita, soltanto che qualche volta il pensiero del nostro avvenire ci rendeva loquaci.
Erano discorsi strani i nostri, si trovava che il mondo era troppo stupido e l'uomo un essere incompleto; eravamo di primavera e l'aria era piena di fruscii d'ali, e gli alberi di nidi. Invidiavamo gli uccelli che fabbricavano la casa con poche pagliuzze, si nutrivano con pochi semi raccolti sui prati e la natura li provvedeva di vesti meravigliose, sottili e variopinte, li trovavamo assai più fortunati degli uomini che coi loro molteplici bisogni si rendono amara la vita.
Ecco perchè gli uccelli erano creature allegre, cantavano sempre, volavano in mezzo ai fiori e trovavano la loro tavola imbandita dove rideva la primavera.
Qualche volta ci si sognava di volare lontano da questo mondo pieno di esigenze, e andar lassù fra gli astri dove forse la vita sarebbe stata più facile e meno complicata.
Ma non avevamo le ali come gli uccelli e bisognava occuparsi del nostro avvenire.
Federico era pieno di speranza; voleva lavorare alacremente, fare delle economie per prepararsi il nido come gli uccelli che ci rallegravano tanto. Aveva trovato un impiego in una fabbrica di macchine, e gli pareva d'essere sulla via della fortuna.
Ma passavano le settimane e i mesi e restava sempre a quel posto con una paga meschina e vedeva dileguarsi i sogni che aveva fatti.
A me bastava vederlo tutte le sere e aspettavo pazientemente, egli invece non era contento, voleva correre e non avanzare a passi di lumaca; era impaziente di riuscire.
Una sera, prima ancora che parlasse, avevo indovinato il suo pensiero, e tremavo che me lo comunicasse. Cercavo di distrarlo facendogli osservare l'effetto della luna che sorgeva dal mare e le onde che mandavano sul lido sprazzi lucenti, ma egli voleva dirmi quello che gli pesava sul cuore, era inevitabile.
Disse che bisognava armarsi di coraggio e dividerci per qualche tempo se si voleva poi unirci per sempre.
In Italia non v'era nulla da fare; avrebbe sciupate le sue energie in sforzi inutili, sarebbe riuscito a guadagnare a mala pena abbastanza per vivere da solo; suo fratello, partito per l'America in cerca di fortuna, era sulla via di trovarla, aveva molte imprese ben avviate e lo invitava a raggiungerlo e ad associarsi ai suoi affari. Questa proposta giungeva in buon punto: era deciso ad accettare, certo di poter in pochi anni guadagnare tanto da offrirmi una fortuna e vivere sempre con me.
Mi sentivo un gruppo alla gola e non potevo rispondere.
Egli mi teneva stretta per mano senza dir nulla, ma indovinavo l'ansietà del suo cuore.
Era un silenzio pieno di dolore e lo ruppi per dirgli:
— È giusto, non voglio essere d'ostacolo alla tua fortuna. Parti pure.
— Staremo divisi soltanto qualche anno, — disse. — Che importa? noi saremo sempre uniti col pensiero, nemmeno la distanza riuscirà ad affievolirlo. Sapessi come lavorerò con coraggio, pensando che ogni giorno mi avvicinerà a te, diventerò avaro per accumulare ricchezze e farti felice.
— No, — diss'io, — mi basta una piccola casa; la mia ricchezza sarà esser vicino a te, ti supplico solo di ritornare presto.
Quando la partenza fu decisa, non mi pareva di viver più, pensando al giorno in cui mi avrebbe lasciata; non ne parlavamo mai, ma ci pensavo sempre e sentivo che si avvicinava troppo in fretta. Una sera ebbi come un presentimento e gli dissi:
— È per domani, non è vero?
— No, — rispose, — non crucciarti, ci vedremo ancora.
Egli mentiva, ed io lo sapevo; ma non dicevo nulla; però quella sera non potevo staccarmi da lui e tutto mi serviva di pretesto per indugiare. Ci sono momenti che si vorrebbero eterni, eppure passano con una precisione inesorabile.
Non l'ho più riveduto; aveva mentito per risparmiarmi lo strazio dell'ultimo saluto.
Fu un vero schianto per il mio povero cuore; ma sentivo che una parte di me era sempre in comunicazione con lui, quella parte che vibrava nel nostro organismo come congiunta da un filo invisibile; era come se lo vedessi e lo seguivo nel lungo viaggio attraverso il mare, poi lo vedevo slanciarsi nella vita operosa, lavoratore instancabile, impaziente di riuscire.
Mi scriveva spesso, ma le sue lettere non mi recavano nulla ch'io non indovinassi, solo mi assicuravano del suo amore costante.
Continuavo ad andare la sera come al solito in riva al mare e imaginavo che l'onda che lambiva la riva, mi recasse il suo saluto e lo vedevo sulla riva d'un mare lontano pensando a me, poi seguivo il volo degli uccelli, il cammino delle nubi, avrei voluto anch'io volare, andar a trovarlo.
I giorni passavano lenti nell'aspettativa ed egli intanto lavorava alacremente, non spendeva nulla e aveva già fatto qualche risparmio, ma egli voleva guadagnare ancora, e si mostrava incontentabile, avrebbe potuto partire, ma la febbre del lavoro lo invadeva, voleva offrirmi la ricchezza e s'indugiava ancora in quei paesi lontani per conquistarla.
Io non ne potevo più. Non sapevo come passare il tempo; nelle mie passeggiate solitarie osservavo che le leggi che governavano gli uomini, erano molto ingiuste. Perchè nella società alla quale appartenevo, la donna doveva pesare sull'uomo e non le era concesso aiutarlo nella sua opera e guadagnare con lui il pane pei figliuoli? Forse, se io avessi avuto una professione, non ci sarebbe stato bisogno di separarci, e tutti e due si avrebbe potuto contribuire al benessere della famiglia. Era tornata la primavera ed osservavo le coppie di uccelli che facevano assieme il nido, portando ognuno nel becco la propria pagliuzza, e poi il padre e la madre recavano entrambi ai figli il grano che doveva nutrirli. Perchè nella società, la donna doveva esser da meno dell'uomo e restar neghittosa quando egli lavorava per tutti? Concludevo che il mondo era piantato male.
Mi ribellavo alla mia vita inutile ed inoperosa e invidiavo le operaie che col loro lavoro aiutavano i mariti e il benessere della famiglia; alle volte mi veniva una voglia pazza di andar in qualche opificio a chiedere lavoro. Ne parlai un giorno ad un'operaia, ma la mia idea non la persuase.
— Che cosa vuol fare lei colle sue piccole mani? — mi disse. — Faccia la signorina che è molto meglio, tanto non la prenderebbero alla fabbrica.
Un'altra mi guardò come s'io volessi rubarle il pane; non c'era verso ch'io potessi occuparmi in qualche cosa di utile, e nell'ozio il tempo trascorreva lento e anche il mio carattere si mutava perchè divenivo tutti i giorni più irascibile e più nervosa.
Era venuta l'estate, e una volta, all'ombra di alcune piante, vidi schiere di fanciulle sedute; col tombolo sulle ginocchia, facevano andare colle loro agili mani un mucchio di fuselli e formavano bellissime trine. Mi soffermai a guardarle e mi venne voglia d'imitarle; esse erano sotto la direzione d'una maestra ed erano pagate secondo la loro abilità; pregai la maestra di prendermi nella schiera delle lavoratrici, desiderando imparare quell'arte gentile. Essa acconsentì a patto che lavorassi un anno senza retribuzione in cambio dell'insegnamento che mi avrebbe dato.
Io accettai perchè avevo bisogno di occuparmi, e speravo che un giorno il mio lavoro sarebbe utile almeno come adornamento della mia casa.
Nei primi tempi ero avvilita; le fanciulle di dodici anni lavoravano meglio di me e con maggior sollecitudine; esse facevano andare i fuselli allegramente chiacchierando, come se le loro mani fossero macchine, io dovevo prestarvi tutta la mia attenzione e il lavoro non mi riusciva perfetto.
Passati i primi tempi acquistai una certa destrezza di mano, e riuscii a combinare disegni fini e difficili. Copiai trine antiche e preziose, tanto che se non fossi stata legata alla mia maestra, avrei potuto venderle con profitto; intanto quell'occupazione mi riusciva piacevole, mi calmava i nervi, e il tempo sempre lento per il mio desiderio, mi era meno noioso. Il tempo passava e aspettavo, sicura che Federico sarebbe ritornato.
Erano passati dieci anni quando incominciò a parlare di ritornare a Rapallo col fratello.
Ormai erano ricchi, le loro imprese bene avviate potevano lasciarle ad un socio che le continuasse, ed essi contavano di ritornare in patria a godere il meritato riposo. Mancavano pochi mesi alla loro partenza, e quel fatto mi pareva una felicità, così grande come raramente è concesso provare su questa terra.
Mano mano che si avvicinava quel tempo tanto desiderato, egli scriveva più spesso; le sue lettere parlavano del prossimo ritorno ed erano gioconde, come inni di gioia.
Io mi struggevo nell'ansia dell'attesa e contavo i giorni che mancavano al suo ritorno.
Mi pareva che in quel tempo i nostri pensieri s'incontrassero con maggior forza, ed erano così lieti, come se sul loro lungo cammino sprigionassero delle scintille.
Fu un periodo d'orgasmo e di gioia intensa, e sentivo nel mio essere l'energia di cento vite.
Una notte mi svegliai di soprassalto e mi parve che il mondo fosse precipitato in un abisso, tanto fu grande lo schianto che provai in tutta la mia persona.
Ebbi una visione d'orrore e nel mio cuore si ripercosse un grido straziante.
Mi alzai come una disperata e mi misi a gridare piangendo: è morto, è morto, Federico è morto! Lo vedevo davanti agli occhi insanguinato e morente, e fuggivo sperando togliermi alla vista di quello spettacolo raccapricciante. La mamma si svegliò a quei gridi e mi credette impazzita.
Mi volea persuadere che il mio era un brutto sogno, ch'io era in preda ad allucinazione, ma non ci fu verso che riuscisse a calmarmi.
— È accaduto una cosa grave, — gridavo fra le lagrime, — voglio sapere, voglio partire!
Sembravo pazza, la mia povera mamma non sapeva come calmarmi; temeva sul serio ch'io avessi smarrita la ragione.
Alla mattina mandai un telegramma chiedendo notizie. Mi rispose suo fratello Giorgio queste precise parole:
«Morto vittima d'un accidente ferroviario».
La signora Ivaldi, a questo punto del suo racconto, si sentì come un gruppo alla gola, ripensando l'angoscia passata; e dopo aver dato un sospirone per liberarsi dal peso che l'opprimeva, disse al dottore:
— Che le pare? Non ho ragione d'essere inquieta?
— Credo ad una fatale coincidenza, — disse il dottore, — vedrà che questa volta non è accaduto nulla.
— Pur troppo lo sento, è accaduto qualche disgrazia, — disse la signora Carlotta.
— Ma mi spieghi, ora che ha destata la mia curiosità, — disse il dottore, anche per distoglierla dal pensiero che l'opprimeva, — e come è avvenuto il suo matrimonio?
— È presto detto, — soggiunse la signora Ivaldi. — Vittima dell'accidente ferroviario, Federico è vissuto qualche ora fra gli spasimi atroci, mutilato in un modo orribile. Giorgio, il fratello, corse ad assisterlo e raccolse le sue ultime volontà. Egli morì col mio nome sulle labbra, mi lasciò erede della sostanza che avea guadagnata per me, e pregò il fratello che mi proteggesse e facesse in modo ch'io almeno fossi felice. Giorgio ritornò poco tempo dopo; quando ci vedemmo si ebbe l'impressione d'esserci sempre conosciuti. Federico gli avea continuamente parlato di me, egli poi rassomigliava tanto al fratello, specialmente nella voce, che qualche volta avevo l'illusione che non fosse avvenuto il fatto orribile e ch'egli mi fosse ancora accanto.
I nostri affari che avevamo in comune, ci riunivano spesso, ero rimasta sola al mondo, chiese la mia mano e accettai. Me ne trovai contenta; a lui devo questi anni di tranquillità e di pace, egli è ora tutto per me, mi trovo unita a lui come ero con Federico, non allo stesso grado, ma abbastanza per sentire che è vittima d'un accidente.
— Non mi persuade, cara signora, — disse il dottore, — è la sua imaginazione che è ammalata, e perchè pensa all'altra coincidenza; vedrà, suo marito ritornerà sano e salvo, e questa volta ne uscirà guarita per sempre.
— Fosse vero, — disse la signora Ivaldi. — Ma intanto chi mi toglie a questa inquietudine?
— Ci metta un po' di forza di volontà. Tanto ora non può far nulla, ed io sono proprio costretto a lasciarla per vedere il mio ammalato; procuri d'esser ragionevole, si calmi, le prometto di ritornare domani mattina e vedrà che mi darà ragione.
— Ne sarei lieta davvero! Ma intanto mi sgomenta la notte di ansie che ho a me davanti, dottore; mi scriva una ricetta, un forte sonnifero, oppio, morfina, tutto quello che vuole, ma qualche cosa che mi faccia dormire e mi tolga a questa inquietudine.
Il dottore per contentarla le scrisse una pozione calmante e uscì compiangendo quella povera signora che secondo lui era seriamente ammalata di nervi.