XXXII.
Il primogenito dei fratelli Sangré, presentatosi all’uscio del quartiere occupato da Alfredo, non era stato respinto dai domestici che conoscevano l’amichevole famigliarità che esisteva fra quel visitatore e il loro padrone; d’altra parte Alfredo non avea neppur pensato di dare l’ordine che non si lasciasse entrare nessuno, onde appena fu se osarono dire al conte Ernesto che in quel momento il giovine era chiuso in camera con un tale cui aveva mandato a chiamare per cose, pareva, di molta premura.
— Chi è? — domandò il Maggiore con quell’altezzosa noncuranza che a quella fatta di gente, impone rispetto e obbedienza.
— Il signor Arpione, — risposero senza esitare.
— Ah! — esclamò il conte, a cui la presenza dell’usuraio in quella casa fece per una parte cattiva impressione e per altra parve proprio opportuna a quanto voleva ed era venuto per fare. — Benissimo. Sono appunto venuto a tempo. Ci ho da entrare ancor io nei discorsi che si tengono fra que’ due.
E senz’altro camminò verso la camera di Alfredo, col passo sicuro d’uno in casa sua.
Aprì l’uscio e si presentò dicendo con accento nella cui usata cortesia c’era insieme un po’ di scherno, un po’ di amarezza e una ferma risoluzione:
— Disturbo forse?... Me ne rincresce; ma credo che la mia venuta sia a tempo e necessaria.
Alfredo e Matteo s’erano vivamente allontanati l’un dall’altro, tenevano ambedue il volto basso e gli occhi a terra; sulle guancie smorte del giovine corse ratta, per isvanir tosto, una lieve fiamma di rossore. La vergogna lo possedeva. In quel piccolo uomo, dall’aspetto orgoglioso e gentile, dalle forme fini ed eleganti, dal contegno agiato e pieno di garbo, dalla pronunzia graziosamente un po’ blesa, dalle maniere aggraziate che pur lasciavano trapelare il sentimento d’una superiorità, egli vedeva stargli innanzi quella sfera di elevatezza e di splendore in cui egli era pur vissuto, a cui aveva pensato fin allora di appartenere, ed a cui doveva rinunciare colle beffe e colla vergogna. Nella bellezza di quella fronte, nella delicatezza di quei lineamenti, accompagnate e temperate dall’espressione virile d’un coraggio e d’una coscienza di soldato valoroso, egli travide l’immagine di quella bellezza, di quella grazia che gli erano state come una rivelazione della sublimità ideale, dell’eterno femmineo incarnato nella perfezione delle forme, ch’egli aveva adorato, e adorava tuttora. E lì in presenza, come a far contrapposto, ombra da produrre maggiore spicco alla luce, stava nell’usuraio, Matteo Arpione, quanto si poteva vedere di più volgare, di più basso, di più spregevole. E questa era per Alfredo la realtà. Nell’altra il sogno, la illusione ora scomparsa: l’ignobile usuraio era suo padre. Da questo ratto pensiero in lui il rossore, la confusione, cui Ernesto diede interpretazione assai più, assai troppo avversa ad Alfredo.
Nessuno rispose al conte Sangré, il quale, squadrato ben bene i due uomini che si trovavano nella camera, con accresciuta l’espressione dell’amarezza, del disgusto, della severità, s’inoltrò.
— Forse capirai subito, Alfredo, la cagione della mia venuta: — soggiunge rivolgendosi al giovine. Gli parlava ancora colla seconda persona come ad amico e famigliare, ma pure l’accento con cui le parole erano pronunciate levava ogni affettuosità a quella forma e metteva fra i due una gran distanza. — E mi risparmierai la pena di doverlo dire espressamente. Ciò farà che potremo entrar subito nelle viscere dell’argomento e sbrigarci con sollecitudine di cosa che è certo ingrata a tutti.
Fece una pausa; nessuno rispose, nessuno parlò. Matteo stava curvo, quasi direi rannicchiato, raggomitolato nella sua vergogna; Alfredo avrebbe voluto dir qualche cosa e non sapeva, e si sentiva sempre maggiore, sempre più dolorosa la confusione, e rimaneva immobile, manifestando il suo turbamento soltanto coll’ansare del respiro.
Ernesto volse di traverso uno sguardo all’usuraio.
— E tanto meglio che sia appunto presente qui... anche costui.
È indescrivibile a parole l’accento di profondo disprezzo, quasi di schifo con cui fu pronunciato quel «costui.» Alfredo se ne sentì correre un brivido pei nervi e un calore alla faccia.
— Signor conte, — diss’egli reprimendo la sua emozione, e cominciando lui a lasciare le forme dell’amichevole domestichezza, come credeva che, per ogni riguardo, fosse dover suo di fare: — credo che Lei sia in errore. Sarà molto meglio che qualunque spiegazione debba aver luogo tra noi, avvenga senza che alcuno vi assista.
E fece un cenno a Matteo perchè si allontanasse; il vecchio si curvò e s’avviò con passo sollecito verso l’uscio.
— No, signore: — rispose vivamente il Sangré, passando subito anch’egli con tutta naturalezza alle maniere cerimoniose di due che non sono amici: — mi rincresce contraddirla e manifestare in casa sua un desiderio, a cui insisto perchè Ella si arrenda. Quest’uomo deve udire le mie parole.
Matteo guardò con espressione di umile richiesta Alfredo, il quale, perplesso, chinò il capo. Al vecchio, in verità, piaceva più il rimanere, perchè paventava triste conseguenze da quel colloquio e parevagli che, lui presente, si sarebbero potute scongiurare. Si ritrasse mogio mogio in un canto e rimase.
Ernesto di Valneve riprese allora a parlare pacato, fermo, con autorevolezza e severità.
— Dopo quello che è avvenuto, signor... — (egli esitò un momentino, come cercando il nome che avea da dare a chi lo ascoltava, e poi non trovandone altri soggiunse) — signor Alfredo, Lei sarà persuasa che non occorre più ombra di dichiarazione da parte sua perchè noi ci riteniamo sciolti da un impegno che solo uno scellerato inganno ci aveva indotti a contrarre.
Alfredo non si mosse, non rispose che con un sospiro che poteva dirsi un singulto:
— Lei capirà pure che il duello fra mio fratello e Lei non può più aver luogo...
Alfredo curvò il capo più basso.
— Ma ammetterà eziandio come a me, il quale ho dato a Lei confidenza e amicizia, che l’ho introdotto nella mia famiglia, a me che non posso credere ancora a tanto rea condotta, Ella deve dare una spiegazione. Ella deve dire come ha fatto suo protettore, suo complice un uomo così vile, come ha accettato di servirsi di mezzi tanto ignobili e scellerati...
L’Arpione non si potè contenere; si fece innanzi agitato e interruppe:
— Scusi, signor conte Ernesto... Qui il signor... — (neppur egli non osò più dire nè conte, nè chiamarlo Camporolle) — non ha saputo nulla... non sa nulla ancora, glie lo giuro e...
Il conte Sangré gli ruppe le parole in bocca con una sola occhiata, ma una occhiata da far desiderare di sparire sotto terra chi la riceve, per poco abbia ancora di amor proprio e dignità personale.
— Nessuno v’interroga voi, ora, — disse con quell’accento di oltraggiosa superbia che sanno usare i nobili piemontesi: — e un vostro pari, in mezzo a gente onorata, non deve aprir bocca che interrogato.
Matteo si ricantucciò spaurito; Alfredo fremente si morse le labbra.
— Gran Dio! — pensava il primo: — innanzi a lui essere trattato in questo modo!
— E quest’uomo che così impunemente s’insulta è mio padre! — diceva a sè stesso il secondo con inenarrabile angoscia.
— Che ella dunque non sappia quanto quel miserabile ha fatto in nome di Lei? — riprese il conte Ernesto parlando ad Alfredo con un piglio scettico insieme e scrutatore. — Vorrei crederlo... lo desidero ardentemente per la memoria di quei giorni che abbiamo passati insieme in Crimea.
— Ma che cosa?... Parli chiaro: — disse con isforzo Alfredo, che sentiva, per segreto presentimento, di essere sul punto di apprendere qualche nuova e forse peggiore infamia.
— No: — gridò Matteo slanciandosi di nuovo innanzi come spinto da terrore. — Davvero che il signor Alfredo non sa nulla... e mi pare inutile...
Il conte Ernesto questa volta non parlò neppure; volse uno sguardo di sdegnosa fierezza olimpica al vecchio, e fece un gesto: il gesto con cui si manda a rintanarsi un botolo che v’infastidisce.
Alfredo, da parte sua, disse con impazienza:
— Lasciate... lasciate parlare il conte... Non è inutile... è necessario, vi ripeto, che io sappia tutto.
Matteo indietrò soffocando un gemito.
— Parli, — soggiunse il giovine, volgendosi al conte: — e vediamo se Lei possa apprendermi cosa che io ancora non sappia.
Sangré s’inchinò leggermente, e riprese a dire:
— Ella dunque deve sapere che quel cotale ha tentato in favore di Lei un ricatto, non so se più impudente o più scellerato, osando minacciare d’uno scandalo intorno al nostro casato, d’un disdoro al nostro nome, d’un’onta alla memoria sacra di nostro padre; minacciandone, dico, una debole, inesperta fanciulla, per farla acconsentire alle nozze con Lei.
Alfredo si volse con impeto verso il vecchio.
— Voi avete fatto codesto? — domandò arrossato in volto e cogli occhi che luciccavano fieramente.
L’Arpione curvò il capo senza rispondere.
Il giovine mandò un’esclamazione che era un grido di nuovo e più fiero dolore e si nascose tra le mani il volto.
Ernesto, freddamente, brevemente, narrò tutto il fatto con ogni suo particolare: quando egli ebbe finito, Alfredo sollevò il viso più pallido e disfatto di prima e disse con una disperazione in cui c’era qualche cosa di nobile e di dignitoso:
— Ho io conservato ancora il diritto di essere creduto da Lei, se le giuro che io ignorava affatto codesta... deplorabile azione?
Il conte Sangré stette un momento; guardò bene entro gli occhi il suo interlocutore, e poi rispose con quella sua voce franca e leale:
— Sì, lo credo.
— La ringrazio; — rispose commosso Alfredo. — Sono innocente... di questa come di qualunque altra colpa che mi viene apposta... Fui lo zimbello di uno strano, maledetto destino; ma pure comprendo che di tutto quel male che venne fatto di me e per me, io debbo portarne la responsabilità, lo comprendo, e mi vi acconcio, e sono pronto a tutto. Mi dica Lei, signor conte, quello che mi tocca.
Ernesto esitò un momento.
— Il mio compito dovrebbe essere finito, — disse poi. — Poste in netto le reciproche nostre condizioni, appurato che nessun rapporto più può esservi fra Lei e noi, nessuno, di nessun genere, — (posò bene sulle parole così dicendo), — io non avrei altro che da ritirarmi e lasciare a Lei il pensare se può trovar modo di provare quanto annulla o scema la sua colpevolezza, di riparare e di espiare; l’antica amicizia, però, mi fa non essere alieno dal darle qualche consiglio se Lei lo desidera.
Alfredo fece un cenno d’assentimento col capo.
— E le dirò per prima cosa, — continuò Ernesto, — che Lei deve scacciare ignominiosamente da sè e non lasciarsi più venire tra’ piedi colui, e accennò Matteo con un gesto di supremo disprezzo, — colui, che è il più scellerato, il più miserabile, il più vile degli nomini.
Alfredo ebbe un sussulto, come se toccato al petto da una punta di ferro arroventato.
L’usuraio curvo, strisciante, rattrappito nella sua vergogna, si diresse verso l’uscio senza parlare.
Ernesto lo perseguitava con queste fiere parole:
— Sì, partite, sottraetevi alla mia vista, incarnazione che siete della codardia, della calunnia, della rapina e d’ogni turpitudine, chè quando penso come voi abbiate osato tentare di lanciare uno sprazzo del fango in cui vi crogiolate sulla sacra memoria di quel giusto che a me fu padre, a voi benefattore, temo la mia collera sia tanta da farmi superare la ripugnanza che devo avere di sporcare i miei stivali nella vostra sozza persona.
Matteo aveva una mano sulla gruccia della serratura e tremava, Alfredo pure tremava tutto ed era verde nel viso.
— Andate! — conchiuse il conte con una imperiosità insolente.
— Un momento! — gridò Alfredo: e questa parola gli scoppiò dalle labbra come lo sparo d’un’arma.
Ernesto e Matteo si volsero a lui, il primo con aria di stupore e curiosità, il secondo con sorpresa piena di timore.
— Ella dimentica, signor conte, — disse Alfredo coi denti stretti, facendo forza a frenarsi, — che qui è in casa mia, e non ha diritto di scacciare nessuno.
Il conte prese il suo tono più altezzoso e petulante.
— In casa di qualunque io mi trovi, ho il diritto di fare spazzar fuori un rettile velenoso.
Matteo fece alcuni passi affrettati verso Alfredo, e giunse le mani, come per supplicarlo a tacere, a lasciarlo partire; ma il giovane, con gesto violento, gl’impose di tacere e di stare.
— Ella dimentica ancora un’altra cosa, — soggiunse il giovane, dominandosi sempre, ma pure lasciando scorgere che in lui il furore veniva crescendo e togliendogli la mano.
— Che cosa? — domandò Sangré aggiungendo all’accento di prima una tinta di beffa.
E Alfredo, sempre più concitato, fremente:
— Che non è azione da gentiluomo l’inveire contro un vecchio, debole, che non ha difesa...
— Oh! — interruppe il conte con accento di massimo disprezzo: — quella gente lì senza difesa? Mi burla. Ha una corazza impenetrabile nella sua infamia, che è superiore ad ogni oltraggio.
Alfredo fu d’un balzo presso Matteo e lo prese per mano.
— Questo vecchio, ora ha un’altra difesa...
E Matteo sottovoce, supplichevole, spaventato:
— Che volete fare?... Lasciatemi... State zitto... Lasciatemi andare.
Ma il giovane continuava con forza, con uno scoppio di voce, quasi con rabbia:
— Ne ha una in me... che sono suo figlio!