V.
Dopo un sonno riconfortante, Valentina fu destata da un mormorìo indistinto che andava aumentando e pareva come se delle onde marine andassero ad infrangersi sugli scogli del lido. Un raggio di sole entrava dalle persiane e si rifletteva sulla parete disegnando strisce dorate.
Pensò che doveva esser tardi, scese dal letto, si vestì in fretta e aperse la finestra, impaziente di sapere da che cosa provenisse il rumore che l'aveva risvegliata dal sonno.
Un vero spettacolo festoso si presentò allo sguardo ammirato.
La piazza era piena di gente, come se fosse in aspettazione d'una festa. Sotto gli ombrelli giganteschi stavano disposte, con arte, le ceste di erbaggi tinte in tutte le sfumature di verde, da quello pallido e quasi latteo a quello forte come lo smeraldo; le carote, i pomidoro spiccavano nelle loro tinte calde, fra il verde; e i cavoli fiori giganteschi s'ammucchiavano negli angoli circondati da una corona di foglie protettrici. Le ceste di frutta estive invitavano i passanti a soffermarsi, i venditori si affaccendavano per attrarre l'attenzione dei compratori, e più di tutti le venditrici, belle, cogli occhi lampeggianti e la bocca sorridente, chiamavano la gente, si rubavano gli avventori e spesso litigavano fra loro.
Madonna Verona, sul suo piedestallo di marmo, pareva proteggere la folla che formicolava in mezzo a quella massa di erbaggi e di frutta. Ai suoi piedi l'acqua usciva da una quantità di polle disposte a cerchio, in freschi e innumerevoli zampilli, che lambivano una tazza di marmo antico e cadevano in mille spruzzi, formando una corona fresca e viva intorno ai suoi piedi.
Le venditrici facevano a gara nel portare le verdure ed i fiori sotto la pioggia refrigerante; andavano e venivano colle braccia cariche di ceste fiorite, parevano fanciulle che andassero a recare un'offerta votiva a qualche nume tutelare; andavano dai loro banchi alla fontana e dalla fontana ai banchi continuamente. Ai piedi intorno alla statua era come un tappeto fiorito; la pioggia spruzzava su quelle verdure e quei mazzi di fiori variopinti, gocce iridescenti che facevano rivivere le foglie avvizzite, e tutte s'affaccendavano onde trovare un posto per la loro merce ai piedi della fontana protettrice.
E intanto i banchi erano riforniti di verdure sempre fresche; i compratori facevano cerchio, e qualche volta dovevano aspettare il loro turno per essere serviti.
Anche Lodovico si svegliò pel rumore della folla e per lo scroscio della fontana, raggiunse Valentina sul balcone, e stette con lei ad ammirare lo spettacolo nuovo.
— Pare una festa di carnevale, — disse Valentina. — Così dovevano essere le feste che in antico si facevano in onore di Cerere e Pomona, e non si crederebbe che questa festa ogni giorno si ripete e si rinnova.
— Quanto è diverso da tutti i mercati che abbiamo veduto! Dove si trova un insieme più pittoresco? — disse Lodovico, — non è possibile confonderlo con altri perchè è unico. Quante volte l'ho veduto nei miei sogni! — E sì dicendo stava estatico e meravigliato ad ammirare il palazzo Maffei laggiù, incoronato di statue, severo, maestoso, che pareva osservare la folla plebea, quasi a distanza, e gli affreschi delle case de' Mazzanti, sorridenti ai raggi del sole che li illuminavano, e tutte quelle case di stile e forma diversa che mostravano il gusto e i bisogni di secoli differenti. — Quanto è bello! — esclamò, — e quanto mi pare più gaio della monotona linea delle nostre case di Torino.
Poi sentirono il bisogno di muoversi, di scendere in mezzo a quella folla festosa, tanto più che Lodovico voleva uscire per andare a vedere la casa del nonno.
Scesero, chiamarono Giulia che li aspettava per accompagnarli, e poi si cacciarono in quel labirinto di banchetti sotto gli ombrelloni, dove si divertirono nell'udire parlare un linguaggio quasi sconosciuto, ma molto espressivo.
Giulia conosceva tutti i venditori e dava delle spiegazioni.
Essa comperava sempre dalla signora Nene; aveva gli erbaggi più freschi e la frutta più scelta; altri, specialmente gli uomini, preferivano fermarsi dalla bella Rosina perchè aveva occhi che mandavano lampi.
— Dov'è, dov'è? — chiese Valentina, — voglio vederla.
— Eccola, — disse Giulia.
E si soffermò sotto un ombrellone, dove una siepe di gente circondava una bella ragazza fresca e robusta con due occhi neri, luminosi, e riccioli di capelli che le scendevano sul collo, sulla fronte come serpentelli irrequieti. Serviva tutti premurosamente, rideva e pareva contenta di vivere.
— A me piace più la Rossa dei fiori, — disse Giulia, — venite, vi ci conduco.
E attraversando la folla riuscirono ad un posto dove su banchetti schierati in lunga fila, c'erano i fiori più profumati della primavera: viole, rose, garofani, gaggìe, e una schiera di belle fanciulle formavano mazzolini, riempivano con arte piccoli ed eleganti canestri e offrivano la loro merce profumata ai compratori.
La Rossa dei fiori formava mazzolini di rose e viole mammole. Era alta, slanciata e intorno al capo aveva un'aureola di capelli fulvi, del colore tanto amato dal Tiziano, la carnagione candida un po' dorata, occhi castani, e in tutta la persona qualche cosa di fosforescente, di luminoso, che dava l'impressione che sarebbe bastata la sua presenza a rischiarare una stanza priva di luce.
Offerse un mazzolino a Valentina, ma Lodovico ne comprò tanti e per la sposa e per la cugina e per mandare alla zia Teresa. Erano così profumati quei fiori! Gli sembrava che avessero un profumo più intenso di quello degli altri paesi.
— È un fatto, — osservava Valentina, — qui c'è una natura esuberante, in tutto, nelle donne, nei fiori, nella frutta. Pare che in seno a questa terra si concentri un calore più intenso, come nelle viscere d'un vulcano.
— Sono stanco della folla, — disse Lodovico che aveva la sua idea fissa in mente, — se Giulia volesse condurci sul corso di Santa Anastasia....
— Prima vi voglio mostrare la piazza dei Signori; è qui sulla nostra via. Vedete, ci siamo già. Qual contrasto passare dal frastuono di piazza Erbe a questa piazza tranquilla!
— Quanto è bello! Che calma solenne, — disse Lodovico, — mi fa piacere vedere qui in mezzo il monumento di Dante, il nostro poeta più grande. Verona è una delle poche città che gli abbia eretto un ricordo di marmo.
Poi si fermò estatico ad ammirare la loggia di fra Giocondo.
— Quelle sono le statue degli illustri veronesi, — disse Giulia, — qui c'erano le case degli Scaligeri, e laggiù vi sono le tombe.
Sì dicendo s'erano avvicinati alla chiesa di Santa Maria Antica e rimasero silenziosi davanti a quell'immortale lavoro di marmi e di ferro che racchiude le ceneri dei più munificenti signori di Verona.
— La più grandiosa è la tomba di Can Signorio, — disse Giulia.
— Quali artefici ebbe il nostro paese! — esclamò Valentina, — è un sogno di marmo e il cancello è meraviglioso, pare un merletto di ferro, — poi voltasi a Lodovico disse: — Non si potrebbe rinunciare oggi a far le nostre ricerche della casa degli avi? Sarebbe così bello tuffarsi in quest'onda di arte senza altri pensieri!
— Sono impaziente di vedere la casa che mi sta fitta in capo, dopo farò quello che vorrai, — poi vedendo Valentina un po' turbata, soggiunse: — non temere, non è come pensi, sono preparato a tutto, anche a non trovar nulla, ma l'incertezza mi opprime.
— Andiamo dunque, — disse Valentina.
E Giulia li condusse sul corso di Santa Anastasia, davanti alla casa che aveva appartenuto all'avo di Lodovico.
Non avea nulla di speciale dal lato esteriore. Al pianterreno c'era una bottega che portava un'insegna colla scritta: Osteria delle due campane.
Lodovico non pensò se fosse conveniente far entrare in un luogo così volgare due signore; ma obbedendo all'impulso della sua idea fissa entrò nell'osteria. In quell'ora non era molto popolata. In un angolo due operai giuocavano a tre sette colle carte; dall'altra parte quattro uomini in maniche di camicia colla pipa in bocca e un boccale di vino sulla tavola giuocavano alla morra, e si sentiva ogni tanto fra le pareti affumicate della stanza risuonare un numero, come un razzo lanciato nell'aria.
Nel vedere entrare quei visitatori tanto inusitati, sospesero i giochi, e l'oste si avanzò sorridendo, chiedendo in che cosa potesse servirli.
Parlò Lodovico e gli disse lo scopo della sua visita. Quella casa aveva appartenuto a suo nonno; voleva visitare i sotterranei e vedere se ci fossero sepolte alcune carte importanti che dovevano esservi nascoste fino dal 1848.
L'oste lo guardò come si fa con una persona, che si supponga non sia in sè.
— Come? Per una storia così vecchia venire ad incomodarlo? Fosse almeno stato per un tesoro, avrebbe sperato anche lui di poterne avere una parte.
— Il vostro disturbo vi sarà pagato e bene, — disse Lodovico. — Mi basta aver il permesso di poter far qualche scavo, vi farò rimettere tutto a posto e non avrete alcun danno.
— Però mi permetterete di star presente a questi scavi; sapete, ho la mia merce nel sotterraneo.
— Non ho nulla in contrario, — disse Lodovico, — e vi prometto che se troveremo un tesoro sarà tutto per voi.
— Quand'è così, fate pure, — disse l'oste, — purchè sia tutto terminato prima di sera. Capite bene, la sera ho qui molti avventori e non vorrei....
— Ma anche subito, — rispose Lodovico, — fatemi, vi prego, chiamare degli uomini del mestiere.
— È meglio intanto andare a colazione, — disse Valentina.
— Se credono, — disse l'oste, — possono far colazione qui, mia moglie è una buona cuoca e vi preparerà vivande squisite, io poi ho un vino di Valpolicella che può far resuscitare i morti.
— Volentieri, — disse Lodovico, coll'intenzione di tenersi buono l'oste, ed anche perchè si sentiva attratto da quei luoghi, — se avete una stanza appartata dove poter stare tranquilli, accetto, così dopo ci mettiamo all'opera.
L'oste mostrò uno stanzino che apriva soltanto nelle grandi occasioni, quando venivano dei forestieri di riguardo, e serviva la sera ad una compagnia di signori che solevano riunirsi per fare la partita e bere qualche buona bottiglia di vino.
— Va benissimo, — disse Lodovico, — anche tu, Giulia, dovresti restare con noi.
— Vi ringrazio, — rispose la cugina, — ma la mamma starebbe in pensiero; ritornerò dopo per vedere se avete scoperto nulla; queste ricerche mi interessano, mi sembrano storie da romanzo.
Sì dicendo uscì pensando a quei cugini tanto originali che si contentavano di mangiare in una volgare osteria e si erano certo fitti in capo di trovare un tesoro. Era impaziente di raccontare quel fatto alla madre e alle vicine; infine erano divertenti e davano argomento di discorrere, e poi molto alla buona, anzi troppo, e rideva in cuor suo all'idea che si era tanto sgomentata all'annunzio del loro arrivo, temendo fossero troppo esigenti.
Valentina e Lodovico, seduti a tavola nel loro camerino, trovarono che in nessun grande albergo erano stati serviti con maggior premura, e da un pezzo non rammentavano d'aver mangiato con tanto piacere.
L'oste e la moglie erano tutti affaccendati per servirli, pronti ad ogni piccolo cenno; essi avevano scelto cibi semplici: pollo, uova, salato, e avevano trovato tutto squisito. Il vino vecchio di Valpolicella, quello delle grandi occasioni, che l'oste aveva voluto far loro gustare, così frizzante e saporito, li aveva ristorati e messi di buon umore; e gli dissero:
— È proprio vero; questo vostro vino rallegra e riscalda; ma sapete che vi ordinerò di mandarmene in Piemonte, nel paese del vino?
L'oste a quegli elogi gongolava dalla gioia e non solo avrebbe fatto scoperchiare il sotterraneo, ma tutta la casa, per contentare un signore così compito.
Egli stesso s'incaricò di far venire i muratori, e quando tutto fu pronto domandò a Lodovico da qual parte si dovesse incominciare a togliere le pietre del pavimento. Fosse il vino che avesse dato a Lodovico una specie di chiaroveggenza, o le vive imagini del suo cervello, parlò del luogo dove si trovava come se ci fosse sempre vissuto e disse:
— Una volta ci doveva essere una scala che conduceva dall'appartamento della casa direttamente nel sotterraneo.
— Me ne ricordo, — disse l'oste; — quella porta fu chiusa quando presi in affitto la bottega e la cantina. Venite, — continuò; e preso un lanternino lo condusse, attraverso ad una serie di cantine buie, in un ambiente un po' più vasto e più alto degli altri. Avvicinatosi ad una parete soggiunse: — Doveva esser qui la porta, c'è ancora qualche traccia.
La cantina era fatta a vôlta, intorno alle pareti c'erano alcune botti di grandezze diverse, poste in fila, come schiere di soldati, in ordine di battaglia; in un angolo bottiglie, fiaschi vuoti un po' in disordine, nell'aria un odore di vino dava una specie di ebbrezza al cervello.
Lodovico non s'accorse di nulla; disse soltanto:
— È qui, ricordo benissimo, il luogo è un po' mutato, ma in terra a sinistra ci deve essere una pietra con infisso un anello di ferro per sollevarla. È là che dovranno cercare; soltanto ci vorrà un po' di illuminazione.
— È presto fatto, — disse l'oste.
Dopo averli lasciati un istante, ritornò con un pacco di candele, e incominciò ad infilarle nei colli delle bottiglie vuote.
— Vedrete che illuminazione, lasciate fare. — Posò le candele accese sopra le botti; e sopra alcune tavole di legno; attaccò due lanterne alla vôlta, e quando gli parve che ci fosse abbastanza luce, andò a chiamare gli uomini affinchè si mettessero all'opera. Vennero, armati di zappe e di picche.
— Prima in quell'angolo, — disse Lodovico; — cercate se trovate un anello di ferro.
Mentre frugavano e picchiavano in tutti gli angoli, Valentina non fiatava, le pareva di sognare. Quell'illuminazione fantastica, quegli uomini intenti ad un lavoro rude, suo marito in piedi colla faccia accesa che dava ordini esatti e precisi, le faceva l'effetto di trovarsi sotto terra, in qualche miniera o nelle viscere d'un monte e che Lodovico fosse un capo da cui dipendesse l'esito d'una grande impresa.
Quegli uomini picchiavano colle picche, cercavano carponi l'anello di ferro che Lodovico diceva esistere, come se l'avesse veduto, ma non trovavano nulla.
— Cercate meglio, — diceva l'ingegnere, — ci dev'essere, almeno una traccia.... non trovate nulla? cercherò io, — e si mise carponi a toccare il terreno con crescente ansietà, — ah, ecco, — disse finalmente, — sentite qui, questo solco, questa specie d'incavo, qui era l'anello di ferro, ed ora alzate la pietra.
Non era cosa facile; l'umidità e il tempo avevano formato intorno alla pietra una specie di cemento durissimo, che non cedeva facilmente ai colpi di piccone.
Gli Arcelli erano impazienti, pareva che quegli uomini mettessero un tempo interminabile nella loro opera di distruzione.
— Presto, presto, — diceva Lodovico, — come siete lenti!
E quegli uomini picchiavano con maggior violenza, mettendo in quel lavoro tutto lo sforzo di cui erano capaci; avevano già fatto una fessura nella pietra ma procedevano lentamente come se si trattasse d'infrangere un masso di granito.
— Coraggio, avanti, forza, provate a cacciare una leva nella fessura.
— Bisogna picchiare ancora e molto, prima di sollevare la pietra, — dicevano gli operai.
— Se vi riuscite, avrete una buona mercede.
Quelle parole pareva avessero dato agli operai nuovo vigore e ripresero il lavoro con maggior lena.
Come parevano eterne quelle ore ai due sposi impazienti!
Finalmente la pietra si mosse e un urlo di gioia uscì dalle labbra di tutti.
La pietra era pesante e, quantunque stanchi, fecero uno sforzo supremo per sollevarla; l'abisso era scoperchiato.
Lodovico si avvicinò, ma dovette subito ritrarsi, un tanfo asfissiante usciva da quell'apertura.
— Scoperchiate ancora, che l'aria entri, se vogliamo poi entrare noi pure.
E levarono con maggior facilità un'altra pietra.
— Io posso entrare, — disse un operaio, — noi siamo abituati a queste cose, in ogni caso legatemi ad una corda; se mi sentirò male vi darò uno strappo e mi solleverete.
— Per carità, state attenti, — raccomandò Valentina, — si fa presto ad asfissiarsi.
— Non c'è pericolo, — disse l'operaio più coraggioso, — tenete la corda, ecco, son pronto, — e sì dicendo scomparve nella buca.
Gli altri, e più di tutti Lodovico e Valentina, stavano attenti, silenziosi, coll'ansietà di chi attende un avvenimento insolito. Ad un tratto si udì uscire un'esclamazione.
— Avete trovato? — gridò Lodovico.
— Sì, un involto.... c'è dentro qualche cosa, non capisco, è duro, pare di legno.
— Su, su, vediamo.
— Ecco, sento come una palla.
— Su, su, presto, — diceva l'oste.
Lodovico non parlava, aveva il cuore che pareva gli scoppiasse, teneva Valentina per mano, stretta come in una morsa di ferro.
Valentina era trepidante. Nessun ricercatore di città sepolte avea mai provato il sentimento d'aspettazione ansiosa che essa provava in quel momento. L'operaio salì recando in mano un teschio.
— Dio mio! — esclamò l'oste, — altro che tesori!
— Ancora, ancora, — disse Lodovico, — scendete, portate il resto, ci dev'essere un altro teschio e poi altre ossa ancora, due scheletri ci devono essere.
— Siete forse un mago? — disse l'oste, — ma che cosa avverrà? crederanno che qui sia stato assassinato qualcuno e la mia bottega ne scapiterà.
— Non temete, — disse Lodovico, — questi scheletri son là sepolti da cinquant'anni; nè voi nè io eravamo nati in quel tempo.
— E come fate a sapere?
— Non so, mi son fatto un sogno.
Altre ossa erano uscite dal sotterraneo, poi carte, pezzi di giornale e l'involto di tela ammuffito: erano due scheletri come aveva detto Lodovico, però gli operai dicevano di dover dichiarare all'autorità la scoperta fatta.
— Fate pure, tanto io voglio chiedere il permesso di dar a quelle ossa degna sepoltura, — disse Lodovico.
Intanto fece collocare le ossa in una cassa, in un angolo tranquillo che formava quasi una nicchia, per poter attendere il permesso del municipio prima di muoverle dal posto dove erano state trovate.
L'oste era avvilito; s'aspettava di veder scintillare oro ed argento, e invece dovea tenersi chissà per quanti giorni quella funebre compagnia; si sentiva venire i brividi al pensarci, e si pentiva d'aver dato il permesso a Lodovico di far delle ricerche nella sua casa.
Si consolò quando l'Arcelli gli mise in mano una bella somma di danaro, e gli promise di ritornare il giorno dopo.
— E me li lascerete molto in deposito? — disse accennando agli scheletri.
— No, li farò portar via al più presto possibile; vi raccomando intanto che non sieno profanati, chiudete a chiave il sotterraneo.
L'oste rabbonito dal ricco dono promise ogni cosa, e Lodovico e Valentina uscirono e s'avviarono verso casa, colla testa piena d'idee che si confondevano, si accavallavano nel cervello e un bisogno di espandersi e di parlare e dar sfogo al cumulo di pensieri da cui erano oppressi.