XXX.

Soli nella camera di Alfredo, l’uno in faccia all’altro, que’ due uomini stettero un poco in silenzio guardandosi fissamente; ma con quanto diversi sentimenti e affetti si guardavano! Nel vecchio era un pietoso intenerimento, una compassione piena di amore, di rimpianto, di rimorso per quelle sofferenze di cui vedeva sì evidenti e sì crudeli impronte nelle sembianze del giovane: in costui, per contro, era un’irritazione, una rabbia intensa, una malevolenza che toccava proprio le maggiori proporzioni dell’odio. Di quell’uomo che gli stava dinanzi, Alfredo aveva in quel momento obliato affatto tutti i servizi a lui fatti; erano servizi resi alla lontana, senza che vi fosse fra loro contatto famigliare e affettuoso, non erano cure alla persona, in cui apparisce meglio l’amorosa devozione; costituivano nel concetto del giovane un dovere adempito e nulla più e anzi da ultimo, conoscendo le qualità dell’uomo che glieli aveva resi, il giovane aveva deplorato che la sorte e la volontà di suo padre, come credeva, l’avessero posto in tali attinenze con colui. Da due giorni, poi, ogni disdetta, ogni sventura, ogni umiliazione, ogni scadimento parevano precipitarglisi addosso e tutti avere un nome e una persona soli, la persona e il nome di Matteo Arpione, lui, origine, causa e stromento di tutto. Già lo aspettava perciò coi più ostili sentimenti dell’animo: e questi niquitosi sentimenti si adersero ancora con più vigore, s’accrebbero quando e’ si vide dinanzi la figura meschina ed ignobile, i lineamenti ipocriti, lo sguardo falso, l’umiltà vigliacca di quell’uomo che aveva imparato da tanti anni a disprezzare profondamente. Anche la presente di lui commozione, che ad Alfredo parve una finta, concorse ad eccitare lo sdegno di quell’infelice, la cui ragione vacillava sotto il peso di quasi ventiquattro ore di spasimo indicibile, poco meno che mortale. Sviò lo sguardo dal volto scuro e rugoso di Matteo, per potersi mantenere in calma, e ruppe il silenzio.

— È vero, — cominciò, e la voce gli tremava, come gli tremavano le labbra e le palpebre, per lo sdegno raffrenato, pel dolore compresso: — è vero che il nome scritto nel mio atto di battesimo come quello di mia madre, non è il nome della donna che m’ha dato alla luce?

Matteo aveva avuto fin allora la speranza che voce di ciò non fosse venuta ad Alfredo, e ch’egli avrebbe ancora potuto tenerglielo nascosto. Questa domanda fu un colpo dolorosissimo per lui, e la sua faccia non seppe nascondere l’impressione terribile dell’anima, mentre le labbra non seppero trovar subito risposta.

— È dunque vero? — gridò Alfredo quasi minaccioso, facendo un passo verso di lui.

— No, no! — proruppe il vecchio arretrandosi come se avesse paura.

Alfredo si contenne.

— Badate! — disse, premendosi con ambe le mani il petto in cui sentiva uno strazio inesprimibile. — Si è scritto a Macerata per avere l’atto mortuario di Giuseppina Ressi moglie Corina.

L’Arpione mandò un gemito che pel giovane fu tutta una confessione. Egli si percotè co’ pugni chiusi la fronte e cadde seduto esclamando con voce strozzata dall’angoscia:

— Sciagurato! Sciagurato!

Il vecchio riebbe a un tratto tutto il suo tristo coraggio di menzogna. L’importante per quel momento, il necessario per lui era di tranquillare Alfredo, di guadagnar tempo; in qualche maniera poi avrebbe provveduto.

— Ma no, — disse con forza, — ma non è punto vero... Ma che Lei crede a codeste sciocche frottole?... Lasci che scrivano anche a casa del diavolo, e se troveranno qualche cosa che dia fondamento a tali stupide assurdità, voglio non esser più io...

Queste parole non fecero effetto nessuno sul giovane; la prima impressione provata da Matteo aveva avuto un linguaggio troppo eloquente in quel turbamento che non aveva saputo nascondere, in quel gemito che si era lasciato sfuggire, perchè le successive affermazioni valessero a smentirlo. Alfredo stette col volto nascosto fra le mani, il corpo scosso da brividi e sussulti che parevano scotimenti di febbre e singhiozzi.

L’Arpione fu preso di nuovo e più forte dall’idea di cominciare per mettere in cura da un medico, e di sua scelta, la salute fisica d’Alfredo, per la quale in verità la sua amorosa sollecitudine verso di lui aveva proprio da inquietarsi. Gli si accostò pianamente e gli disse con voce che osava essere più affettuosa del solito:

— Dia retta, signor conte; Lei ora non istà bene... ha bisogno di riposo... di qualche rimedio. Creda a me, si ponga a letto.... ascolti qualche dottore... Questo discorso lo riprenderemo poi, in momento più opportuno, quando si sentirà meglio. E intanto non s’inquieti, stia sicuro che io dileguerò ogni nube, che confonderemo tutti i calunniatori... Su, da bravo, la prego, la scongiuro, si corichi, mi lasci andare pel medico... Non vede che ha una febbrona addosso?

E osò mettere le dita della destra sul polso d’Alfredo: le carni di lui veramente scottavano; la mano di Matteo invece era fredda, gelata, e parve al giovane come il tocco viscido e schifoso d’una biscia. E’ scattò in piedi, pieno di sdegno, di ripugnanza.

— Non toccatemi! — gridò: — e non parlate che per rispondere, e con sincerità, alle mie domande. Chi sono io adunque? E se mentito è il nome di mia madre, non è forse mentito eziando quello del padre?

— No, no: — rispondeva Matteo, commosso all’estremo.

Alfredo seguitava:

— E chi fu quella donna sulla cui fossa mi avete condotto? Fu essa davvero mia madre?

— Oh sì! — proruppe l’Arpione con un accento in cui si sentiva vibrare la verità.

— Come si chiamava?... Di chi era moglie? Fu essa una tradita?... O una colpevole?

— Non colpevole! — gridò di nuovo col medesimo accento il vecchio, a cui la crescente commozione toglieva la solita abilità di schermirsi.

— Dunque tradita?

— Neppure: fu donna virtuosissima e moglie legittima.

— Ma di chi?... Del Corina? Sua seconda moglie?

Il vecchio, disperato di mezzi per uscire da quella rete che sentiva stringerglisi attorno, accettò premurosamente questo.

— Sì, sì, — rispose: — è appunto così.

— E perchè questa supposizione? se fu moglie legittima ci deve pur essere atto di matrimonio.

— Non posso dirle nulla.... È un segreto.... Ho giurato solennemente di non palesarlo.

— E il nome di questa donna?

— Si chiamava Giuseppina anche lei...

— Ma la famiglia?

— Ho giurato di tacere anche questo.

— Ma nessun giuramento, disgraziato, può esimervi ora dal parlare.... Lo esigo, ne ho il diritto... M’agito ciecamente in un mistero che il mondo mi appone ad infamia; voi potete arrecare la luce, potete provarmi se ho il diritto di stare a fronte d’un uomo d’onore, e vorreste tacere? No, no per Dio! Ad ogni costo, per l’anima mia, per tutto quello che ho sofferto e che soffro, voi parlerete.

S’avanzò di nuovo minaccioso verso l’usuraio.

— No... — balbettava questi: — senta... Sa che cos’è un giuramento.... Non posso in coscienza... almeno adesso... qui... subito... Lasci che ci pensi su.

— Per avvolgermi in nuovi inganni? No: parlerete subito.

— Le ripeto che non posso... Mi creda... Lei deve pur sapere il grande interessamento che ho sempre avuto per Lei; ho fatto di tutto per accrescerne le fortune, per farle una condizione invidiabile... Se dunque non parlo, se non le obbedisco, Ella deve persuadersi...

Ma l’imprudente aveva toccate un tasto molto pericoloso, che ridestò altri dolori, altre rabbie, altri sospetti in Alfredo.

— Ah! il vostro interessamento! Ah le mie fortune! — proruppe. — Come le avete accresciute queste? Col vostro infame mestiere?...

— No...

— Mio padre morì povero...

— No... cioè con imbarazzi... io ho saputo...

— E io non ho mai sospettato di nulla!... E io mi sono valso di ricchezze che erano frutto delle vostre rapine! Ricchezze scellerate, maledette, abbominevoli, che m’avvilivano, che mi facevano vostro complice, sì, che stampavano giustamente su me ignaro il marchio del disonore.

Si scaldava sempre più; il sangue concitato dalla febbre dell’insonnia, dalla fatica, dalla mordente passione gli saliva al cervello e ne offuscava lo spirito; una specie di pazzia, di frenesia, di furore lo assaliva, lo scuoteva, lo dominava; le labbra gli si agitavano convulse, un color pavonazzo gli macchiava a chiazze le guancie, tutte le membra gli tremavano, come all’appressarsi d’un accesso di epilessia.

— Per carità, Alfredo! — esclamò Matteo spaventato: — si tranquilli... rientri in sè...

Ma il giovane oramai non vedeva più lume.

— E non basta! — continuava con voce arrangolata. — Non mi avevate ancora infamato abbastanza... Un’altra nota più scellerata, più terribile dovevate stamparmi sulla fronte!... A Parma, mi spiaste, sorprendeste i miei segreti, e andando a rivelare la congiura, faceste credere me... me per Dio!... me traditore, me delatore, me vigliacco venditore dei compagni per esser salvo...

— Gran Dio! Alfredo! — esclamò il vecchio che si smarrì per lo spavento di quella cieca collera del giovane.

— Ah! non lo puoi negare! — ruggì questi.

— Volevo salvarla ad ogni costo!...

Alfredo gettò un urlo. Il parossismo del suo furore raggiunse il colmo; non vide più nulla, sentì come una forza estranea alla sua volontà che lo afferrasse e lo precipitasse su quell’uomo ignobile, curvo, disprezzato, vigliacco, che aveva trovato modo di gettare su lui innocente parte della sua viltà, della sua bassezza, del disprezzo in cui lo teneva la gente. Come aveva fatto la sera innanzi coi due gentiluomini, abbrancò una seggiola, la sollevò...

— Miserabile! — gridò; e la sedia minacciava il capo del vecchio....

Questi cadde a terra accasciato con un grido che pareva d’agonia; ma prima che il colpo avesse tempo a scendere su di lui, scoppiarono dalle sue labbra, involontarie, rapide, terribili, queste parole:

— Ah; non uccidere tuo padre!...

Penetrarono, malgrado l’eccitamento di quel morboso furore, nel cervello di Alfredo; vi fecero, per così dire, il vuoto, distrussero tutto il precedente tumulto per lasciarvi un’idea sola, orribile, spaventosa: quell’uomo tristo, disprezzato, odiato, maledetto, era suo padre. Si arretrò come respinto da un colpo nel petto, come chi rifugge da uno spettacolo d’orrore a cui s’è affacciato; sentì un freddo invadergli tutti i nervi, tutte le vene; lasciò cadere la seggiola che aveva impugnata e le braccia; gli occhi balenarono e s’estinsero; il pavonazzo delle guancie si estese fino alla fronte, poi lasciò di colpo il posto ad un pallore di cadavere; barcollò, balbettò:

— Voi!... Voi mio padre!...

E andò a cadere affranto, sfibrato, perduto sopra un sofà all’altro capo della camera da quello dove il vecchio usuraio stava prostrato a terra, accasciato, perduto, soffrendo così che «poco è più morte».