II.

Un bellissimo sole d'aprile illuminava la città di Torino, e l'aria, piena di profumi nuovi, avvolgeva uomini e cose.

Gli sposi, ritornati appena dal municipio, erano circondati dai parenti e dagli amici.

Il convegno era tutt'altro che lieto. Pareva un funerale, la preoccupazione della malattia dello sposo stava nel pensiero di tutti.

La signora Verganti tratteneva a stento le lagrime e si sentiva tanto triste, come non era stata mai, nemmeno il giorno in cui suo marito era partito per la guerra d'Africa, dove aveva trovato la morte. Lodovico sorrideva, ma si mostrava preoccupato. Valentina soltanto era allegra, raggiante, e si sforzava d'infondere in tutti il suo coraggio e la sua gioia.

Essa sorrideva allo sposo e abbracciava la madre rassicurandola.

Tutto sarebbe andato bene, diceva. Anche la natura in festa e il sole che entrava dalle finestre aperte rallegrava la casa piena di fiori e d'amici.

Fu un momento solenne, quando vennero a dire che la carrozza attendeva gli sposi per condurli alla villa che Lodovico possedeva nei dintorni di Torino e doveva ospitarli in quei primi giorni del matrimonio.

Valentina si staccò con uno sforzo dalle braccia di sua madre, che non avrebbe voluto lasciarla partire, salutò gli amici, e discese in fretta le scale seguita da Lodovico.

Finalmente erano soli.

La carrozza correva per le strade lunghe, dritte, popolate da una folla allegra, uscita per respirare la brezza della primavera nascente. Correva pei lunghi viali fiancheggiati dagli alberi che si vestivano di foglie novelle, avanti avanti per l'aperta campagna, salendo sui poggi che ridevano davanti al nuovo sole. Gli sposi si tenevano per mano in silenzio: si sentivano vivere e pensare, come sentivano il battito dei loro cuori che la gioia rendeva più rapido.

Egli temeva che la sua felicità si dileguasse come in un sogno, e che l'amore di Valentina non avrebbe potuto resistere quando avesse assistito ad una delle crisi del suo male; tremava pensando a quello che gli preparava l'indomani e la stringeva a sè fortemente come per impedire che gli sfuggisse.

Essa indovinava il pensiero di Lodovico, ma non temeva nulla, era sicura di sè stessa e del suo amore. Quasi desiderava affrontare la realtà di quel male sconosciuto, per conoscerlo e tentarne la guarigione; voleva studiarlo con tutta la forza della sua mente, colla divinazione del suo cuore innamorato, e forse sperava di comprendere quello che agli altri era rimasto incomprensibile.

Sapeva quel male misterioso appartenere al genere di malattie alle quali essa specialmente si era dedicata; e il poter studiare il soggetto, sempre, tutti i giorni, con intelletto ed amore, le dava la speranza di riuscire.

Già la sua fantasia andava andava, come la carrozza che correva per l'aperta campagna, e si vedeva felice e vittoriosa. Furono distolti dai loro pensieri dalla scossa della carrozza che si fermò davanti alla villa.

Scesero in fretta sorridendo e, stanchi pel lungo silenzio, ripresero la conversazione interrotta.

Il sole volgeva al tramonto e tingeva d'una tinta rosea le montagne ancora coperte di neve.

La casa bianca risaltava sopra uno sfondo verde‑cupo, formato da un bosco di abeti; i rododendri in fiore mettevano una nota gaia sul verde.

— Quanto è bello! — esclamò Valentina. — Come saremo felici in questo nido!

— Ti piace? — chiese Lodovico col volto illuminato dalla gioia.

— Ma è un incanto!... E come hai pensato a tutto; sei un vero mago. Fino la tavola preparata, e un bel fuoco nel caminetto. E quante belle rose! Eppure non siamo ancora di maggio; e queste violette! Che profumo!

E sì dicendo si chinò ad odorare un bel mazzo di viole poste in un canestro sopra un tavolino.

Lodovico ordinò ai domestici di servire il pranzo; la lunga corsa e le emozioni della giornata gli avevano eccitato l'appetito; poi, rivolto alla moglie, soggiunse:

— Cara la mia dottoressa, mi pare che si potrebbe mettersi a tavola; dopo pranzo avrai tutto il tempo per ammirare la tua villa.

— Nostra, vuoi dire.

— No, sei tu la padrona, te ne faccio un dono; spero che non mi negherai l'ospitalità.

Valentina si mise a ridere.

— Hai voglia di scherzare, — disse.

— Parlo seriamente; sono lieto di cederti lo scettro; da domani la padrona sarai tu, ed io sarò tuo schiavo.

E chiacchierando allegramente si sedettero a tavola dove venne loro servito un buon pranzo, e gustarono per la prima volta il piacere di trovarsi soli, lontani dal mondo, seduti alla stessa mensa, avendo nel loro cervello pensieri spumeggianti come il vino di cui erano piene le coppe di cristallo.

Dopo il pranzo, Valentina volle continuare il suo viaggio di scoperta e girare per la villa, divertendosi a toccare i ninnoli sparsi sulle mensole, ad osservare i mobili, i quadri, i tappeti.

Nel piano superiore v'erano le camere da letto, una coi parati rosei per lei e l'altra più cupa e severa per Lodovico; accanto una sala spaziosa contornata da biblioteche piene di volumi.

— Hai proprio pensato a tutto, — disse Valentina, avvicinandosi alle biblioteche per osservare i volumi ben rilegati. — Da una parte i libri di matematica per te, dall'altra quelli di medicina e di scienze naturali per me; mi par di ritrovare i miei amici, eccoli tutti schierati: Biswanger, La neurastenia; Beard, Una malattia nuova; La neurastenia di Arndt; come sono difficili questi nomi russi! E che belle ore passeremo a studiare qui tutti e due, tu da una parte ed io dall'altra! Perchè da sposi moderni, da personaggi del secolo ventesimo, non ci si potrebbe contentare di star tutto il giorno a guardarci negli occhi ed a filare l'amore perfetto. Noi abbiamo bisogno anche del cibo dello spirito, e così il nostro amore non passerà come una meteora fuggente, ma durerà sempre, non è vero?

— Ne ho speranza, dipende da te, — disse Lodovico, sedendosi sopra un divano accanto a Valentina.

— Non temere, — rispose questa, — sono sicura di me stessa, i miei sentimenti non muteranno; ma, perchè ora una nube è passata nella tua mente? — chiese guardandolo negli occhi.

— Tu mi leggi dunque nel pensiero?

— È un po' la mia professione. Ma, dimmi, che cosa ti turba?

— Penso che presto s'avvicina l'ora fatale e vorrei pregarti di non tentare di vedermi, nè di assistermi in quel momento.

— Ma perchè?

— Perchè la crisi passa come viene e tu ne soffriresti inutilmente; mi prometti dunque di allontanarti?

— Non posso farti una promessa che non potrei mantenere. Desidero vedere di che cosa si tratta, e la mia non è una curiosità da femminuccia, ma una curiosità scientifica, e poi mi spinge la speranza di esserti di qualche sollievo.

— Almeno, ti prego, non avvicinarti a me. Devo narrarti una cosa che ho sempre tenuta chiusa nel mio cuore, ed al pensarvi soltanto mi rinnova un dolore crudele. Mi rincresce evocare in questo giorno un ricordo così triste, ma vi sono costretto per difenderti da te stessa e impedire che avvenga un fatto al quale non potrei sopravvivere.

Valentina lo guardò esterrefatta. Che cosa doveva dirle di tanto grave? Stette ad ascoltare tutta trepidante.

— Una volta, — riprese Lodovico col pianto nella voce, — avevo un cagnolino, Fedele, il mio unico amico, il solo compagno della mia vita solitaria; ebbene, dopo una delle mie crisi lo trovai morto, soffocato, accanto a me. Che cosa era accaduto? Forse vedendomi soffrire si era avvicinato per recarmi soccorso, forse per farmi una carezza, mistero! Sono certo che l'uccisi colle mie mani, e non me ne so ancora dar pace; pensa se tu ti avvicinassi e ch'io ti facessi male, ti ucc.... Dio mio! sento che ne morrei. È terribile non poter dominare i proprii movimenti!

— Non temere, Lodovico, veglierò su te, ad una certa distanza, e saprò difendermi. Ed ora non pensiamo a cose tristi.

— Hai ragione, — disse Lodovico, abbracciandola, — godiamo di questi momenti di pace che ancora ci rimangono.

E stettero vicini in quella stanza appena illuminata. I loro volti erano sereni, ma un velo di mestizia pareva fosse sceso su quelle cose che pochi momenti prima parevano tanto gaie ai due innamorati.