XXVIII.

Secondo l’intesa avuta co’ suoi padrini, Alfredo s’era ritirato a casa e di là non uscito più, per aspettare che venissero a comunicargli il risultato delle trattative coi rappresentanti dell’avversario. Fossero anche stati solleciti a venire da lui colla risposta, il giovane avrebbe pur trovato lungo il tempo dell’attesa: figuratevi ora che cosa dovesse provare, quando vide passare il pomeriggio, sopraggiungere la sera, inoltrarsi la notte e non comparire nessuno. La sua divenne impazienza dolorosa, irritazione nervosa, un malessere, una rabbia, un’angoscia. Finalmente, verso mezzanotte i padrini da lui scelti si presentarono freddi, rigidi, rinchiusi nei più stretti limiti della cortesia.

Dissero essere stati fino allora al club a discutere sul caso coi mandatarii del cavaliere Sangré e con parecchi gentiluomini de’ più esperti e autorevoli in fatto di quistioni d’onore, de’ quali essi avevano per favore domandato l’intervento e il consiglio, perchè davvero il quesito che loro veniva a proporsi aveva assunto carattere di tal gravità, che si erano peritati a scioglierlo da soli.

La freddezza delle parole e del contegno, la serietà formalistica con cui ora gli parlavano que’ due, i quali prima erano usi a trattarlo con amichevole domestichezza, fecero penosa impressione in Alfredo; gli parve di vedere in coloro non più due sostenitori, ma quasi nemici, o almeno giudici severi, mal disposti verso di lui. Si sentì agghiacciare; guardò come trasognato l’uno e l’altro e balbettò:

— Dunque?.... Che decisione?.... Lo scontro?....

— Per ora lo scontro non può aver luogo, — rispose il più vecchio dei due padrini. — così fu deciso, dopo lunga discussione, all’unanimità.

— Come!.... Perchè?.... — susurrò Alfredo impallidendo vieppiù e guardando sempre più smarrito.

E l’altro con fredda e crudele franchezza:

— La ragione è facile a capirsi. O le accuse fatte dal cavaliere Sangré sono vere; e allora ogni gentiluomo non può a meno di riconoscere ch’egli non deve battersi con tale che le ha meritate...

Alfredo ebbe una scossa come preso da un subitaneo brivido, ma non aprì bocca; il padrino continuava:

— O sono false; e allora prima di acconsentire a battersi con lui, hai il diritto di esigere ch’egli esprima il suo rincrescimento per averle accolte.

Camporolle fece uno sforzo per superare uno scoramento, un’amarezza, una disperazione di cui sentiva invadersi tutto.

— Questo è un andar troppo per le lunghe, — disse, — e io ho premura di vendicare il mio onore, di avere riparazione all’oltraggio.

— Qui ora non si tratta di far le cose presto, ma di farle bene, che se n’esca dalle due parti senza equivoci, colle cose nette e chiare come la luce del sole. La riparazione che ne otterrai sarà tanto più bella e solenne. Appuriamo dunque ben bene ogni vicenda, e noi che abbiamo accettato di assisterti, siamo disposti a metterci tutta la nostra buona volontà e saremo lietissimi di giungere a quella conclusione che tu più desideri. Ma per questo bisogna che tu ci aiuti e ci dia tutti quegli schiarimenti e informazioni che ci possono occorrere.

La confusione, lo smarrimento e la scoraggiata amarezza crescevano nell’anima d’Alfredo; quel vedere posto in discussione e circondato di dubbi il suo essere medesimo, il suo nome, il suo onore, lui che nella vita breve, ma avvicendata fino allora trascorsa, credeva pure aver dato prove innegabili di valore, di generosità, di nobiltà d’animo, lo affliggeva e umiliava; si sentiva come preso da una rete sottile che lo venisse via via avvolgendo e le assaliva la voglia di dare un grande strappo, rompere quelle maglie che si affittivano sempre più di convenienze, di formalità, di quistioni quasi leguleie, e vendicarsi e farsi ragione da sè colla violenza.

— Che schiarimenti? Che informazioni? — diss’egli, quasi non sapendo che cosa veramente si dicesse.

— Ecco, — risposero gli altri: — scorriamo una ad una tutte le accuse lanciate da Sangré che i padrini di lui posatamente confermarono. Noi t’interrogheremo, e tu farai a distruggerle colle tue risposte, cui certo sosterrai con valide prove.

Sedettero, assunsero l’aria di inquisitori e cominciarono senz’altro. Alfredo credeva di stupidire.

— Per prima cosa ci si presentava il fatto della falsificazione che ci sarebbe nel tuo atto di battesimo. La donna che in esso è scritta come tua madre, sarebbe morta fin da un anno prima. Sai tu dirci qualche cosa in proposito?

— Io non so nulla... e credo quella una delle più sciocche e più inique menzogne del mondo.

— Speriamo che sia; ma siccome questa allegazione è appoggiata dall’affermazione di un fatto positivo, cioè dall’esistenza dell’atto mortuario di quella donna in Macerata, così scriveremo colà per averne esatte notizie.

Alfredo curvò il capo e non parlò.

— Poi viene l’origine della tua fortuna...

Il giovane ebbe un fiero lampo di sdegno nello sguardo.

— Perdonaci, — s’affrettò ad aggiungere quell’altro. — È nostro dovere, ed è anche tuo massimo interesse, dal momento che sono venuti a galla simili sospetti, il farli dileguare completamente. Senza questa condizione noi non potremmo continuare a rappresentare le tue parti. Si afferma adunque che i signori Corina di Lugo, tua nonno e tuo padre, non avrebbero lasciate ricchezze di sorta, ma invece dei debiti. Col tuo nome furono ricomprati tutti gli antichi possessi della famiglia e ancora aumentato di molto il patrimonio. Come avvenne ciò? D’onde ti giunsero quei capitali?

— Che so io? — rispose Alfredo quasi sbalordito e potendo oramai frenare a stento l’impazienza. — Codeste sono domande da farsi al mio intendente...

— Che sarebbe?...

— Chi ha sempre amministrate le mie sostanze, mentr’io ero bambino e in età minore, fu Matteo Arpione.

I due gentiluomini si guardarono.

— Ah! — fece quel primo, — è strano che di queste tue attinenze piuttosto intime con colui non se ne sia mai saputo nulla.

Alfredo arrossì.

— O che l’avevo da pubblicare su per i muricciuoli? — proruppe con vivacità irritata.

— Tu conoscevi qual uomo si fosse colui?

— Fu servo e obbligato di mio padre; quando questi morì, lasciò a lui l’incarico di vegliare su me e sui miei interessi. Che cosa avevo da sapere io? Quando conobbi chi egli si fosse lo allontanai da me e cessai affatto di valermi de’ suoi servigi.

L’interrogatore tacque un momento: il suo volto prese una ancor maggiore serietà; si vedeva che stava per toccare di cose che gli parevano anche più gravi.

— Però, — riprese poi, — quando tu fosti a Parma nel 1854, tu non ti eri tuttavia liberato di lui....

A queste parole che gli destavano il ricordo ingratissimo delle vicende avvenutegli in quella città e a quel tempo, Alfredo si turbò.

— No... cioè sì: — rispose. — Fu appunto allora che avendo appreso da Ernesto Sangré chi egli si fosse, lo scacciai.

Vi fu un’altra breve pausa.

— A Parma, — ricominciò quell’altro, il quale, a seconda che progrediva nel suo interrogatorio, diventava sempre più freddo e severo, — tu diventasti uno degli intimi del duchino.

Il turbamento d’Alfredo cresceva.

— Intimo no, — disse con evidente confusione, — andavo a Corte qualche volta, di rado....

— E una sera il duca sdegnatosi teco, non so perchè, t’impose di chiedergli perdono in ginocchio, e tu obbedisti.

Alfredo arrossì sino alla radice dei capelli e poi subito divenne bianco più d’un cencio.

— Ero giovanetto... vent’anni appena, — balbettò, — sì, fu un momento di debolezza; ma chi non l’avrebbe avuto? L’autorità del grado, la presenza di tutti i cortigiani... un’emozione inevitabile.... Una mano villana mi spinse... Cercai dopo in ogni modo di vendicarmene, di averne soddisfazione... Chiedetene a Ernesto Sangré, mi sono consigliato con lui, egli può dirvi...

— Per vendicarti tu sei entrato in una congiura contro la vita del duca?

Alfredo abbassò il capo e rispose con un soffio di voce:

— Sì.

— E quando questa congiura doveva avere il suo effetto fu rivelata alla polizia... da Matteo Arpione.

Camporolle diede addietro d’un passo.

— Possibile! — esclamò. — Chi lo disse?

— Lo raccontò, in presenza del marchese Respetti, quel poliziotto medesimo che ne aveva ricevuta la denuncia, la quale era stata fatta ad una condizione: quella di salvare uno fra i congiurati... te!...

Alfredo mandò un’esclamazione soffocata e si coprì colle mani la faccia.

Per un momento si tacquero tutti: fu un silenzio grave, impacciato, pieno di malessere.

— Ah, quell’Arpione! — gemette poi Alfredo, — col suo malaugurato interessamento per me, egli mi ha fatto più male che non avrebbe saputo e potuto il più accanito e il più perfido dei nemici.

I due gentiluomini s’alzarono in piedi, freddi, severi, con una dignità quasi ostile.

— L’Arpione — disse lentamente, spiccatamente il principale de’ due — non pare possa essere altro che uno stromento.

Alfredo sentì insieme una fiamma e un brivido corrergli per tutta la persona; capì a un tratto, ma non volle capire, ma si rifiutò ad ammetter possibile l’iniquo, incomportabile, scellerato oltraggio che si conteneva in quelle parole.

— Come! — esclamò. — Stromento!... Di chi?

E l’altro sempre colla medesima voluta e misurata gravità:

— Quell’uomo, straniero al paese, non facendo parte egli stesso della congiura la quale naturalmente tutti coloro che ne facevan parte si erano impegnati con sacra promessa a tener segreta; quell’uomo, dico, non poteva altrimenti sapere l’esistenza, e gl’intendimenti e i modi della congiura medesima, e il nome dei cospiratori, se non apprendendo tutto ciò da uno di essi; e consta che fra questi egli non conosceva altri che voi.

Rifiutarsi a capire ora era impossibile. Quel voi finale nella parlata del gentiluomo, quel voi, in cui aveva cambiato a un tratto il tu di prima, era suonato ad Alfredo come il fischio d’uno staffile che lo colpisse sul viso. Egli sentì di nuovo, come aveva già sentito altra volta, qualche cosa di violento, di rozzo, di terribile agitarsi nel fondo della sua natura e slanciarsi a galla. L’irritazione venuta crescendo e pur sempre frenata per tante ore, il rodimento fin allora provato e represso, proruppero in una scoppio di furore.

— Io! Io! — gridò egli colla voce, collo sguardo, colla mossa d’un pazzo. — E voi osate venire a dirmi simili infamie!... Ve le ricaccierò in gola, sciagurati!... Vi schiaccierò, giuro al cielo, come si schiaccia col tallone una biscia.

E fuor di sè afferrò una seggiola e la sollevò come una clava.

I due padrini si misero in difesa.

— Signore: — disse quegli che aveva sempre parlato, — è altra azione indegna d’un gentiluomo quella che voi state per fare. L’aver accettato l’incarico che voi ci deste ne impose lo spiacevole obbligo di venirvi a dire tutta la verità. Con questo il nostro mandato resta esaurito, e noi, a vostro riguardo, rientriamo nella condizione comune in cui si trova qualunque cittadino. Provate la falsità delle accuse che abbiamo dovuto specificarvi; e allora anche noi, se vi parrà che abbiamo mancato verso di voi, saremo pronti a darvene soddisfazione, per ora, pronti a respingere colla violenza la violenza da qualunque parte ci venga, noi non vediamo più in voi che un uomo, il quale non appartiene alla nostra società.

Alfredo già era riuscito a frenare quell’impeto; lasciò andare a terra la seggiola che brandiva, chinò il capo e il petto, abbandonò lungo la persona le braccia, stette accasciato; come schiacciato, lui, sotto le fredde, crudeli parole del gentiluomo.

Quando questi ebbe finito, i due rimasero ancora lì mezzo minuto, come ad aspettare risposta; poi vedendolo immobile, muto, non avendo più nulla ad aggiungere, se ne partirono senza un saluto, senza più una parola, senza un cenno.

Il giovane si riscosse, si guardò intorno, si vide solo ed ebbe quasi paura; volle correre presso que’ due, volle chiamarli; aveva da difendersi, gli pareva d’aver mille cose da dir loro, mille argomenti lampanti da dimostrar loro la sua innocenza. Difendersi da simile accusa, lui! Non era una bassezza, una viltà questa stessa? Ma pure.... Sì, sì; non poteva lasciarli partire così quei due: rappresentavano tutta l’aristocrazia torinese che lo aveva accolto come uno de’ suoi, e che ora l’avrebbe respinto con disprezzo; aveva fatto male a lasciarsi vincere dall’ira; doveva rispondere con calma; doveva persuaderli; oh li avrebbe persuasi.... Corse all’uscio, l’aprì e si slanciò verso l’anticamera; udì in quella il rumore della porta dell’alloggio che si chiudeva alle spalle dei due partiti e vide il domestico che li aveva accompagnati tornare indietro col lume in mano.

— Già partiti? — domandò egli, quasi smarrito.

— Sì, signor conte: — rispose il domestico; e poi vedendolo così turbato soggiunse: — Vuole che li richiami?

— No, no.... Lasciate stare.

E si volse indietro per andare nella sua camera.

— Non comanda più nulla, signor conte?

— No.

— Riposi bene.

— Grazie!

Alfredo si slanciò nella sua camera e vi si chiuse dentro.