SCENA SECONDA

SCIPIONE, MASSINISSA.

MASSIN. Scipione, io mai piú lieto non ti abbraccio, che quando io riedo vincitor: piú degno mi pare allor d'esser di te.

SCIP. Gran parte dell'armi nostre, o Massinissa, omai fatto sei tu; di gloria fabro a un tempo a me tu sei: quindi sa il ciel, s'io t'amo; e tu lo sai.—Ma, dimmi: (al roman duce or non favelli; al tuo Scipion favelli) riedi tu, dimmi, vincitor davvero?

MASSIN. Cirta espugnata, e per mia man distrutta; rotto e disperso ogni guerriero avanzo del morto re…

SCIP. Che parli? e ignori ancora, che respira Siface?…

MASSIN. Oh ciel! che ascolto?..

SCIP. Spento in battaglia, è ver, la fama il volle. Ei nella pugna ferito cadea, ma non grave era il colpo; e preso quindi da Lelio, entro al mio campo ei prigioniero…

MASSIN. Vivo è Siface? in questo campo?…

SCIP. Il frutto migliore egli è della vittoria nostra.— Ma, che fia? Tu ten duoli?…

MASSIN. Oh!… che mai… sento!… Dal mio stupor… Ma… tu, perché mi accogli in sí freddo contegno?… Entro il tuo petto che mai rinserri?

SCIP. Ah Massinissa! in petto tu bensí chiudi, e al tuo fedele amico tu, sí, nascondi un grande arcano. In volto, piú che stupor, duolo e furore a prova ti si pingono: or, donde in te potrebbe ciò nascer mai, se ostacolo a tue mire il risorto Siface omai non fosse? Ah Massinissa!—Io tutto so; mel dice il tacer tuo: per te null'altro al mondo io temea. La tua gloria, e in un la mia, oscurata esser può da colei sola, ch'ora in campo traesti. In Cirta al fianco io non ti stava: all'amistá lontana quindi anteposto hai tu d'amar le fiamme. Ma pur, di te non io mi dolgo; ah! prova larga ben or mi dai d'amistá vera, trar non volendo la tua preda altrove, che nel mio campo; e nel voler deporre in cor soltanto al tuo Scipion le fere tempeste del tuo core.

MASSIN. —Inaspettato mi giunge il viver di Siface.—Io sposa Sofonisba sperai: promessa fummi, pria che data a Siface: ei mal la seppe difender contro all'armi nostre; e nulla a un vinto re, preso in battaglia, resta. Pur, benché vinto, è d'alto cor Siface; a lungo omai, son certo, all'onta sua ei non vuol sopravvivere.—Ma, sia di lui che vuole, odi, o Scipion, miei sensi.— Caldo e verace amico a lunga prova tu conosciuto hai Massinissa: or sappi, che al par verace e ancor piú ardente amante, nullo ostacolo ei cura. In cor numida non entra mai tiepida fiamma: o sposo io sarò dell'amata Sofonisba, o con lei spento. Entro al tuo campo io stesso mi affrettai di condurla: era quí solo pago appieno il mio cor; quí ad alta voce gloria, onore, amistá, virtú mi appella; senza tradire l'amor mio, quí spero tutti adempir gl'incarchi miei. Dal duce, e in un dal fido amico, udir vogl'io, come Cartagin debellare affatto si debba omai; come possanza e lustro debba accrescersi a Roma, e gloria a noi; e come, in fin, me far felice io possa.

SCIP. Piú che d'unico figlio, a me (tel giuro) duol del tuo cieco giovenile errore, che travíar ti fa. La gloria nostra, la possanza di Roma, la imminente total rovina di Cartago, e l'alta felicitá tua vera, in noi ciò tutto stava finora; anzi che vinto in Cirta tu soggiacessi a femminile assalto: ma, tutto a te tolto hai tu stesso, e a noi, coll'amar tuo fatale.—Ma no; sordo esser non puoi di tua virtude al grido; esser non puoi contra Siface istesso, ingiusto tu; né mai crudel né ingrato al sol tuo amico esser tu puoi. La vita di Siface or condanna, e rompe, e annulla questo amar tuo: né mai…

MASSIN. Né mai?… Quest'oggi sará mia sposa Sofonisba; io 'l giuro. E se protrar col viver suo Siface vuol la sua infamia, e il dolor mio, me debbe ei stesso quí, di propria man, col suo brando svenarmi; o per mia man svenato ei cader oggi.

SCIP. È prigioniero, è inerme fra noi Siface; e a Massinissa in core vil pensiero non cape.—Or, tu vaneggi; ma certo io son, che se al tuo sguardo occorre quell'infelice re, tu, generoso, dall'insultarlo lungi, ah! sí, tu primo ne sentirai pietá.—Ma, posto ancora che in modo alcun, sia qual si voglia, spento Siface cada, e possessor tranquillo quindi sii tu di Sofonisba; a quale partito allor pensi appigliarti?

MASSIN. —A Roma, e al mio Scipione eternamente avvinto, nulla mi può…

SCIP. Ma, piú di Roma, or dimmi,
Sofonisba non ami?

MASSIN. —Io?… Ciò non voglio
saper, per ora.

SCIP. Oh sfortunato amico! Io giá 'l so, pria di te. So, che posposto l'util tuo vero, e la ragione, e i sacri di gratitudin, d'amistá, di fede severi nomi, a rio destino in preda precipitar ti vuoi. Non puossi a lungo al fianco aver d'Asdrubale la figlia, e rimaner di Roma amico, e farsi distruttor di Cartagine. Compiango caldamente tua sorte. Ai re nemici di Roma, il sai, qual fera sorte avvenga, o tosto, o tardi. I detti miei non sono minacce, no; deh! tu nol creder: tolga, tolga il cielo, che mai del giusto sdegno di Roma in te, ministro farmi io voglia! Questo mio brando, che a riporti in seggio valse, ah! no mai, col non minor tuo brando, ch'or tante aggiunge alte vittorie a Roma, al paragon, no, non verrá: la punta pria volgeronne al petto mio: ma, dimmi: son Roma io forse? un cittadin privato io son di Roma, il sai; né manca ad essa consiglio, ed armi, e capitani. A queste spiagge altro duce, con ugual fortuna, con maggior senno, e con minor pietade, verrá in mia vece; e rammentar faratti la mal serbata tua fede giurata.

MASSIN. Or, vuoi tu ch'uom, ch'è di Scipion l'amico, al terror di futuro e incerto danno doni ciò, ch'egli all'amistá pur niega? Mal mi conosci.—Io ti domando, in somma, se di Cirta espugnata col mio ferro, co' miei Numidi, e col lor sangue e il mio; se di Cirta appartiene oggi la preda a Roma, o a me: se sposa mia promessa, da me sol Sofonisba or quí, condotta, s'ella è regina quí, s'ella m'è sposa, o s'ella è pur schiava di Roma.

SCIP. —Ell'era, e ancor (pur troppo!) di Siface è moglie.

MASSIN. T'intendo. Oh rabbia!… E speri tu?…

SCIP. La scelta, Massinissa, a te lascio: inerme io sempre mi aggiro quí; da' tuoi Numídi farmi svenar tu puoi; piantarmi in cor tuo brando, tu stesso il puoi; ma, se tu me non sveni, ir non ti lascio a tua rovina. Ov'abbi cor di voler tu la rovina mia, io vi corro per te. Serba tua preda: Roma, il senato, accusator mi udranno di me stesso; dirò, che alla privata amistá nostra e il ben di Roma, e il tuo, sagrificar mi piacque: e in premio avronne dell'amistá ch'ebbi per te non vera, la vera infamia mia.

MASSIN. Scipion; m'è cruda piú mille volte or l'amistá tua troppa, che non lo foran le minacce, e l'armi… Misero me!… mi squarci il cuor.—Ma, trarne nulla può il dardo radicato e saldo, che amor v'infisse. Alla insanabil piaga dittamo e tosco il tuo parlare a un tempo mi porge: ahi! questo è martír nuovo…—O ingrato fammi del tutto, e qual nemico intero trattami; o meco, qual pietoso amico, servi al mio mal… Pianger mi vedi; e il pianto rattener puoi?—Che dico? ahi vil! che ardisco dire al cospetto io di Scipione?—Insano finor mi hai visto, or non piú, no.—Fra breve saprá Scipion, di Roma il duce, a quale immutabil partito al fin si appiglia il re numida Massinissa.

SCIP. Ah! m'odi…