XXXIV.

Alfredo sta seduto al capezzale di Matteo Arpione, il padre suo, che giace assopito. Il medico è venuto, e ha detto le ferite essere leggerissime, lo svenimento cagionato da patèma d’animo e non da nessuna grave infermità fisica, non occorrere altro che riposo, quiete dello spirito e qualche cordiale per ottenere un compiuto ritorno alla perfetta salute.

Alfredo siede colà, presso al letto, in quella camera semibuia, e contempla fisso il volto dell’uomo che dorme innanzi a’ suoi occhi. La quiete del sonno ha disteso le fattezze di lui, sembra che gli abbia tolta via la maschera che usa tenerci sempre di nullità, di apatia, di umiltà sottomessa; la gioia provata dall’udirsi detta quella parola cui aveva fatto il sacrificio di non udir mai sulle labbra di suo figlio, ha lasciato anch’essa sui lineamenti dell’addormentato una espressione nuova, di intimo orgoglio, di qualche cosa insieme, che potrebbe quasi dirsi bontà; si direbbe che essa ha rievocato su quel volto alcuno dei tratti della sua giovinezza, gli ha ritornato alle sembianze alcun che di generoso che s’era ritirato in fondo alla sua anima e vi si era tenuto accuratamente nascosto.

Quell’uomo era suo padre! pensava Alfredo; quell’uomo aveva lavorato e sofferto per lui, per fare a lui, suo figlio, una sorte invidiata. S’era per ciò gravato le spalle e aveva portato pazientemente, quasi lieto, il pesante fardello del pubblico disprezzo, quello più pesante ancora della propria disistima, s’era fatto volontariamente vile e cattivo. Quale disgraziata e maledetta illusione era stata la sua! Avrebbe bisognato che riducesse eziandio cattivo e vile suo figlio perchè potesse approfittare quietamente dei frutti sciagurati di quell’opera deplorevole; invece no; egli, suo figlio, l’aveva voluto buono e generoso e aveva fatto di tutto per ciò. Vile e cattivo! Avrebbe forse potuto diventar tale, egli, Alfredo? Faceva a sè stesso questa domanda e raccapricciava dal terrore; gli pareva di sì. Non era figliuolo di colui? Non aveva sangue di lui nelle vene? L’ira, il desiderio della vendetta non gli avevano forse posto o per dir meglio suscitato nell’anima istinti feroci, crudeli, gli pareva anche bassi e scellerati. Non aveva egli pensato persino un giorno a farsi assassino? Suo padre pure un giorno era stato buono, valente: se sua madre l’aveva amato, bisognava bene che fosse tale.

Sua madre! Questo pensiero s’impadronì di subito nella mente di lui, la padroneggiò, la volse ad un altro ordine di idee. Essa era un angelo di donna: il padre glie l’aveva detto; egli lo aveva sentito sin dal primo svolgersi della ragione, per istinto, per intuito indovinatore; lo credeva fermamente. Gli sembrò vederla: una figura sottile, delicata, dal mesto sorriso, degli occhi pieni di bontà e di luce. Gli sembrò che s’accostasse a quel letto e guardasse con amorosa compassione lui e il giacente e quest’ultimo gli raccomandasse.

— Non farlo morire, — pareva udirsi dire nel fondo dell’anima, — abbine pietà, perdonalo, perdona!

Questa parola di perdono se la sentiva ripetere nel capo, nel petto, come di eco in eco, come pronunziata da tutte le parti, ma sempre con una voce dolcissima, una voce femminea, la voce che credeva di sua madre.

Perdonare! Sì, a quell’uomo che aveva grandemente errato, è vero, ma per troppo amore di lui: a quell’uomo che involontariamente gli aveva cagionato tanto male, mentre il suo scopo era pur quello di dargli ogni bene; a lui sì, ma agli altri? Agli altri che gli avevano fatto provare tante angoscie, che gli avevano fatto sibilare, prorompere, fremere intorno la condanna, la maledizione, il disprezzo del mondo: agli altri, perchè avrebbe perdonato? Oh li odiava, li odiava troppo, gli pareva di odiare tutto il genere umano; avrebbe voluto averlo tutto dinanzi rappresentato in un individuo per poterlo assalire, ferire, distruggere. E questo individuo contro cui rivalersi, in cui vendicarsi, nel cui sangue sfogare la sua rabbia, egli lo avrebbe pure avuto a fronte tra poco, e sarebbe stato Ernesto Sangré di Valneve. Lo avrebbe dunque assalito colui, lo avrebbe trafitto, lo avrebbe ucciso. Nella scherma egli non temeva rivali: lo sdegno e la giusta smania di vendetta gli avrebbero accresciuto ancora l’abilità e le forze. Sì, l’avrebbe ucciso! Chi? Ernesto di Valneve? Colui che gli era comparso, che gli compariva ancora come l’incarnazione della vera gentilezza, del vero sentimento di correttezza morale e sociale dell’aristocrazia; colui che gli aveva dimostrato stima ed affetto, che egli aveva davvero ammirato ed amato, che aveva desiderato di poter chiamare fratello, e aveva creduto un momento di avere tal fortuna, che era fratello di Albina! Ah! il suo amore per costei non era spento, nè manco scemato. Lo sdegno, il riagire contro l’onta che lo aveva assalito, il ribollire del sangue sotto il moltiplicare degli oltraggi l’avevano attutito un istante, ma ora, a un tratto, si rimetteva a parlare più forte che mai, e ridivampava colla solita energia, pareva anzi accresciuto dall’eccesso della disperazione. Ed egli le avrebbe ucciso il fratello? Avrebbe fatto piangere quegli occhi entro i quali egli aveva traveduta tanta parte di cielo! Essa lo avrebbe odiato, maledetto!... Essa! Ma questo sarebbe stata nuova e ancora peggiore sventura per lui! Ma non avrebbe egli dato qualunque cosa solamente per avere di lei un compianto, un sentimento di stima, un briciolo di lode? Forse anche lei ora lo credeva colpevole del tentativo di ricatto messo in pratica da Matteo Arpione, forse lo odiava di già, lo disprezzava del pari e anche di più. Con ciò, uccidendogli il fratello, immergendo nel lutto tutta la famiglia di lei, rimediava egli a qualche cosa, riacquistava qualche merito agli occhi della nobile fanciulla, la faceva ricredersi del tristissimo giudizio che aveva dovuto recare di lui?

No certo; no certo. Una nobile azione avrebbe più facilmente potuto ottenere codesto da lei. Il fratello, il conte Ernesto le avrebbe detto allora com’egli fosse persuaso dell’innocenza di lui nel tentativo dell’Arpione, ed essa gli avrebbe creduto. Ma quale nobile azione? Che cosa poteva egli compiere che meritasse tal titolo nelle condizioni in cui si trovava? Il pensiero della madre, forse l’anima di lei gli ridestava nell’intimo l’idea, la parola di perdono!... Era quella una nobile azione? Curvarsi sotto all’onda d’infamia che lo sovraccoglieva, non renderne alcuno responsabile, rassegnarsi come a dire «l’ho meritato!» Ma il mondo l’avrebbe invece chiamata viltà questa e fattone per lui un nuovo argomento di condanna e di disprezzo. E fors’anche lei avrebbe partecipato ai giudizi del mondo!... No, sapeva che Ernesto medesimo l’avrebbe difeso: era certo che il fratello d’Albina avrebbe saputo apprezzare al giusto la magnanimità dell’atto, che egli, il quale lo aveva visto al fuoco delle battaglie, non avrebbe accagionato il procedere di lui a codardia. Ed ella pure, ella l’incarnazione d’ogni bellezza morale come fisica, d’ogni sublimità dell’anima come dell’intelligenza, ella lo avrebbe capito.

Perdonare! Perdonare! Rassegnarsi, soffrire ed espiare colpe non sue!... Oh dolorosa, crudele sorte e immeritata! Ben poteva forse subire l’ignominia, ma viverci, ma portarla pel mondo?... Chi, qual dovere, qual cosa glie lo poteva imporre? Nulla e nessuno. Che cosa avrebbe fatto della vita, di sè? Perchè avrebbe trascinato un’esistenza disonorata per acconciarvisi forse un tempo e fare il callo all’infamia?... Meglio morire: così tutto sarebbe finito.

Era egli certo che sarebbe finito? Aveva creduto sempre fino allora a un’altra vita, da cui aveva sognato che gli sorridesse lo spirito di sua madre. Gli era sembrato sentire la realtà di quel mondo sovraterreno, gli sembrava sentirla ancora. Sua madre lo avrebbe incontrato in quel mondo; che gli avrebbe detto? Invece di abbracciarlo e baciarlo, non l’avrebbe forse condannato essa pure? La testa gli ardeva: i polsi gli battevano come martelli. Gli parve scorgere il fantasma della madre guardarlo con corruccio e dirgli «non morire, non bisogna morire!» Poi questo fantasma cambiare di fattezze, prendere uno splendore ben noto di cerulee pupille, la serietà d’un sorriso pensoso e dignitoso, le sembianze di Albina, per ripetergli ancora: «non morire, non bisogna morire.»

Sorse in piedi con impeto, come un uomo che risponde a una chiamata. Un domestico entrò in quel punto e gli annunziò sottovoce che due ufficiali chiedevano di parlargli: erano i testimoni procuratigli dal conte Sangré medesimo.

Alfredo gettò uno sguardo su Matteo che dormiva sempre tranquillo e poi in punta di piedi uscì per andare a raggiungere i due ufficiali nel salotto.

Ai due ufficiali, i quali lo accolsero con una fredda cortesia, Alfredo disse subito, freddamente cortese anche lui:

— Mi duole, signori, che si sieno presi il disturbo di venire sin qui. E me ne duole tanto più, in quanto che nuove considerazioni da me fatte, nuove vicende appurate, mi hanno fatto compiutamente rinunciare al mio primo proposito, per cui avrei avuto bisogno del generoso loro aiuto, del quale ciò nulla meno li ringrazio vivamente e di gran cuore.

I due ufficiali si guardarono l’un l’altro, poi guardarono il giovane che, pallido com’era, rimase freddo e senza commuoversi sotto al loro sguardo, poi fecero spallucce e dissero con piglio di indifferenza poco lusinghiera:

— Vuol dire che la nostra opera è affatto inutile?

— Sissignori.

— Tanto meglio! E ai padrini del conte Sangré, coi quali dobbiamo ora accontarci, che cosa diremo?

— Che io spiegherò la mia condotta al conte di Valneve medesimo, in una lettera che non tarderò a mandargli.

— Nient’altro?

— Nient’altro.

— Va bene.

Fecero un legger saluto del capo con freddezza ancora maggiore e partirono.

Alfredo tornò presso Matteo Arpione, che dormiva sempre di quel medesimo sonno placido e riparatore. Lo guardò di nuovo a lungo, immobile, pensoso. Il giorno cadeva: la camera era diventata quasi buia del tutto; quella poca luce che era colà, in quel vespro di primavera, colle imposte delle finestre socchiuse, dava all’ambiente una tinta d’ineffabile tristezza, da illanguidire qualunque anima, anche la meno accessibile alla melanconia. Il nostro giovane così disgraziato sentì intenerirsi; l’asprezza dell’ira, la ferocia dell’odio lasciarono luogo a una commozione pietosa; gli occhi infuocati furono inumiditi da lagrime che ne temperarono l’ardore. Quell’uomo ch’egli aveva lì dinanzi — suo padre — era ora il solo vincolo che lo legasse alla terra, il solo che lo potesse amare oramai, il solo cui egli dovesse amare. E amarlo egli non poteva. Sentiva anche in questo momento, in cui una maggior mitezza di sentimenti lo possedeva, come perdonarlo, compatirlo, sì, gli sarebbe stato fattibile, già quasi lo faceva, ma amarlo non mai. Anzi sentiva che affine di perseverare in quei sentimenti verso quell’uomo, gli sarebbe stato necessario di viverne lontano, di non averne presenti la figura, i modi, di non udirne la voce, che troppo gli ricordavano le ragioni per cui egli avrebbe pure il diritto di odiarlo e maledirlo. Quali dunque sarebbero stati in avvenire i rapporti suoi con colui.... con suo padre? Che avrebbe fatto di sè stesso, dove, come vissuto?

Matteo in quella s’agitò, le sue labbra mormorarono alcune parole, fra cui il giovane afferrò il suo nome, e gli occhi del giacente si aprirono lenti e quasi con fatica.

Alfredo per primo impulso si trasse vivamente indietro come per sottrarsi alla vista di quelle pupille che s’aprivano nelle occhiaie affondate; ma poi tosto si accorse che questo moto di ripugnanza era avvertito dall’infermo e un’espressione di pena grandissima gli si dipingeva nel volto; si fece forza e si riaccostò con aspetto se non affettuoso, se non benigno, di grave interessamento.

— Come state?...

L’accento era tale da fare accorgere che una parola doveva ancora venire a chiudere la interrogazione; ma come se un ostacolo fosse venuto ad impedirla, quella parola non potè essere pronunziata dalle labbra.

Il vecchio ebbe uno stringimento alla gola come per un singulto, che riuscì a reprimere.

— Meglio, — rispose con voce piena di dolore e di mortificazione: — meglio, grazie... E... voi?

Anche nella sua bocca era un altro, di più affettuosa espressione, il pronome che avrebbe voluto suonare, ma poi non aveva osato venire.

— Oh! io sto benissimo: — disse Alfredo sforzandosi a dare alla voce un po’ di tenerezza, ma riuscendoci malamente.

Matteo si sollevò a sedere puntandosi col gomito sui cuscini.

— Che cosa fate? — gli domandò il giovane.

— Bisogna pure che m’alzi, — rispose. — Me ne andrò a casa mia... Credo di essere forte abbastanza... vi ho già dato troppo incomodo...

E buttò le gambe giù dalla sponda delle materasse per scendere di letto: ma in quel movimento sentì una debolezza maggiore di quel che avrebbe creduto, vide gli oggetti intorno vacillare e girare, e gli parve d’essere sul punto di cadere di nuovo in isvenimento.

— Restate, restate, — gli disse Alfredo che se ne accorse: — rimettetevi a giacere... Perchè volete alzarvi?... Perchè parlate di andarvene di qui?... Non è questa eziandio casa vostra?

Queste parole fecero bene al vecchio: casa sua la casa di suo figlio, era pur vero; e il figlio lo riconosceva, glie lo diceva! Si ridistese nel letto con un sentimento di maggior benessere nella profonda lassitudine da cui era pur preso, le sue labbra abbozzarono un sorriso, gli occhi stavano fissi sul giovane con un luciore di tenerezza, d’orgoglio e di riconoscenza.

In Alfredo invece le parole medesime avevano ridestato un nuovo accesso di idee penose, mordenti, crudeli. Sì, quella era più casa dell’usuraio che sua, poichè tutto ciò che v’era in essa, tutto quello sfarzo e quelle agiatezze che vi si ammiravano, di cui egli aveva goduto fino allora, tutto era frutto dello scellerato denaro guadagnato, raccolto, fatto moltiplicare, da quell’uomo.

Questa è casa vostra, — ripetè, — tutto quello ch’io ho creduto di possedere finora è vostro. Non siete voi il mio ospite, ma io lo sono stato sempre di voi.

— Ma no, ma no: — diceva Matteo con premura quasi affannosa. — Io non ho nulla, non voglio aver nulla... Io non so nulla... Che volete che mi faccia io della roba?... Io non ho bisogno che di un cantuccio e d’uno stramazzo per andarvi a morire.

— Non parlate, così, ve ne prego, tranquillatevi... Ora non è momento di parlare di codeste cose... Il nostro avvenire lo regoleremo di poi... Ora badate soltanto a ristabilirvi presto.... Bevete questa cucchiaiata del cordiale che v’ha ordinato il medico: è tempo, e da qui una mezz’ora vi sarà portata una minestrina, come consigliò anche il dottore.

— E voi? — domandò il giacente, il cui sguardo rivelò tutta l’inquietudine che si nascondeva dietro questa semplice domanda.

— Io uscirò un momentino per prendere un po’ d’aria: — rispose freddamente Alfredo, — chè me ne sento davvero il bisogno.

Matteo lasciò sfuggire un grido.

— Ah, mio Dio!... Tu vai a batterti?

— No, — rispose con forza il giovane: — non mi batterò.

Tacque un istante, e poi con voce grave, quasi solenne, come di chi pronuncia un giuramento, soggiunse:

— Tranquillatevi, padre mio; ho pensato, ho riflettuto, mi sono travagliato coll’animo e colla mente. Ora la mia decisione è presa, ferma, irrevocabile. Non voglio nè uccidere, nè morire.

Uscì lasciando in maggior pace il cuore del padre, il quale ebbe fede assoluta in queste di lui parole.

La notte era discesa del tutto; i lampioni venivano accendendosi man mano, e in quell’ora, in cui quasi tutti si trovavano ritirati nel seno della famiglia, pochi erano i passeggeri per la strada. È ciò che piaceva ad Alfredo; egli anzi prese le vie meno frequentate, quelle dei rioni più poveri, dove era meno facile incontrare persone di sua conoscenza; aveva vergogna di sè, gli pareva di portare sul capo un peso d’ignominia che tutti gli vedessero, che l’obbligava a camminare curvo, schiacciato.

Ma mentre camminavano le gambe anche la mente si pose in moto, e prese presto il galoppo addirittura. Riandò tutto il passato, per deplorarne ogni fase, ogni vicenda: lui fanciullo senza carezze materne, giovane senza affetti domestici. Quanto sarebbe stato più felice, se una madre l’avesse amato, se un padre lo avesse protetto e onorato colla sua virtù, anche nella mediocrità delle fortune, anche nella povertà! E l’avvenire? Nessun amore per lui, nessuna gioia!

Si riscosse a un bagliore di maggior luce che gli colpì lo sguardo venendo da un palazzo. Da quanto tempo camminasse non sapeva più, per dove fosse passato nemmeno; ciò di cui s’accorse a quel punto fu che le gambe, a insaputa della sua volontà, l’avevano portato in faccia al palazzo Sangré di Valneve, sotto le finestre delle stanze abitate da Albina. Sollevò lo sguardo: quelle stanze erano oscure; ma più in là splendevano di viva luce le finestre che egli sapeva esser quelle del gran salone. Si capiva facilmente che là vi era adunanza, forse qualche festosa solennità; un presentimento lo avvisò che vi doveva aver luogo tal cosa che era nuova affermazione, nuova consecrazione per così dire della sua sciagura. Al presentimento venne a dare conferma un fatto. Il portone era aperto; il custode in gran livrea, col cappello a due becchi gallonato e la gran mazza del pomo d’argento, stava pronto ad aprire lo sportello alle carrozze che sarebbero arrivate. E una sopraggiunse appunto in quel momento, forse la prima: Alfredo potè scorgere in essa la faccia trionfalmente felice del cavaliere Giulio Sangré in cravatta bianca. Quella gioia, quella superba contentezza che raggiava dai lineamenti, dagli sguardi del giovane, era tutta una rivelazione. Alfredo soffocò un grido, curvò più basso il capo, timoroso di essere visto, e fuggì perdutamente.