IV.
Il palazzo Grimani era in festa; dalle finestre aperte il sole entrava a rianimare i mobili antichi, e le vecchie cose sbiadite parevano rivivere alla nuova luce.
Nel giardino, invece dei rami aggrovigliati, dell'erbe invadenti, i cespugli fioriti sorridevano ai sentieri serpeggianti fra le macchie erbose e dalla fontana scendeva un fresco zampillo che gorgogliava nella coppa di marmo.
Dalla porta spalancata entrarono gli sposi anch'essi ringiovaniti dalla nuova vita e contenti d'aver quasi raggiunto la felicità.
Il primo pensiero di Giulio Grimani fu di dar sesto al suo laboratorio, perchè dopo tanti mesi di riposo era impaziente di rimettersi al lavoro, al quale voleva dedicarsi con maggior lena per aprir nuovi orizzonti alla scienza.
Marcella invece era preoccupata da altri pensieri, non aveva più per la scienza l'attrazione d'un tempo, si sentiva mutata e pensava che fra pochi mesi un nuovo ospite sarebbe venuto a rallegrare la vecchia casa, e voleva prepararsi a riceverlo degnamente.
Pensava che non avrebbe potuto più dare tutto il suo tempo agli studii del marito, e ciò la rendeva un po' triste.
Il professore se ne accorse e le chiese:
— Non sei contenta della tua casa, ti dispiace ch'io l'abbia fatta un po' ripulire?
— Non è questo che mi dà pena, ma temo che non potrò più aiutarti come prima nei tuoi lavori, e tu che m'hai sposato per questo scopo che cosa penserai di me?
— Non temere, ti ho ingannato e volevo ingannare me stesso, ma ti ho sposato perchè non potevo vivere senza averti vicina; eri il mio raggio di sole, la mia gioia, e accetterò il tuo aiuto come un dono, ma se non puoi, farò da me solo.
— Quanto sei buono! — disse Marcella, — come tutto è mutato: poco tempo fa mi davi soggezione, un tuo sguardo mi faceva tremare, ed ora provo per te soltanto amore e riconoscenza, ma ti aiuterò, sai, non come prima perchè avrò altre occupazioni; non ti dico di più, è un mio segreto.
E il segreto fu subito svelato quando si vide capitare in casa tanti oggetti minuscoli, della tela candida e sottile, e finalmente una piccola culla, che Marcella voleva adornare per il loro bimbo. Mentre Giulio preparava i materiali per i suoi studii, essa tagliava la tela e colle sue mani cuciva piccoli indumenti che parevano fatti per la bambola.
Il professore si meravigliava di vederla coll'ago in mano intenta a lavori donneschi.
— C'era bisogno di studiare all'Università per far dei lavori che tutte le donne possono fare? — le diceva.
— Sono per il mio bimbo, e voglio farli io stessa, sarei gelosa che se ne incaricasse un'altra donna, ma non temere, ti aiuterò e questo lavoro mi terrà compagnia quando andrai a Padova a fare le tue lezioni.
E così Marcella passò l'inverno alternando i lavori d'ago agli studii sulla fosforescenza ed era un po' spoetizzata nel vedere che spesso l'origine delle onde luminose, che avevano reso sfolgoreggianti le notti del loro viaggio, non erano altro che residui in putrefazione: un tal pensiero quasi la disgustava.
Ma ad interrompere le ricerche scientifiche venne un personaggio importante, che fu un vero raggio di sole per Marcella, a riempire di grida la vecchia casa. Lo chiamarono Aurelio per dargli un nome luminoso come gli studii prediletti in quel tempo dal professore.
Marcella volle nutrire il piccolo Aurelio col proprio latte, e nel laboratorio si vide uno spettacolo nuovo; una piccola culla di vimini, imbottita di penne soffici come un nido in mezzo alla grande tavola, fra le fiale di vetro, i liquidi coloranti e le culture di microbi.
E Marcella su e giù sempre in moto, ora occupandosi del marito, ora del bimbo, si faceva in due per non perder tempo e badare a tutto.
Le rincresceva che il marito si curasse poco del bambino, e lo chiamava un padre snaturato; ma egli non aveva tempo di andare in estasi per un essere che non capiva nulla e non faceva che miagolare come un gattino.
Il fatto sta ch'era sulla via d'una nuova scoperta e non voleva distogliere l'attenzione dalle sue esperienze.
Ne parlava colla moglie spiegandole le sue speranze, ma essa lo ascoltava distrattamente, pensando che un sorriso del suo bimbo valeva più di tutte le scoperte del mondo intero.
Il giorno che l'udì balbettare la prima parola, non potè trattenere la gioia e corse a comunicare la grande notizia al marito; ma lui aveva altro da fare che occuparsi di Aurelio; appunto in quel giorno, aveva ottenuto un risultato insperato, l'ipotesi s'era mutata in certezza, la luminosità d'alcuni animali altro non era che una schiera di microbi fosforescenti che avevano preso dimora nel loro fisico; ed egli volea studiarli, per aggiunger nuove conquiste alla scienza.
— Pensa, — disse alla moglie nel suo entusiasmo, — pensa alla gioia di poter illuminare il corpo umano e renderlo trasparente; nulla allora sfuggirà all'occhio attento dello scienziato, e finalmente la medicina sarà una scienza esatta, perchè si potrà vedere come agisca la macchina interna ed ogni piccolo guasto ci sarà rivelato con precisione.
— Ma quando le malattie saranno chiare come la luce del sole, potranno essere guarite? — chiese Marcella.
— Certo sarà un passo verso la guarigione, — rispose il professore; — ma questo non m'interessa; ho già un bel lavoro davanti a me, per accertarmi che i microbi che vivono e risplendono nei miei animali acquatici, potranno vivere e propagarsi in animali d'indole diversa; sicchè ora ci metteremo all'opera e spero che il signor Aurelio, che incomincia a parlare, ci lascerà lavorare in pace.
Legare il proprio nome ad una scoperta benefica era un miraggio troppo bello, e senza trascurare Aurelio, che o dormiva tranquillo nella culla, o seduto sopra un tappeto in mezzo ad una quantità di balocchi non disturbava, Marcella preparava i vetrini, ripuliva gli arnesi, faceva annotazioni come nei tempi in cui era la migliore allieva del professore.
Nel laboratorio c'era sempre una quantità d'innocenti animaletti che servivano agli esperimenti e divertivano molto il piccolo Aurelio, che andava loro vicino, li accarezzava colle manine, e quando riusciva a tener tra le braccia un piccolo coniglio o un agnellino era tutto contento.
Quelle povere bestioline in quel tempo non vivevano che di microbi luminosi.
Il professore voleva renderli trasparenti e vedere in quali animali i microbi inoculati si propagavano con facilità e l'effetto che ne risultava.
Gli animali dal lungo pelo non erano molto suscettibili ad essere illuminati; nell'oscurità davano appena una leggera fosforescenza e solo gli occhi ne apparivano lucenti, ma quando il professore incominciò ad inoculare i microbi luminosi ai ranocchi che popolavano la vasca del giardino, solo allora potè rallegrarsi dell'esito sicuro della sua opera.
Di notte era una vera fantasmagoria; sotto la pelle sottile si vedeva trascorrere un sangue luminoso ed i ranocchi illuminati che saltavano parevano animali fantastici, immaginati da qualche scrittore di racconti inverosimili.
E quello che maggiormente sorprendeva era che i ranocchi diventavano ogni sera più luminosi e più irrequieti, e a poco a poco la luce era divenuta tanto intensa da potervi leggere come in mezzo a una corona di fiammelle elettriche.
Per molte sere quegli animali luminosi servirono di spettacolo in casa Grimani, il professore n'era contento e orgoglioso come d'un trionfo, e Marcella meravigliata riguardava il marito con crescente ammirazione.