V.
Alfredo di Camporolle si avanzò sollecito, colla garbata agiatezza di portamento che ha un gentiluomo avvezzo al lustro dei saloni e al fuoco degli sguardi delle più eleganti assemblee; prima di salutare nessun altro, prima di pur mostrare d’accorgersi della presenza di altri, andò premuroso verso la contessa, ne prese la mano ch’essa gli porgeva e la baciò, con una galanteria piena di reverenza.
— Signora contessa, — diss’egli poi con accento compagno a quell’atto; — le sono riconoscente, proprio dal profondo del cuore, della grazia ch’Ella mi fa di lasciare che anch’io, in questo giorno per loro così sacro, venga a recare il piccolo tributo del mio culto alla memoria di quell’uomo impareggiabile, che s’io non ebbi la fortuna di conoscere di persona, ho pure il bene di poter apprezzare ed ammirare nella famiglia in cui le virtù di lui sopravvivono.
La contessa Adelaide, prima di rispondere, volse uno sguardo al ritratto dell’estinto, come per consultarlo: di mezzo alla cornice dorata, la figura grave e pensosa del fu conte-presidente pareva rivolgere benevola il suo serio sorriso sulla cervice chinata di Alfredo.
— Signor conte, — rispose poi la vedova Sangré, con voce alquanto commossa: — son io anzi che la ringrazio, noi che la dobbiamo ringraziare del suo gentile pensiero. Dicerto tutti quelli che si associano a noi per onorare la memoria di quel caro che abbiamo perduto, possono contare sulla nostra simpatia, sulla nostra gratitudine.
— Ah, signora contessa! — esclamò Alfredo con calore contenuto e con evidente commozione: — che cosa non farei per rendermi degno almeno della prima!
Si volse e si trovò innanzi Ernesto di Valneve, che gli tendeva sorridendo le mani; si abbracciarono come due buoni e amorosi fratelli.
Il marchese Respetti, che nelle sue gite a Torino non aveva ancora mai avuto il caso d’incontrare il Camporolle, domandò piano chi fosse quel giovane al povero Giulio che si mordeva sempre più le labbra e aveva strappati tutti gli altri bottoni dei suoi guanti.
Giulio rispose come se avesse qualche amara medicina in bocca:
— Alfredo di Camporolle, un conte.... di Lugo.
Albina in quel momento rispondeva tranquilla, aggraziata come sempre, gentile al solito, al saluto che le rivolgeva Alfredo commosso.
— E ora, Ernesto, — disse la contessa Adelaide al suo primogenito, — presenta il conte di Camporolle ai nostri buoni cugini.
La presentazione ebbe luogo in tutte forme; ma Alfredo sentì che nessuna corrente di simpatia si stabiliva fra lui e il marchese, e che questi aveva una certa diffidenza e fors’anco un certo mal animo nello sguardo con cui l’osservava.
E ora tutti si sono rivolti al ritratto del morto; la contessa in mezzo nel suo seggiolone, sola seduta, a’ suoi lati, a destra Albina, a sinistra la marchesa Sofia, poi in semicerchio gli uomini, così che Ernesto ed Enrico ai due capi chiudono la piccola schiera.
Succede un momento di silenzio.
È il primogenito dei figli che lo rompe.
— Padre mio, — dice con voce contenuta, in cui vibra tuttavia una profonda emozione, — ho fede che tu sei qui con noi, che tu ci leggi in cuore. Guarda nel mio, scrutalo nei suoi più nascosti recessi; oso sperare che il tuo sguardo di spirito non ci potrà incontrar nulla che sia la traccia d’un affetto, di un sentimento indegno di te, del nostro nome. A te vivente, io, disgraziato, fui cagione di non lievi dispiaceri, e tu generoso, m’hai perdonato: oh vedi ora se del tuo perdono mi son fatto meritevole!
La madre lo interruppe.
— Sì, figliuol mio; in nome di lui io te lo dichiaro, io, a cui non hai dato più colla tua condotta che motivi di consolazione e d’orgoglio.
Ernesto Sangré si coprì con tuttedue le mani la faccia, come per non lasciare scorgere la soverchia emozione che vi si dipingeva, come per frenarla e cancellarne le mostre, e rimase immobile e muto.
Il marchese Respetti prese lui a parlare.
— Non poteva essere altrimenti di chi ha nelle vene il sangue del conte-presidente di Valneve. A quell’uomo egregio che fu amico intimo, quasi fratello a mio padre, che fu mio amoroso padrino, mio assennato consigliere, che cosa non devo io pure? Mentre io era assente, a mio padre infermo egli diede la più amorosa assistenza, fu di lui, reso immobile, la mano, il braccio, il pensiero; lo tenne al suo seno amoroso negli ultimi spasimi dell’agonia, gli chiuse con amorosa destra gli occhi... Oh! l’anima santa di Ernesto Sangré, conte di Valneve, vedrà pure che l’omaggio ch’io rendo qui con voi alla sua memoria è il più sincero, il più commosso che possano dare il cuore e la mente d’un uomo.
La contessa Adelaide si rasciugò gli occhi e tese la mano al Respetti.
— Grazie, mio buon Ernesto, — gli disse. — Come mi riesce caro chiamarvi col nome che aveva, il mio buon compagno, che ha il mio figliuolo!... Grazie, del vostro affetto. L’emozione che voi mi date mi è soave, mi solleva. Nulla mi è più gradito che udire ricordati lo sposo mio e i meriti suoi. — E volgendosi al ritratto soggiunse: — Tu lo vedi, mio diletto, tu lo vedi ora, meglio che quando eri fra noi, di quanto amore, di quanta venerazione facciamo omaggio alla tua virtù, alla tua bontà, alla tua memoria! Ora fra di noi non c’è più che la tua immagine; in questo giorno son cinque anni che tu ci hai abbandonati; ma noi ci stringiamo intorno a questa immagine tua, come ci stringevamo intorno a te, e ti preghiamo di amarci, di ispirarci, di guidarci per le vie del mondo... Sì, perchè tu, anch’io ne son certa, tu sei qui con noi, e come vegli sulle nostre esistenze, ora sorridi al nostro affetto e benedici alla nostra tenerezza.
Si coprì gli occhi col fazzoletto e pianse silenziosamente; tacite lagrime rigavano le guancie di tutti.
Ernesto Sangré si riscosse dopo un momento; fece un passo verso la contessa e disse con accento supplichevole:
— Madre nostra!... Colui che non è più, il capo della nostra famiglia, il padre, oggi stesso, cinque anni sono, ci benediceva morendo; ora ci ripeta Lei quella benedizione, o madre, se le sembra che la meritiamo; ci benedica e parrà ai figli suoi di udire dalla sua bocca le benedizioni del padre che abbiamo perduto.
— Oh sì, mamma, — esclamò Albina, piegandosi verso la contessa: — scenda su di noi, per le sue labbra, la benedizione del padre nostro!
— E possiamo, noi, — aggiunse Enrico, — venir sempre più degni di Lei e di Lui che certo veglia su noi dal cielo.
La madre tese le braccia verso i figli che vennero a inginocchiarsele ai fianchi: essa li abbracciò, poi mise le mani sul capo dei maschi e quindi sulle chiome di Albina.
— Sì, — disse, — vi benedico, e vi benedice vostro padre di lassù. Voi siete l’unico mio conforto nella vita, l’unica mia consolazione nel dolore. Iddio vi darà anni molti e felici, perchè onorate i vostri genitori, e io lo prego che vi conceda dei figli che sieno a voi quello che foste pel padre e per la madre vostra.
Poi li baciò un dopo l’altro lungamente sulla fronte.
Un quarto d’ora dopo, un discreto grattare all’uscio indicava che alcuno domandava permesso di entrare.
Il primogenito dei figli interrogò collo sguardo la madre, la quale fece col capo un segno di assentimento.
— Avanti! — disse la voce franca e vibrata del maggiore delle guardie.
L’uscio si aprì adagino e comparve il vecchio domestico Tommaso, con due lacchè dietro le spalle.
— Signora contessa, le carrozze sono in ordine: — disse Tommaso.
La vedova Sangré s’alzò.
— I nostri cappelli e mantelli: — disse.
Le cameriere, che erano pronte cogli oggetti domandati nella sala vicina, accorsero e vestirono le due signore. La contessa Adelaide prese il braccio del marchese Ernesto Respetti-Landeri.
— Conte di Camporolle: — diss’ella poi: — se ci vuole accompagnare alla messa funebre, offra il braccio alla marchesa Sofia.
Il giovane fece un profondo inchino e obbedì.
Giulio stava lì interito, guardando dietro Alfredo con occhio punto benigno, allorchè sentì una mano lieve lieve passare nella ripiegatura del suo braccio.
— E tu, Giulio, sii il mio cavaliere: — gli disse la voce soave di Albina.
Egli arrossì, poi impallidì, e mosse i primi passi quasi vacillando.
I lacchè aprirono gli usci a due battenti per dar passaggio alla comitiva. Tommaso restò l’ultimo lasciando passare innanzi tutti, curvo in atto di reverenza; quando fu solo nel salone, andò innanzi al ritratto, pose la pezzuola sopra una seggiola, vi salì sopra tanto che la sua bocca arrivasse fino all’altezza della mano dipinta del morto padrone, e su quella mano posò un leggero rispettosissimo bacio, poi discese e corse in chiesa anche lui.