XIX.
Il conte di Cavour attendeva nel suo gabinetto al ministero il marchese Respetti-Landeri, e questi fu introdotto presso di lui.
Parlarono lungamente delle cose politiche; ma quando tutto fu esaurito quel tema, il Cavour medesimo, pel primo, uscì fuori con queste parole:
— Lei mi aveva richiesto di certe informazioni sopra un cotale....
— Il conte di Camporolle: — soggiunse vivamente il marchese.
— E io sono lieto di poter soddisfare per intiero o quasi la sua curiosità. Ci abbiamo ora qui un famoso poliziotto; un cotale che appartenne già alla polizia piemontese dei tempi del commissario Tosi, e ci veniva dalla polizia papale; dopo la proclamazione dello Statuto fu mandato a spasso e trovò aperte a raccoglierlo le braccia della polizia austriaca, la quale lo regalò al fu duchino di Parma per farsene un suo direttore di buon governo. Assassinato il duca.... nel qual fatto forse costui ci ebbe qualche piccola parte.... la reggente lo mandò via, ma contentandolo di denari: ed egli passò al nostro servizio segreto....
— E V. E. si fida di codesta razza di gente? — non potè a meno d’interrompere il marchese.
Cavour fece il suo malizioso sorriso.
— Non mi fido, — rispose, — ma me ne servo; e l’assicuro che, per chi sa adoperarli, costoro sono utilissimi stromenti. Or dunque costui, che appartenne oramai a tutte le polizie dei governi italiani, saprebbe scovare in mezzo alle tenebre più fitte il segreto di non so chi; nel caso nostro poi, la fortuna vuole che con quel signor conte di Camporolle egli a Parma siasi trovato in importanti rapporti.... Breve: io faccio venire quel tale, e dietro mio ordine egli dirà a Lei di quel giovane quanto certo non direbbe a persona al mondo per nessun riguardo e dietro nessun compenso.
Il marchese Respetti ringraziò vivamente.
Dieci minuti dopo entrava nel gabinetto del ministro un uomo attempato, senza barba, dalla faccia color di rame, dagli occhi affondati, dalle labbra sottili, senza luce di sguardo, senza espressione di fisonomia, o, come i lettori hanno capito, il Pancrazi, già direttore della Polizia parmense.
Questi, al comando del conte di Cavour, si diede ad esporre minutamente tutta la storia che egli conosceva a perfezione di Alfredo Corina conte di Camporolle: parlò con voce sorda, lenta, in modo ordinato, con chiarezza, con esatta citazione di date e con assoluto rispetto alla cronologia. Cominciò dalla fede di battesimo, in cui disse esservi già un mistero. Il bambino battezzato col nome d’Alfredo era stato registrato dal vecchio prete di campagna, sulla testimonianza di Matteo Arpione piemontese e di Giovanni Carra parmigiano, come figlio legittimo del nobile signor Alfredo Corina di Lugo premorto e della signora Giuseppina Ressi di Macerata, uniti in legittimo matrimonio, come provava l’atto autentico di cui si presentava copia; ora il Pancrazi sapeva che nei registri della chiesa parrocchiale di S. Giovanni in Macerata, sotto la data dell’ottobre 1832 eravi l’atto mortuario di Giuseppina Corina nata Ressi, e quindi era impossibile che costei potesse avere un figlio l’anno dopo in un villaggio presso Parma. Il bambino, sempre col nome di Alfredo Corina, veniva allevato come ricco: e invece a Lugo si sapeva che i Corina erano morti non lasciando sostanza nessuna, e l’ultimo di essi, il supposto padre di Alfredo, partitosi da Lugo nel 1831 con Matteo Arpione, era morto l’anno seguente e non aveva potuto in sì breve tempo guadagnare una fortuna. Più tardi l’Arpione, a nome di Alfredo, era venuto ricomprando tutte le terre e il palazzo che erano stati dei Corina, e aveva quindi ottenuto pel giovanetto il titolo di conte a suon di denaro. Detto brevemente dell’infanzia e dell’adolescenza d’Alfredo, il Pancrazi si fermò più a lungo sul soggiorno di lui in Bologna; narrò come in questa città egli conoscesse una famosa avventuriera che si faceva chiamare la baronessa di Muldorff, se ne invaghisse perdutamente e ne diventasse evidentemente l’amico e il compagno. Costei era niente meno che un agente segreto della Polizia austriaca, e in Bologna era venuta appunto per commissione di Vienna, ad esplorare gli umori e i disegni della gioventù liberalissima di quella così importante città dello Stato Pontificio; e qui il poliziotto non diceva chiaro, ma lasciava capire che forse il giovane Alfredo aveva aiutato in quel còmpito la maliarda che lo aveva stregato. Dopo Bologna ecco Alfredo, per ordine preciso di quella trista donna, venirsene a Parma dove ella un po’ più tardi lo raggiunse. A Parma furono lettere commendatizie procurategli dall’avventuriera che lo introdussero e in Corte e presso i principali personaggi del Governo; a lui stesso, che era direttore di polizia, narrò essere venuta lettera di colei a favore di quel giovane. Il duca di Parma lo prende a benevolere, lo tratta con famigliarità, lo sollecita a venire a Corte, lo va a trovare famigliarmente nel palchetto a teatro, lo fa segno di carezze e di oltraggi a seconda del suo umore, come pratica con tutti i suoi favoriti. Una volta fra le altre, — il Pancrazi diceva di non saperne il perchè, — in presenza di tutti i cortigiani, il duca investì il giovane con ogni fatta d’improperi, e l’obbligò per ultimo a mettersi in ginocchio e domandargli perdono, e lui, Alfredo vi si piegò.
Il marchese Respetti a questo punto non potè frenare un’esclamazione e un atto di disprezzo.
Quell’altro continuava:
— Calcolando sul desiderio di vendetta che aveva dovuto fargli nascere codesta umiliazione, certuni che congiuravano contro la vita del duca, pensarono che il Camporolle si farebbe volentieri loro complice e mandarono a tentarlo. Egli accettò, fu ammesso alle segrete adunanze, e anzi deve aver giurato di eseguire egli stesso il colpo; ma quando tutto era preparato e la congiura doveva aver effetto, ecco presentarsi al ministro W... quel tale Matteo Arpione, che è l’anima dannata di questo Alfredo, e come era già venuto a rivelare a me che il conte di Valneve e l’ufficiale austriaco dovevano battersi a Castel San Giovanni, rivelava a sir Tommaso che il duca doveva essere ammazzato, chiedendone in premio la salvezza di uno dei cospiratori, cioè di Alfredo Camporolle.
— E ch’egli sapesse?... — proruppe il marchese: — Oh sarebbe troppa infamia!
Il Pancrazi si strinse nelle spalle.
— Io questo non affermo, nè nego: — disse colla sua voce monotona, piena d’indifferenza. — Certo dove il conte Sangré e l’austriaco si dovessero battere, quell’Arpione non aveva potuto apprenderlo che dal conte Alfredo, il quale era padrino del primo dei due campioni; e l’esistenza della congiura mi pare impossibile l’abbia potuta conoscere da altri. Io pensai bene ad ogni modo farli arrestare tuttedue...
— E il colpo così potè esser fatto da un altro? — disse maliziosamente il Cavour battendosi le nocche delle dite con un tagliacarte.
— Ma allora, — disse facendo una smorfia molto significativa il Respetti, — colui sarebbe niente meno che un rivelatore... o per disgrazia o di proposito!
— No, non credo che si possa dire codesto di lui: — esclamò con qualche vivacità il ministro. — Si ricordi, marchese, che quel tale andò soldato volontario in Crimea e vi si battè valorosamente, e ciò non è da anima bassa.
— Io non ho più nulla da aggiungere sul conto di quell’individuo: — disse freddamente il Pancrazi, come per sollecitare il suo congedo; e il ministro glie lo diede con un atto della mano a cui egli fu lesto ad ubbidire, sparendo dietro la portiera, dopo aver fatto un profondo inchino.
— Ed ora, caro marchese, — disse il Cavour, rimasto solo col Respetti, — non ho bisogno di raccomandarle riguardo a tutto questo la maggior prudenza possibile.
— Eccellenza, — rispose il marchese, — di quello che ho appreso, io mi servirò soltanto per iscongiurare il pericolo d’una disgrazia per la famiglia Sangré: e ciò farò, glie lo assicuro, colla maggior prudenza possibile.
E invero se le cose fossero state condotte interamente dal marchese, egli avrebbe fatto di tutto per evitare ogni scandalo, e ci sarebbe probabilmente riuscito; ma qui si ebbe da fare coll’impetuosità, coll’orgoglio, collo sdegno intollerante e superbo del cavaliere Enrico, a cui ogni consiglio di temperanza pareva debolezza e peggio.