IV.
Antonio fece forza per darsi un contegno tranquillo ed un fermo aspetto, e si mosse per andare ad aprire. Ma egli era appena venuto fuori dal paravento che spartiva la stanza, quando il signor Marone, trovato l'uscio chiuso soltanto col saliscendi, aveva levata la stanghetta, sospinto il battente ed entrava dicendo:
—È permesso? Si può? Scusino.
—Oh, signor Marone! esclamò Antonio inchinandosi con tutta la mostra della civiltà. Sia il benvenuto; la riverisco.
Anche Rosina si levò da sedere, mosse incontro al nuovo arrivato e gli fece una bella riverenza, dicendo con un bel sorriso:
—Serva sua.
Marone si avanzava con un risolino, che voleva essere grazioso, alle labbra. Era grande e grosso come un facchino, e vestiva da sacristano: sulla sua feccia da villan rifatto voleva mettervi a forza qualche cosa di umile, di piacevole, di benigno, e non riusciva che ad una smorfia; teneva gli occhi abitualmente rivolti a terra, ma li alzava spesso verso il cielo. Le mani che ora tenevano, l'una il cappello frusto e l'altra il bastone, soleva quasi sempre intrecciare insieme come fa chi prega; aveva una voce rauca e grossolana, ch'egli si provava a rendere mite e benevola; in poche parole portava l'aspetto d'un impostore, e il suo aspetto era la cosa più franca e veritiera che fosse in lui.
S'inoltrò nel camerone e oltrapassò la linea del paravento, mettendo così il piede nella parte più intima della dimora di quella famiglia e si fermò a pochi passi dalla tavola su cui Rosina alzandosi aveva gettato alla rinfusa i panni intorno a cui stava lavorando; piantò in terra la sua mazza, vi appoggiò su le due mani una accavallata all'altra, e fatti scorrere que' suoi occhi di talpa, quasi di furto, su Vanardi, su Rosina e sui tre ragazzi che si erano fermi in gruppo, il tozzo di pane in mano e gli occhi larghi, a guardare il nuovo venuto, disse con voce tutto dolciata:
—Buon giorno, miei cari. Lei sta bene, signora Rosina?
—Benone, grazie. Oh, quanto a salute non è quello che ci manca.
—E lei, signor Vanardi?
—Benonissimo; e se si potesse batter moneta coll'appetito vorrei anch'io diventar proprietario di casa.
Marone fece una risatina falsa come una filza di perle di vetro.
—Ah, ah, ah! sempre di buon umore lei!.. Le auguro che continui…. Sì, le auguro che coll'aiuto della Provvidenza e della santa Vergine (ed alzò gli occhi al lucernario) lei e la sua famiglia possano sempre star nella grazia di Dio… Eh, eh! siamo presto al Natale ed alla fine dell'anno.
—Ci abbiamo ancora quindici giorni… disse timidamente Antonio.
—Che cosa sono quindici giorni? La vede come passa il tempo!… Sembra la settimana scorsa soltanto che l'anno è incominciato, ed eccoci già invece all'anno nuovo.
—Questo è vero.
—Dunque, buone feste e buon fine e buon principio.
—Grazie mille: rispose Antonio. Ed altrettanto a lei, signor mio, che il Cielo le mandi ogni sorta di bene.
E Rosina a soggiungere colla vivacità della sua parlantina:
—Sì, certo; quantunque lei non ne abbia bisogno, che lei è un signorone che ne ha di ogni grazia di Dio a bizzeffe…
—Cioè, cioè: interruppe Marone sorridendo, scotendo il capo ed agitando la mano; non bisogna credere tutto quello che dice il mondo delle mie fortune. Anch'io, benedetta la pazienza! ho i miei impicci… Non mi lamento già!! Curvo rassegnato il capo ai decreti della Provvidenza; ma anche per me questi sono cattivi tempi. La ricchezza vera e sola di cui posso vantarmi è una pura coscienza.
—Pura come l'acqua sporca: pensò Vanardi fra sè gettando un'occhiata impaziente e quasi indispettita sulla faccia ipocrita del padrone di casa.
—La coscienza è una bella cosa, ripigliava la Rosina, ma dei buoni redditi sicuri, come sono i suoi, non guastano la vita… Anche noi abbiamo la coscienza netta, come abbiamo ancora di tutt'oggi lo stomaco che non ha fatto colazione, ma ciò non basta a farci bollire la pignatta, noi che si manca di tutto e si stenta maledettamente la vita, sa!
Marone si pose a tossir forte, trasse di tasca il moccichino e si purgò il naso rumorosamente.
—Ehm! ehm! diss'egli poi ripiegando accuratamente il fazzoletto e rimettendolo in saccoccia: questi loro cari ragazzi son vispi come pesci nell'acqua. Gli è un piacere il vederli.
I fanciulli stavano sempre guardandolo curiosamente come una bestia rara. La mamma prese il più grandicello per un braccio, e tirandolo via di lì disse loro con accento proverbiante:
—Oh! volete levarvi dai piedi della gente, scioccherelli?
—Li lasci, li lasci, madama, la prego…
—Ma no, ma no… Venga avanti, signor Marone… La favorisca, s'accomodi… Antonio, porgi una sedia al signor Marone… che benedetto uomo! Tu stai lì interito come un piuolo. Vedi che l'è ancora rovesciata per terra la sedia che que' mariuoli hanno finito di rompere… Ah, che demonii, sa, signor Marone! Roba da diventar matti… Mi fracassan tutto qui dentro… Bisogna sempre aver la voce sugli acuti a gridare… E il loro padre che non sa farsene ubbidire!… Ecco qui una seggiola buona… voglio dire che non è sconquassata come le altre… Di grazia, la si accomodi un pochino. Vanardi, su via, muoviti; piglia il cappello e la canna del signor Marone.
—Grazie, grazie, non occorre: diceva il padrone di casa volendosene schermire; ma la Rosina s'era già precipitata sul cappello e glie lo levava a forza di mano, ed Antonio, seguendone l'esempio, s'impadroniva della mazza.
Il signor Marone sedeva, intrecciava le dita delle mani sulle sue ginocchia, si metteva a far girare i pollici, e con voce ancora più mansueta, e con aspetto ancora più benigno, guardando ostinatamente la punta dei suoi grossi scarponi, riprese a dire:
—Stamattina ho avuto il piacere d'incontrare la signora Rosina…
—Sì, signore, disse questa sollecita: andavo a fare una commissione, e se la vuol sapere, andavo a cercar del lavoro. Mi avevano detto che la sarta, la quale abita costaggiù alla seconda cantonata, cercava delle cucitrici; e siccome io, non fo per dire, ma coll'ago e il refe in mano sfido qualunque siasi ad avere un punto più sollecito e più fino e più eguale, sono andata ad esibirmi… Eh sì! la mi ha detto che ne aveva già due di troppo di operaie…
Marone trasse un sospiro e levò gli occhi al soffitto.
—Il lavoro manca per tutti, e non ci furono mai tante miserie come a questo tempo. La Provvidenza ci vuol punire tutti quanti dei nostri peccati, delle nostre empietà, della guerra sacrilega che facciamo alla Chiesa ed al clero.
Chinò il capo in aria tutto compunta, appoggiò le mani incrociate al petto curvo, e parve recitare una giaculatoria.
Antonio si morse i baffi per fermare sulle sue labbra le parole insolenti che avevano una matta voglia di venirne fuori.
—Ah, sì, disse la Rosina, ci sono molte miserie nel mondo, e non vi fu mai bisogno come ora che si eserciti la carità del prossimo.
Il padrone di casa fece un cenno affermativo col capo e colle mani, per significare che approvava vivamente quel che diceva la Rosina.
E questa continuava:
—E per fortuna ce n'è ancora di carità nel mondo.
—Dica per grazia di Dio.
—Come vuole… Di parecchie persone misericordiose si trovano in questa nostra città.
Marone strinse le spalle, allargò le braccia e mandò un'esclamazione, come per dire:
—Eh via, qualche cosa c'è pure, ma dovrebbe esserci di meglio.
—E tra queste persone dobbiamo contare anche lei, signor Marone.
Questi fece colle mani il moto vivace di chi respinge un vistoso dono che gli si offra, e con un calore di modestia ammirabile, esclamò:
—Oh, che cosa dice?… Io non sono nulla, e pur troppo non posso far nulla… Certo tutte quelle buone opere che mi si presentano da fare io non le trascuro. Posso dirmi con nobile orgoglio che qualche cosa di bene si deve pure alla meschina opera mia… La congregazione di Santa Filomena, se non fosse di me, non camminerebbe forse con tanta prosperità… Ma che cosa dico? Oh buon Gesù! Ecco che io commetto un peccato d'orgoglio.
—Eh! i suoi meriti sono conosciuti… Poc'anzi che l'ho trovato sulla porta della marchesa di Campidoro, sono certa ch'ella andava da questa brava signora per qualche opera buona.
—Sì, appunto: rispose Marone; per alcuni bisogni della nostra congregazione, di cui la marchesa è una delle socie più benemerite e generose.
—È dunque proprio vero che la vecchia marchesa è caritatevole come non si può essere di meglio?
—Se è vero? esclamò il proprietario levando le mani in atto d'ammirazione. Val quanto dire che quella donna è la carità in persona.
Rosina lanciò un'occhiata d'intelligenza a suo marito, con cui voleva dire:
—Vedi s'io t'ho parlato giusto!
Marone continuava con entusiasmo:
—È il miglior sostegno della nostra pia congregazione. Quando nasce qualche bisogno straordinario, a cui non so come parare, io vado tosto dalla marchesa; sono sicuro di uscirne sempre con quel che mi occorre.
—E quali sono le opere di carità che specialmente compie questa loro pia congregazione? domandò Antonio.
Il padrone di casa levò su il capo con mossa imponente e rispose con enfasi:
—Le migliori che si possano immaginare. Noi compriamo quanto più ci viene fatto di figliuole di mori, le facciamo battezzare ed allevare nella nostra santa religione… Noi non ci occupiamo che delle ragazze; dei maschi si dà pensiero una società sorella, quella di S. Primitivo; e così ogni anno sono delle belle dozzine di anime che noi abbiamo la viva e pura soddisfazione d'aver rapito al demonio e avviate per la strada del paradiso.
—Se non si perdono cammin facendo! disse Antonio, che fece una smorfia la quale indicava come non provasse un soverchio entusiasmo per questa bella impresa. La cosa è certamente degna d'encomio, soggiunse egli diffatti, ma mi sembra che senza andarle a cercar tanto lontano ci sarebbero delle opere di carità non meno e forse più interessanti da eseguirsi qui in paese… Non diceva ella medesima poco fa che mai non ci furono tante miserie come a questo tempo? Pare a me che prima d'occuparsi dei figliuoli dei mori si potrebbe pensare ai figliuoli dei cristiani che muoiono di fame.
Marone volse al pittore uno sguardo di freddo rimprovero e quasi di sprezzo.
—Nulla è più meritevole e più degno che togliere un'anima dagli artigli di Satanasso: la carità che vi concede qualche bene materiale, passeggero, che cos'è appetto a quella che vi apre la felicità sempiterna?
Il pittore avrebbe pure avuto ancora qualche piccola osservazioncella da fare; ma la moglie che voleva ad ogni modo abbonire il padrone di casa, disse ella per la prima:
—Questo è vero; lei ha perfettamente ragione…. Del resto si può anche fare una cosa e l'altra…. Mi dicono per esempio, che la signora marchesa di Campidoro non trascura di soccorrere anche le miserie dei poverelli di qua.
—Sì, rispose Marone masticando: la è una brava signora piena di buone intenzioni, e di denari la ne spende assai ed assai in elemosine…. Non sempre forse i frutti che ne ottiene corrispondono all'entità delle somme…. Poveretta! La se ne lascia mangiare di belli dal terzo e dal quarto.
—E forse più che da tutti, da quel bell'uomo del suo cacciatore; disse Rosina che non poteva tener la lingua a segno.
—Lei vuol dire Grisostomo? rispose Marone, chinando gli occhi sulla punta delle sue scarpe. Oh, quello è un brav'uomo che non c'è nulla da dire…. Se non avesse altri intorno che lui!… Ma ha trovato modo di ficcarlesi eziandio alle costole un certo tale, un sedicente filosofo, un umanitario: quel signor Salicotto che abita costà davanti alla mia casa, un empio che con bei discorsi e declamazioni d'una falsa filosofia cerca staccar le anime dalla vera religione e tira l'acqua al suo mulino; ma spero che coll'aiuto di quel sant'uomo del curato e di Grisostomo stesso apriremo gli occhi a quella brava signora e la libereremo da questo insidiatore…. Ma veniamo a noi. La cagione della mia venuta, loro la possono indovinare. A queste stagioni, io amo andare a vedere io stesso i miei inquilini. Passo da tutti, e porto meco per ciascuno la sua quietanza di pigione bella e fatta. Ecco qui la sua, signor Vanardi.
Trasse di tasca un portafogli, l'aprì, ne levò una carta, e, spiegatala, la porse al pittore a fargliela vedere.
—Come! già la quitanza? disse Antonio arruffandosi i peli della barba. Ma non è ancora scaduto il semestre.
—Non vi ha più che quindici giorni…. E loro d'altronde mi devono ancora il precedente.
—Questo è vero.
—Poco fa mi ha promesso lei medesimo di pagarmi in questa settimana.
—Anche questo è vero.
—Ed ecco dunque la ricevuta.
—Sì, signore: disse Vanardi puntando le due braccia alla tavola: tutto ciò va bene che non fa pure una grinza.
—Ella dunque mi fa il piacere di rimettermi la somma ed io lascio qui la ricevuta già firmata.
Antonio chiamava alla riscossa tutto il suo coraggio. Rosina si pose ad andare e venire con agitazione per la stanca, fingendo riporre delle robe e dar sesto alla casa.
—Andrebbe tutto a meraviglia, saltò su dopo un poco il povero pittore, s'io davvero le potessi pagare adesso adesso quella somma, ma essendo che pel momento proprio non lo posso, non credo che lei voglia lasciarmi lo stesso quella quitanza in sì buona regola.
Marone gettò di sbieco uno sguardo ratto sul suo interlocutore ed atteggiò le labbra al suo solito falso sorriso.
—Ah, ah! la vuole scherzare, signor Vanardi.
—Scherzare! esclamò accostandosi vivamente Rosina, a cui pareva già d'aver taciuto assai troppo.
Ma il marito le fe' cenno colla mano stesse cheta e lasciasse parlar lui: ed essa, per quella volta, fece il miracolo d'obbedire.
—No, pregiatissimo signor Marone, rispose Antonio: non ischerzo niente affatto. Quei denari non li ho, e non so donde andarli a stampare…. là!
Il padrone di casa gettò intorno a sè degli sguardi irrequieti.
—La dice daddovero?
—Daddoverissimo.
—Non può procacciarseli in nessun modo?
—In nissunissimo.
—Corbezzoli!
Marone si alzò con una fisonomia severa come quella d'un giudice convinto della colpa del reo e andò lentamente verso la tavola a prendersi il cappello e il bastone.
—Allora, diss'egli trascinando le parole e ripetendole come per farle penetrar più addentro nell'animo degli ascoltatori, allora… io sarò costretto… sì sono costretto… valermi dei mezzi che mi dà la legge… di tutti i mezzi che mi dà la legge.
Rosina, che non poteva più stare alle mosse, gli si piantò dinanzi colle mani in sui fianchi:
—Vuol dire, proruppe, che ci farà l'esecuzione, e ci venderà tutte queste poche robe che ci rimangono, e ci metterà in mezzo la strada…
—Queste robe, queste robe: disse sprezzosamente Marone, guardandosi intorno. Forse che basteranno a pagarmi del mio avere?
E Rosina che incominciava a perdere il sangue freddo:
—Eh sì, valgon poco…, sì, sono povere masserizie, ma sono di onesta gente, che non merita d'essere trattata come cani…
—Rosina! esclamò Vanardi, facendole gli occhi grossi.
—Eh, lasciami dire, chè la mi prude…
—Onesta gente: ripeteva il proprietario; certo che sì, va benissimo; io ho per loro la maggiore stima, ma quando non si paga…
—Quando un povero diavolo ha la sfortuna che lo perseguita…
—Ah! mia cara madama Vanardi, la sfortuna è una scusa bella e buona per tutti quelli che mancano ai loro impegni… Ma la si metta un poco ne' miei panni anco lei… Un proprietario… vive della pigione della sua casa; ora se il provento non gli entra in cassa, come avrà egli da fare?
—Oh bella!… Per una sì poca somma!… La stia zitto, la mi faccia piacere, signor Marone. Ricco com'è, che sì che gliene ha da far molto di questo in più od in meno.
—Io non sono ricco, le ripeto: disse bruscamente Marone; e non voglio perdere l'aver mio.
—Non si tratta di perderlo: soggiunse Vanardi con calore. Noi pagheremo senza fallo. Ci dia solamente ancora un po' di respiro.
—Eh! ve ne ho già dato di troppo… Sono sei mesi che mi menate pel naso.
—Ci mostri il suo buon cuore, disse la Rosina con un tono di supplicazione che lasciava travedere al di sotto la bizza presso a saltare.
Il proprietario si pose in testa il cappello e si mosse per uscire.
—Non lo posso: diss'egli asciutto asciutto. Provvedete ai fatti vostri, io provvedo ai miei.
—Ma signore, gridò Rosina tutto accesa in volto: vuol ella essere peggio che inesorabile! È questa la carità che ha per la povera gente?
Marone si fermò, battè in terra la ghiera della sua mazza e rispose borbottando:
—La carità! la carità!… Certo che ne ho e di molta, verso chi se la merita… Tutti lo sanno… ed anche il signor Parroco… Ma non mi tocca rovinarmi per giovare a chi non sa bastare a' suoi impegni; ma la vera carità non ha da favorire l'ozio, l'infingardaggine e la… Basta, non dico altro, appunto per amor del prossimo.
Rosina scoppiò come un petardo.
—Come sarebbe a dire? gridò essa venendo incontro al padrone di casa, con mossa quasi minacciante. Gli è a noi che fa di questi bei complimenti lei, brutto muso da torcicollo?…
—Oh, là, là! esclamò Marone diventando rosso sino alla fronte.
Antonio che offeso dalle parole di Marone voleva pure rimbeccarlo di proposito, antivenuto dall'uscita dalla moglie, pensò all'incontro suo dovere di adoperarsi a calmarla.
—Via, via, Rosina, bada alle tue parole per amor di Dio!
Ma la donna allontanandolo da sè con uno spintone:
—Eh lasciami stare, pan bollito che tu sei. Non senti le belle giuggiole che ci dà a succiare questo signor dabbene? E te le vuoi pigliare come confetti, tutto rimminchionito, che il cielo ti dia il limbo degl'innocenti!… Lasciami vuotare un po' il sacco, o schiatto.
E si rivolse di bel nuovo al padrone di casa.
Ma questi in quel punto medesimo apparve preso da una grande meraviglia. Un suo sguardo era caduto sopra il quadro dalla cornice dorata di cui s'è fatto cenno nel capitolo precedente; egli s'era fermato di botto e stava esaminandolo attentamente; poi passo a passo, come attirato da vivissima curiosità, non badando gran che alle parole della Rosina, si venne raccostando al luogo dove il quadro era appiccato alla parete.
E la Rosina colle mani in sui fianchi sbraitava inviperita:
—Ah, noi siamo infingardi, lei dice; noi siamo oziosi, noi siamo birbanti da mazzate, al suo garbato avviso! E perchè lei ha avuto la fortuna, chi sa come! di acciuffare, chi sa per che verso, la ricchezza, ci ha da trattar noi come scalzagatti e mascalzoni, che infatti in fatti poi, de' signori in giubba ne valiamo le dozzine!
Ma il padron di casa, senza darsi per inteso delle parole di Rosina, non cessava dal rimirar fiso quel quadro, e borbottava a mezza voce:
—È strana, proprio strana!
Poi si volse di pieno ad Antonio, che stava osservando con interesse queste mostre di stupore nel padron di casa.
—È lungo tempo che ella ha questo quadro?
—Sono tre anni.
—È fatto da lei?
—No: è l'opera di Adolfo Cioni… Ha lei conosciuto Adolfo?… o qualcuno di quella famiglia?
—Niente affatto; e questo è un ritratto od una figura di fantasia?
—È un ritratto.
—Di qualche signora di sua conoscenza? Scusi queste domande, ma una strana rassomiglianza…
—È il ritratto d'una giovine signora che ho conosciuto assai, e che da più di tre anni è sparita, senza che se ne sapessero più notizie nessune.
—Sparita!… Davvero…. Diavolo! diavolo!
Ma Rosina in quella con impazienza:
—Eh? che cosa mi viene, adesso a dare la volta alla frittata con quello spegazzo?
Marone con vivo interesse di curiosità, non abbadando alla donna, si rifaceva a domandare:
—E il nome? Potrebbe dirmene il nome?
—Certo che sì. La nasceva Balma e s'era sposata al capitano Orsacchio… Un vecchio scellerato, quello lì, che se mai mi capitasse nelle mani, io che non sono buono a far male ad una mosca, vorrei pur tuttavia conciare per bene… E di nome di battesimo la si chiamava Gina.
—Ah, Gina?… Cospetto… Ed è sparita da tre anni?… Oh, oh!
—Signor Marone: disse Antonio con una agitazione che non cercava menomamente nascondere. Ella conosce quella donna? Ella ne sa qualche cosa? Per carità, se così è, non mi nasconda nulla… Per la memoria del mio buon Adolfo, per la pietà che quella povera infelice deve ispirare a tutti che abbiano un cuore, in nome della carità la prego e scongiuro a dirmi tutto, e facesse Iddio che le sue parole mi potessero mettere sulle traccie di quella sventurata.
Ma qui ecco la Rosina risaltare in mezzo con una nuova inquietudine ed una nuova collera.
—Te ne preme dunque molto di codesta non so che cosa, signorino mio garbato?.. Ah! mi farai credere che gli è in memoria dell'amico, che gli è per compassione di cuore che tu la cerchi con tanta sollecitudine, allorquando gli asini voleranno… E lei signor Marone la conosce questo mobile che mi ha tutta l'aria d'essere una di quelle civettuole e peggio, per cui loro zucconi d'uomini fanno le mille pazzie… Eh già! Questa tela sporca era di troppo preziosa a messere! Avrebbe lasciato crepar di fame moglie e figliuoli piuttosto che venderla… State zitto, signor Vanardi, che ve lo siete lasciato scappar detto. Ed ora che vi nasce una speranza di saperne le novelle, ve' come v'ingalluzzite!… Oh gli uomini! gli uomini!… E sopratutto i mariti!…
—Rosina! vuoi tu sempre esserne allo solite?
—Signor Marone non gli dica niente, sa! Se ha la disgrazia di apprendergli tanto così sul conto di quella donna… senza contare che farebbe con ciò un bel mestiere… gliene cavo gli occhi.
—La non s'incomodi, signora Rosina, e non tema di nulla. Io non dirò nulla, perchè non so nulla. La signora Orsacchio, come suo marito mi dice che si chiama l'originale di questo quadro, io non l'ho mai sentita a nominare, altro che conoscerla… Ho trovato in questa figura una certa rassomiglianza con un'altra persona… una persona che ho visto una volta sola…
—Dove? dove? non potè trattenersi dal domandare Antonio: e la moglie ne lo punì con un'occhiata furibonda ed un pizzicotto.
—Non mi ricordo più nemmeno… Ma la è una donna che porta altro nome…
—E dove la si trova?
—Non saprei dirglielo: l'ho perduta, come si suol dire, di vista.
Vanardi avrebbe voluto insistere, ma la presenza della moglie sempre più sospettosa ne lo trattenne. Gli parve però che Marone mentisse per isbrigarsene, e dovesse sapere qualche cosa di più di quanto diceva. Un segreto presentimento, quasi un istinto, pareva ammonirlo che stava per iscoprire finalmente una traccia da penetrare, sapendo adoperarvisi, entro quel mistero che da tre anni gli pesava sul cuore. Determinò fra sè di non trascurare a niun modo questo leggier filo di cui pareva offrirgli finalmente un capo la sorte, e di consultare il suo amico Giovanni Selva, uomo di molto acume, intorno al miglior mezzo di procedere in proposito.
—Torniamo ai nostri affari, disse Marone cambiando però il precedente in un tono più mite ed umano. Per provarle, signora Vanardi, ch'io non manco di carità, anche a mio danno, consento ad aspettare altri quindici giorni… ma non di più, sa!… Se dopo questo intervallo non sarò pagato, allora… Intanto mi stieno bene e ricevano i miei più cordiali auguri.
Uscì con mille inchini e salutazioni.
—Bella carità! esclamò Rosina facendo il pugno dietro il proprietario partitosi; quindici giorni di tempo! Come faremo a mettere insieme i denari dell'affitto?… ed a pagare gli altri debiti?… ed a mangiare tutti i giorni?
—Mi farò pagare dallo speziale, disse Antonio.
—Sì che questo ci vorrà mantener grassi!
Vanardi prese una grande risoluzione.
—E… e scriverò anche una volta una lettera di supplicazioni a mio zio padrino.
Il signor Marone scendendo le scale borbottava fra sè:
—È proprio strana! Una rassomiglianza cotanta non l'ho mai vista. Dev'essere quella dessa… Eppure!… Orsacchio!… Non ho mai sentito questo nome… Eh, sì! un nome si fa presto a cambiarlo. Ho sempre pensato che nell'esistenza di quei due c'era un garbuglio… Sta a vedere che adesso lo vengo a scovar fuori. Certo, agirò con molta prudenza, ma ho in mente che quel quadro non mi lascierà perder nulla della mia pigione, e che anzi vi può essere qualche buon affare da trarne profitto… Giusto! Di quest'oggi stesso voglio andare a Valnota a farne motto al signor Nicolazzi… Appunto con questa occasione ne esigerò l'affitto. Vedremo! vedremo!