IX.

—Il signor Biale, così cominciò Selva, come già ti dissi, è un uomo che ora conta oltre a sessant'anni. Lo conosci tu di persona?

—No: rispose Antonio, non so d'averlo visto mai.

—È ancora un bell'uomo, alto di persona, a fronte calva, a faccia severa, quantunque tutto bontà, a sguardo benevolo ed occhi intelligenti. Fu militare, ed ha conservato qualche cosa della rigidità del portamento e della bruschezza di maniere del soldato. Ha la fibra di quel vero acciaio che piega, se occorre, ma fino ad un certo punto soltanto, e piuttosto s'infrange che andar sotto al livello della dignità e dell'onestà del carattere, che perdura inalterabile, ed all'influsso corrosivo delle male parti della società, delle passioni e della sciagura non si guasta nè s'infiacca. La natura gli ha regalato un'onestà a tutta prova, la disciplina militare, a cui fu soggetto ne' suoi giovani anni, gli ha aggiunto un non so che di puritanismo autoritativo che lo fa abborrire da ogni discussione, guardare con occhio acuto e sicuro dove stia il dovere, e vistolo, camminare a passo franco verso di esso, quali che sieno gli ostacoli che trammezzino.

«Il dovere è per lui la formola suprema, la regola inflessibile a cui misurare tutte le sue azioni. Esso lo fa inchinare venerando innanzi a Dio; esso lo rende caritatevole e pronto al sacrifizio verso il prossimo; esso lo fa amoroso e previdente padre di famiglia, ed insieme egregio cittadino, pronto a dare le sostanze e la vita per la patria. Per effetto della sublime bontà del suo animo, dovere ed amore si confondono per lui in una medesima cosa. Egli, quello che dice, ama di farlo. Sotto alla rigidità delle sue maniere ed alla soldatesca asciuttezza de' suoi contegni e' nasconde tesori d'amore da disgradarne l'anima della donna più pietosa e meglio fornita di affetti. Questa profonda e contenuta bontà si manifesta raro nel laconismo delle sue parole, ma prova eloquentemente nelle opere, avvolte pur sempre in quel caro e prezioso appannamento, lasciami dir così, della semplicità e della modestia.

«Suo padre era un uomo duro, a cui per contro la pietà parlava poco al cuore, troppo invece l'interesse. D'un'onestà ancor egli a tutte prove, non avrebbe fatto torto d'un centesimo ad uomo al mondo, ma non avrebbe dato nemmeno un soldo, nemmanco un suo incomodo di mezzo minuto per fare un'ombra di bene ad un suo simile, cui non avesse ragione da amare, o temere, o sperarne ricambio; non si sarebbe peritato neppure un istante a rovinare chicchessiasi, un uomo ed anche un'intiera famiglia, per soddisfare le due passioni che più violentemente possedevano la sua anima fiera: l'amor del guadagno e quello della vendetta.

«Di quest'ultima sua feroce passione ben ebbe a sentirne gli effetti la famiglia del povero Pannini…

—Pannini, interruppe Antonio, quello stesso che ora ha sposato la figliuola del signor Biale?

—Lui no; il marito della signora Lisa a quel tempo era ancora in mente dei; e suo padre medesimo non era che un fanciullo; un fanciullo era eziandio, di pochi anni anzi minore, il signor Carlo, il padre della Lisa medesima; ma gli è appunto di quella famiglia che si tratta e dell'avo del vivente signor Pannini. Fra costui e il padre del signor Carlo esisteva da tempo una ruggine che sempre era venuta crescendo. Biale era segretario ed amministratore delle fortune copiosissime della nobile famiglia di Campidoro. Pannini ne era il maggiordomo. Tutte due erano da tempo legati a quella casa e ne curavano od ostentavano di curarne gli interessi, e tuttedue avevano delle benemerenze verso i padroni che davano loro un influsso che altri non avrebbe avuto nelle loro condizioni. Pannini, quando la famiglia, per gli sconvolgimenti politici dell'invasione straniera e del dominio francese in Piemonte, aveva emigrato di paese, aveva voluto associare la sua alla sorte de' suoi padroni, li aveva seguiti, e poichè essi erano ridotti a povere fortune dal sequestro e dalla vendita dei loro beni patrimoniali, esso li aveva generosamente mantenuti, senza che loro quasi se ne avessero ad accorgere, col frutto dei risparmi che egli aveva potuto fare in addietro ed aveva seco portati in esilio. Ma Biale non aveva dimostrata minor devozione per quella stirpe: quando i beni della medesima erano stati posti in vendita, egli aveva fatto così bene, che direttamente per sè, e mediatamente per alcuni suoi fidatissimi, erasi reso acquisitore di tutto quanto, giungendo persino a salvare la parte più preziosa e che avessero più cara dei loro mobili e delle loro domestiche memorie. Quando poi i Campidoro erano ritornati col loro re, egli modestamente era andato a riporli in possesso d'ogni parte di quel patrimonio che possedevano prima della tempesta della rivoluzione. Son codesti servizi di tali che non si dimenticano più, e Pannini e Biale furono pei Campidoro qualche cosa di meglio che un ragioniere ed un maggiordomo, quasi due membri della famiglia; la quale, a quel tempo, era ridotta a due uomini, il padre vecchio cadente oramai e un solo figliuolo non più giovane, marito dell'attuale vecchia marchesa, che sarà l'ultima a portare quel nome illustre, non avendo il Cielo benedetto di figli il suo matrimonio.

«In quella situazione in cui si trovavano era troppo facile che nascesse rivalità fra il signor ragioniere ed il signor maggiordomo, e che perciò, a scavalcarsi a vicenda, l'uno tendesse a danneggiar l'altro nello spirito dei padroni; e così avvenne di fatto. Pare anzi che il primo a cominciare siffatta guerra sia stato Pannini; e Biale, accortosene, ebbe la maggior rabbia che possa tormentare anima d'uomo e giurò di fargliela pagare.

«La brutta lotta durò assai tempo con varia vicenda. Il marchese padre pareva propendere pel maggiordomo, il figliuolo e specialmente la moglie sembravano invece più inchinevoli al ragioniere. Pannini aveva un torto che pare essere un difetto inerente all'organismo di quella famiglia, poichè fu quello che menò poi a rovina suo figlio, in quel tempo appena adolescente, e che io stesso ho già avuto occasione di notare nel suo nipote Gustavo: un amore straordinario dello sfarzo di comparire in pubblico colle mostre della ricchezza e dell'eleganza e un'alterigia sciocca verso chi presumeva da meno di lui per la fortuna e pel grado sociale; onde avveniva che tra i famigli egli avesse poco o punto simpatia, e tutti invece fossero più disposti a favorire il segretario, il quale in realtà superiore di grado al maggiordomo era in fatti meno di lui altezzoso e superbo, e di cui la vita modesta non offuscava gli sguardi a nessuno, non chiamava in alcun modo l'invidia e le maligne supposizioni della gente.

«Avvenne frattanto che il vecchio marchese ammalasse e di quella malattia che esser doveva l'ultima; il maggiordomo fu pieno di cure per esso; il suo ufficio era più adatto a concedergli di star presso il malato, e questi era così contento de' suoi servigi che quasi non voleva intorno altri più che il maggiordomo. Fece il marchese il suo testamento e questo mostrò gli effetti di quel suo stato presente dell'animo, poichè mentre Biale vi era appena nominato e col legato d'un ricordo da nulla, vi si contenevano invece per Pannini alcune espressioni le più lusinghiere di riconoscenza per quanto aveva egli fatto in beneficio dei Campidoro, e il lascito d'un vistoso legato.

«Quando, morto il marchese, Biale ebbe conosciuto il tenore di quel testamento, egli provò una rabbia come forse non aveva ancora provato mai. Amante come ti ho detto esser egli del guadagno, aspramente gli cuoceva la meschinità del regalo a lui lasciato, appetto alla vistosità di quello destinato al suo rivale; gli cuoceva del pari e fors'anco più la sconoscenza che aveva fatto passar sotto silenzio i servizi da lui resi ai Campidoro per magnificar quelli di quel rivale medesimo cotanto favorito. Gli parve una vera ruberia che s'era fatta a suo danno: ruberia di denaro e ruberia di considerazione; e il colpevole di questo misfatto era Pannini, il quale se ne vantaggiava e trionfava. L'odio suo contro di costui, il qual odio non aveva pur bisogno di crescere per diventare enorme, tuttavia s'infierì vieppiù. Pannini, da parte sua, ebbe la stoltezza e l'audacia di quasi menar vampo di questo suo successo; e i suoi contegni verso Biale presero un non so che di sprezzante, che erano pel padre di Carlo una continua e reiterata e sempre più pungente provocazione.

«Biale si racchiuse in un cupo silenzio, parve cedere innanzi al rivale, ma si raccoglieva invece per trovar modo di perdere affatto l'odiato suo nemico.

«Ti ho detto che il modo di vivere di Pannini era tale da destare anche le maligne supposizioni della gente, e le aveva destate difatti. I famigli susurravan piano, e le comari del quartiere ripetevano forte che a pagare tutto il lusso del signor maggiordomo non bastavano le paghe onestamente da esso guadagnate, ma concorrevano alcune particelle dei redditi della casa di Campidoro, abilmente da esso stornate ne' suoi conti. Il male e le colpe dei nostri nemici si credono molto agevolmente e con molto diletto; Biale credeva codesto di Pannini, e determinò provarlo ai padroni e vi si accinse con tutta la pertinacia e la sagacità dell'odio.

«Non saprei dirti come ci sia riuscito; il fatto è ch'egli raccolse certi documenti e li presentò al marchese ed alla marchesa, i quali ne furono convinti che il loro maggiordomo rubava a man salva. Il modo con cui Pannini aveva ottenuto dal vecchio padrone moribondo que' vantaggi e quelle note di encomio nel testamento non era piaciuto nemmeno all'allora vivente marchese ed a sua moglie, i contegni del maggiordomo di poi avevano sempre più indisposto l'animo loro verso di esso: onde, alle rivelazioni avute da Biale, senza voler scendere a spiegazioni di sorta, senza il menomo rimprovero nè altro, il marchese e la marchesa, pagato Pannini di quanto per ogni ragione gli spettasse, gli fecero significare che aveva da considerarsi aver cessato di essere loro maggiordomo.

«A Pannini fu come una tegola che gli fosse cascata sul capo passeggiando. Capì che la sua disgrazia la doveva a Biale, e se glie ne accrescesse odio è facile pensarlo: fosse l'accoramento per questa sua sventura o la rabbia di non potersi vendicare, il fatto è che non andò molto tempo ch'egli si morì lasciando suo figlio in povere fortune e nell'animo di lui l'odio verso il Biale, maggiore ancora di quello ch'egli non avesse.

«Questo suo figlio, che è poi il padre del marito della signora Lisa, aveva ancor egli, come e più che il padre, un grande amore per lo sfarzo e per lo spendere, e trovavasi disgraziatamente al verde. Venduto quel poco che gli era rimasto dell'eredità paterna, egli era andato ad arruolarsi in un reggimento dell'esercito, e in questa carriera militare, che egli abbracciava quasi per disperazione, doveva trovarsi a fronte il figliuolo del nemico di suo padre, il quasi a lui coetaneo Carlo Biale.

«Questi aveva scelto tale carriera parte per inclinazione, parte eziandio per torsi da casa, dove l'umore diventato acre, intollerante ed ingiustissimo di suo padre, gli rendeva quasi insopportabile il soggiorno. Dopo la cacciata del Pannini e ancora più dopo la morte di lui, Biale mentre di fisico pareva invecchiato di dieci anni, di morale era divenuto il più cupo, il più irritabile, il più scontroso degli uomini. Si sarebbe detto che una pena interna lo rodeva continuamente, e ch'egli non potendo nè scacciarla nè sfogarsene altrimenti, si travagliava maledettamente in una continua rabbia contro sè stesso e contro altrui; rabbia che tutta incessantemente andava a cadere sul capo del povero Carlo.

«Non ci volle poco a far consentire il padre ch'egli andasse soldato; ma l'intervento del marchese, e della marchesa sopra tutto, la quale andava pazza per le monture militari, valsero a vincere la sua renitenza. Carlo a diciott'anni entrò semplice soldato in un reggimento di fanteria; non volle esenzioni e privilegi nella vita del soldato, benchè la protezione dei Campidoro gliene avrebbe potuto procurare d'ogni fatta, e non si distinse da ogni altro che per zelo e buona condotta. Ma tuttavia la protezione della nobile famiglia non gli fu inefficace, perchè passato rapidamente pei gradi subalterni, quattro anni dopo d'essersi arruolato, egli era promosso ufficiale. Il figliuolo del disgraziato Pannini da molti più anni si impazientava alla soglia di questa ambita promozione nel grado subalterno di sergente. Ma in quella ecco avvenire a Carlo una sciagura e svelarglisi un tremendo segreto che doveva influire su tutta la sua vita di poi.

«Era egli di guarnigione a Genova, quando riceve una lettera pressante che lo invita a venire senza il menomo indugio a Torino, se vuole ancora vedere in questo mondo suo padre, assalito da una violenta malattia, e condannato senza rimedio. Il colonnello del suo reggimento, che di molto amava e stimava il giovane Carlo, gli dà tosto di suo capo il permesso di venirsene, ed egli accorre colla maggiore rapidità che gli era concessa. Arriva che suo padre è proprio all'agonia; ma nel moribondo è ancora tutta la sua cognizione, ed è ardente, pieno d'impazienza il desiderio di veder suo figlio, di potergli dire alcune ultime parole prima di chiuder per sempre gli occhi. Carlo s'accosta al letto, tremante, piangente, e quasi non riconosce suo padre in quel cadavere in cui non c'è più di animato che due occhi sbarrati, febbrili, riarsi da un fuoco interno, agitati e quasi direste paurosi. Il morente gli fa cenno accosti più che può l'orecchio alle sue labbra, da cui greve, affannato, penoso esce il rifiato interrotto dal singhiozzo della morte, e Carlo si curva sul giacente e questi con quel filo di voce che gli rimane sussurra:

«—Non morivo tranquillo senza svelarti una cosa che da tempo mi tormenta… che è un mio gran rimorso… che temo Dio non mi perdoni…

«Un singhiozzo l'interruppe: Carlo volle dire alcune parole di conforto, ma il padre accennando cogli occhi lo lasciasse parlare, temendo di non avere il tempo di finire la fatale confidenza, si affrettò a soggiungere:

«—Pannini era innocente… Sono io che l'ho rovinato… io che l'ho fatto morire nella miseria calunniandolo… «Carlo fece un moto di sorpresa che poteva anche dirsi di orrore.

«—Ah!… potessi riparare… balbettò ancora il morente in cui la voce veniva meno, poi torse gli occhi, agitò le labbra per pronunciare altre parole, ma nessun suono ne uscì più; una lieve contrazione ne corse i lineamenti, e il capo ricadde abbandonato sul guanciale. Era morto.

«Pensate qual esser dovesse l'animo dell'onesto, intemerato Carlo, in presenza del cadavere di suo padre dopo una rivelazione siffatta!

«Il pensiero che subito sorse nella dolorosa confusione ond'era stata invasa la sua mente all'apprendere quel fatale, inaspettato segreto, siffatto pensiero era quello cui avevano accennato le ultime parole pronunziate da suo padre, le quali rivelavano di certo il desiderio con cui egli era morto; era quello che non poteva a meno di sorgere in un'anima così onesta: riparare!

«Ma come farlo? In qual modo e in qual misura? Carlo stette innanzi a suo padre morto, le mani serrate con forza di contrazione muscolare, muto, immobile, pallido, fissando quel cadavere come se da quei lineamenti distesi dalla mano della morte, da quelle labbra chiuse per sempre gli dovesse venire tuttavia un'indicazione del come eseguire il dover suo, poichè egli non aveva menomamente indugiato a sentire che quello era oramai un suo impreteribile dovere.

«Che notte fosse quella ch'egli passò dopo la morte del padre e la terribile rivelazione, egli solo potrebbe dirlo, e non disse mai a nessuno; ma il mattino la sua decisione era presa. Per prima cosa si recò dai signori di Campidoro ed apprese loro tutta la verità, perchè nel loro concetto fosse riabilitata la memoria del morto maggiordomo. Egli aveva sentito che di due sorta doveva essere la riparazione da farsi al calunniato: una morale, distruggendo il falso giudizio che di lui aveva recato chi l'aveva creduto colpevole; l'altra materiale, risarcendo per quanto a lui fosse possibile la famiglia di quella vittima, dei danni finanziari che aveva sofferto. Dopo aver dunque manifestato il vero al marchese ed alla marchesa di Campidoro, fece due parti dell'eredità che gli aveva lasciato suo padre ed una fece pervenire misteriosamente al figliuolo di Pannini. Verso di costui egli non aveva nessun debito di svelare la colpa di suo padre: purchè lo risarcisse ampiamente di quello che aveva perduto. Gli fece pervenire la vistosa somma come il pagamento d'un debitore di suo padre, che desiderava rimanersi sconosciuto. Pannini accolse questo come un bel regalo della sorte, e non cercò altro, non sospettando nemmeno che la cosa potesse venire da Biale; e siccome era sempre del medesimo umore spendereccio, si diede a farla alla grande con quei denari, per quanto gli consentiva la vita di subalterno militare. Avrebbe rinunziato a questa uggiosa esistenza, ma i Campidoro volendo alla loro volta risarcire in alcun modo il figliuolo del loro antico maggiordomo, ottenevano a poco andare anche per lui le spalline da ufficiale, ed egli trovandosi assai leggiadro e piacente sotto la montura, continuava volonteroso. Poco dopo si univa in maritaggio con una bella ragazza che gli arrecava una discreta dote, e ne nasceva un figliuolo, che è il presente Gustavo Pannini.

«Ma volle sventura che un giorno Carlo Biale, promosso ad un grado superiore, fosse cambiato di reggimento, e mandato in quello appunto in cui era Pannini. Nell'animo di costui non era punto scemato l'odio che nutriva verso il figliuolo del nemico di suo padre, di cui non sospettava, e non avrebbe creduta mai la generosa azione a suo riguardo.

«La severità di modi, l'asciutto riserbo di Carlo dispiacquero sempre più a Pannini, il quale non lasciava occasione di scoccare qualche frizzo mordace contro di lui: nè valse a placarlo il modo degno e leale con cui Carlo trattava; e tutti, in breve, nel reggimento furono persuasi che una gran ruggine era fra quei due, e che sarebbe bastata una lieve circostanza a far nascere fra loro una collisione: questa circostanza Pannini tentava ad ogni modo di far nascere, e Biale invece con pari cura e con successo migliore faceva ad impedire. Di codesto, come accade, fra gli ufficiali del reggimento si faceva un gran discorrere, e chi temeva per l'uno e chi per l'altro, con discussioni calorose che minacciavano persino produrre le più triste conseguenze; gli amici di Pannini cominciavano a tacciare di pusillanimità la prudenza di Biale, e i parteggiatori di quest'ultimo battezzavano per impertinenza la volontà provocatrice del primo. In verità Pannini aveva molti più aderenti che non Carlo, il quale, venuto l'ultimo nel reggimento, colla serietà del suo carattere allontanava da sè la famigliarità e la confidenza che sogliono aver luogo fra camerati.

«Le cose erano a questo punto, quando la circostanza tanto aspettata da Pannini avvenne pur troppo. Si era in piazza d'armi alle manovre, e Biale in mancanza dell'aiutante maggiore faceva egli siffatto servizio. In un movimento qualunque, Pannini, che comandava un pelottone, si sbagliò e Carlo l'ebbe ad ammonire: era un movimento importante, occorreva fosse eseguito rapidamente, e si era sotto gli occhi del colonnello severissimo, che avrebbe acerbamente rampognato l'errore: per ciò le parole di Biale furono forse più vivaci ed impazienti che non sarebbero state in altro momento, e Pannini sentì montarsi la stizza, offeso il suo orgoglio, che era cotanto, nell'essere rimbrottato in presenza del reggimento. Si fermò egli fuori delle righe, al posto in cui si trovava, e rispose alcune insolenti parole al suo correttore; Biale rimbeccò ordinandogli, come superiore, tacesse ed obbedisse: in quella soprarrivò il colonnello, che volle sapere ciò che accadesse: informatone brevemente da Carlo, il comandante del reggimento, il quale in siffatte cose era scrupolosissimo, disse forte colla sua voce chiara di comando:

«—Sottotenente Pannini, cinque giorni di arresto nella propria camera.

«Pannini tornò al suo posto pallido e mordendosi le labbra.

«—Biale me la pagherà: l'udirono mormorare fra i denti i suoi vicini.

«Mentre il sottotenente, era agli arresti, i suoi amici andavano dicendo a bassa e ad alta voce che appena uscitone, Pannini avrebbe domandato ragione a colui che era stato causa fosse così punito; e Biale quando questa voce gli venne all'orecchio si contentò di fare un sorriso e di crollar le spalle. Invero il signor Carlo non aveva nessun'apprensione da provare per un simile scontro, tra perchè era coraggiosissimo innanzi ad ogni pericolo, tra perchè nel maneggio d'ogni arma andava dei primi nel reggimento e di molto innanzi al suo avversario.

«La cosa avvenne infatti com'era stata prevista. Il giorno stesso in cui erano finiti gli arresti di Pannini, questi alla prima radunata degli ufficiali investiva aspramente il suo nemico e lo sfidava a duello. Biale s'era proposto d'esser calmo e di non accettare la tenzone, riparandosi dietro la buona ragione che avendo parlato a Pannini in qualità di superiore e per cose di servizio, non poteva essere il caso di darne conto con un duello, ma come si fa ad esser calmi quando un uomo vi provoca insolentemente in presenza d'una frotta di compagni che si sanno pronti a prendere la vostra moderazione per un meno nobile sentimento, e si ha il sangue di venticinque anni nelle vene? Biale dimenticò tutti i suoi propositi di mitezza innanzi alla tracotanza del suo avversario e, accettato il duello, volle che fosse alla spada, l'arma degli scontri più seri, e con tali condizioni che lo rendessero pericolosissimo.

«—Così, pensava egli, l'avrò finita una buona volta con questo matto.

«Le cose furono intese appuntino, ed il giorno dopo doveva aver luogo il combattimento. Appena calmato un poco il bollore del sangue, nel signor Carlo era tosto entrato già un rincrescimento di quanto ora avvenuto, e s'era già pentito dell'aver così facilmente ceduto all'impeto del suo momentaneo risentimento. Che? Aveva egli da battersi col figliuolo dell'uomo che doveva a suo padre la rovina? Così, se il padre aveva danneggiato questa famiglia nelle sostanze e nella fama, egli, Carlo, l'avrebbe priva del suo unico attuale sostegno? Come ti dissi, Pannini erasi ammogliato ed era da pochi mesi padre d'un bambino; Carlo pensò a questo meschinello di fanciullo, ed avrebbe dato non so che cosa per evitare quello scontro… Ma sì, come s'aveva da fare oramai? Tutto era stabilito, l'ora fissata, preso il convegno: per ritrarsene ci voleva ben altro coraggio di quello che Carlo si credeva d'avere. Affrontare la lama dell'avversarlo era un nonnulla per lui, ma affrontare i severi giudizi, lo scherno, il disprezzo di tutto il reggimento, che sapeva non gli sarebbero mancati quando egli si fosse tirato indietro, era troppo, e non gli pareva affatto di sentirsene la forza.

«Era già notte, e Carlo, solo nella sua camera, preparava alcune carte e disponeva di alcune sue cose nella previsione d'una possibile disgrazia che gli toccasse nel duello la mattina a venire, quando il soldato che gli faceva da domestico venne ad annunziargli che una signora con fitto velo sul volto domandava con viva istanza parlargli. Carlo, che non indovinava menomamente chi esser potesse, ordinò che fosse introdotta. Entrò una donna che pareva appena potersi reggere in piedi, tanto era vacillante il suo passo, e di cui le mani tremavano come foglie mosse dal vento. Mentre Biale la salutava rispettosamente e muoveva verso di lei, la dama si sorresse al mobile che trovò più vicino colla sembianza di chi ha proprio esaurite tutte le sue forze.

«—Signora, disse Biale con accento incoraggiante, con chi ho l'onore di parlare, e che cosa mi vale il favore d'una sua visita?

«La signora, il cui petto ansimava penosamente, levò il velo che discendeva dal suo cappellino e mostrò il viso pallido, disfatto, inondato di lagrime della giovane moglie di Pannini.

«Biale diede indietro d'un passo meravigliato e turbato.

«—Signora, balbettò egli, non sapendo affatto che cosa si avesse da dire: signora, lei qui!….

«La donna per tutta risposta si lasciò cader seduta, e, coprendosi col fazzoletto la faccia, ruppe in un pianto dirotto ed angoscioso.

«Carlo stette un poco dritto innanzi a quella donna, assai imbarazzato di quel che avesse da dire o da fare; ma poichè alcun tempo era trascorso in silenzio ed ei sentiva che qualche parola gli toccava pure di rivolgere a quella desolata, cominciò con voce impressa di riguardo e di pietà:

«—Signora, si calmi, faccia coraggio, la prego… La sua venuta mi fa pensare ch'ella creda ch'io possa qualche cosa per lei; mi dica ciò che ha da comandarmi, ed io la accerto che mi farò una premura di servirla in tutto quanto mi sarà possibile.

«La donna si levò con impeto, si rasciugò in fretta le lagrime, e giungendo le mani come fa chi supplica con ardore, disse con accento pieno di commozione:

«—Sì, ella può molto per me. Ella può tutto, ed io sono venuti a scongiurarla non voglia gettar nella rovina e nel dolore una famiglia.

«Per farla breve, la moglie di Pannini era venuta a pregare il signor Carlo di non battersi col marito di lei; e lo fece con tante preghiere, con tanta insistenza, con tali ragioni, che un cuore anche meno umano di quello di Biale ne sarebbe rimasto commosso. Ma quello che la povera donna domandava pareva all'avversario di Pannini impossibile: come si fa a disdire un duello senza che ne sia offeso l'onore, massime trattandosi di militari? Egli promise che avrebbe fatto di tutto per risparmiare la vita del suo nemico; ma codesta promessa non valse a tranquillare quella povera anima sgomenta di moglie e di madre.

«Quando sarebbero stati a fronte nel giuoco tremendo in cui si tratta di salvare la propria vita colla morte altrui, che sì che avrebbe avuto ancora molto potere una tale promessa! Ella aveva bisogno di sapere che non sarebbero andati sul terreno; ella si rivolgeva a quella generosità e pietà dell'animo che sapeva in Biale cotanta; ella lo pregava in nome d'un bambino che sarebbe rimasto orfano, gli svelava un doloroso segreto della sua famiglia, ed era che il marito col suo soverchio spendere aveva ormai consumato tutte le sue e le sostanze della moglie, così bene ch'egli morendo avrebbe lasciata la vedova e il figliuolino nella miseria. Avrebbe il signor Carlo voluto tanta jattura? Tu sai che eloquenza disordinata, fuori di tutte le regole, ma efficace, ha una donna commossa, che vuole arrivare a uno scopo, una donna che prega per ciò che ha di più caro al mondo. Biale aveva le lagrime agli occhi, ma non poteva dare alla supplicante una risposta qual essa desiderava.

«—Ma vuol'ella adunque, finì egli per esclamare, che io sacrifichi alla sua tranquillità il mio onore?

«—Voglio che non mi tolga il padre di mio figlio, l'unico sostegno che mi rimanga.

«E poichè vide che Carlo rimaneva irremovibile, ella con atto ed aspetto disperati partissi, ma lanciando sul giovane queste parole come una maledizione:

«—Dio non le possa perdonar mai, se ella avrà ad essere l'assassino della mia famiglia.

«Biale rimase solo sotto l'impressione di quelle crude parole che gli penetrarono profondo nell'anima.—L'assassino di quella famiglia!—Tutta notte sentì intronare nel suo cervello quest'orribile grido. Era dunque fatale che quelli del suo sangue fossero funesti ai Pannini? Quel povero bambino, quando fosse rimasto orfano, con che forza avrebbe gridato al cielo vendetta contro di lui, come aspramente il rimorso avrebbe travagliato il cuore di Carlo! Aveva egli riparato in parte al danno recato a quella famiglia da suo padre per recargliene egli stesso uno maggiore? Andar sul terreno era un esporsi a diventar omicida; la donna sconsolata che era venuta a supplicarlo aveva avuto ragione di non contentarsi della promessa da lui voluta dare di risparmiare i giorni dell'avversario; ben sentiva egli stesso che in faccia alla punta della spada nemica difficilmente sarebbe stato padrone di sè. Dunque?… Non aveva egli verso il figliuolo della vittima di suo padre doveri diversi e maggiori che non verso ogni altro?… Quando egli fosse giunto a persuadersi che questo dovere lo aveva, l'avrebbe compito senza fallo, qualunque cosa gli avesse costato; ma respingeva questa persuasione. Lottò lungamente; alla fine vinsero la pietà e quel sentimento esagerato del suo debito verso Pannini, cui la sua anima di probità dilicatissima aveva concepito: determinò che non avrebbe a niun conto incrociato la spada col figliuolo dell'antico maggiordomo di casa Campidoro. Giunto il mattino, scrisse due lettere: una ai suoi padrini, l'altra al suo avversario; diceva in entrambe che più mature considerazioni fatte lo avevano deciso a non battersi altrimenti, che molto gli doleva quanto era avvenuto fra lui e Pannini; ma di quanto riguardava il servizio, egli superiore di grado non aveva da renderne ragione nessuna, e se nei fatti suoi v'era alcuna cosa all'infuori di ciò che avesse offeso il sottotenente, egli, stato sempre lontanissimo dall'avere una simile intenzione, non esitava a dichiarare aperto la sua maggiore stima per l'avversario.

«Questo diportarsi di Carlo fu uno scandalo per tutto il reggimento, che lo tacciò senza esitazione per atto di viltà. I padrini di Biale accorsero strepitando al suo alloggio: ma un uomo come quello non aveva potuto risolversi ad un passo di tal fatta senza molto travaglio; appresero ch'egli era in letto con una febbre gagliarda e trovarono nell'anticamera il suo fido soldato di servizio che per ordine del medico non lasciava penetrare nessuno presso di lui.

«Per una settimana, durante cui Biale fu ammalato, Pannini trionfò presso i compagni, di cui non uno era disposto ad approvare la condotta del signor Carlo: non una visita venne a dimostrare al malato la simpatia e il riguardo di alcuno de' suoi compagni d'arme. Solo una donna venne copertamente una sera a ringraziarlo piangendo di riconoscenza: era la moglie di Pannini, la madre di Gustavo. Tutta l'ufficialità del reggimento aveva sentenziato che Biale era indegno di appartenere al loro corpo, e che bisognava assolutamente fargli prendere le sue dimissioni.

«Quando Carlo si presentò la prima volta dopo ciò ai suoi commilitoni, tutti gli volsero le spalle col più appariscente disprezzo, nessuno gli diresse la parola, ed a ciò ch'egli disse non fu risposto, come se da nessuno fosse udito: egli divenne più pallido di quel che già era in seguito a quella settimana di malattia, si morse le labbra, ma incrociate le braccia al petto, stette immobile senza più aggiunger verbo.

«Sopravvenne il colonnello, il quale naturalmente era stato informato di tutto. Per ragioni di servizio dovette egli rivolgere la parola a Biale, ma lo fece con più asciutta brevità e con burbero accento più che non mai prima, e innanzi di partirsi gli disse bruscamente che desiderava parlare con lui e lo attendeva ad una data ora in casa sua.

«Quando Carlo si recò dal colonnello, questi lo accolse nel suo salotto, dritto innanzi al camino, con una faccia delle più accigliate. Lasciatolo appena varcar la soglia, il colonnello interrogò Biale con impetuosa vivacità:

«—È egli vero ciò che apprendo sul suo conto, signor luogotenente?

«—Che cosa? domandò a sua volta Biale con rispetto, ma con fermezza e in contegno tutt'altro che di colpevole.

«—Che lei, sfidato da Pannini, al momento del duello ha rifiutato di battersi?

«—È vero: rispose con serena semplicità il signor Carlo.

«Il colonnello diede uno scossone e fece una fiera alzata di capo come cavallo che adombra.

«—Diavolo! esclamò egli, mandando lampi dagli occhi. Questo è grave… molto grave… Ed io che ho sempre stimato in lei un buon ufficiale!… Alla croce di Dio, avete voi paura?

«Biale arrossì fino alla radice dei capelli: ma i suoi occhi mostravano che non era di vergogna quel suo rossore.

«—No, signor colonnello, non ho paura: diss'egli fermamente, ma senza tono di millanteria.

«—Orsù, vediamo un poco… Qui sotto ci dev'essere una qualche ragione, ed io non sarò malcontento di saperla.

«—Sì signore, la ragione c'è: una ragione che mi rende la vita del signor Pannini più sacra di qualunque altra, ma questa ragione è un segreto, ed io non lo posso dire a nessuno, nemmanco a lei.

«La faccia del colonnello s'imbrunì minacciosamente.

«—Eh via, queste son favole: diss'egli crollando il capo con espressione di molto malcontento. Crede lei che la cosa possa passar così liscia senz'altro?

«Tacque, come per aspettare una risposta: Carlo rimase immobile e taciturno.

«—Avrà visto che accoglimento grazioso le hanno fatto i suoi compagni…

«Biale ebbe una dolorosa contrazione del volto, come uomo a cui si tasta aspramente una piaga; ma tornò tosto nella sua impassibilità.

«—Ho visto, diss'egli freddamente.

«—Ed hanno ragione, corpo di bacco! proruppe con collera il colonnello. Sa ella, un ufficiale che rifiuti una soddisfazione d'onore, che cosa gli resti di meglio da fare?

«—Dare le sue dimissioni, rispose freddamente Carlo.

«—Lei lo ha detto: disse con forza il colonnello, che pareva perdere la pazienza.

«Biale s'inchinò.

«—È ciò che faccio fin da questo momento. Le manderò la mia domanda per iscritto quest'oggi medesimo.

«Il colonnello aggiunse seccamente:

«—Procurerò che il Ministero soddisfi il più presto possibile il suo desiderio.

«Fece un lieve cenno del capo per indicare che il colloquio aveva da esser finito, e Biale uscì di là col tormento maggiore e la rabbia repressa che uomo possa soffrir mai.

«—Anche il colonnello mi disprezza!…. pensava egli. Oh! non ho io ripagato abbastanza il debito di mio padre?

«La notizia che Biale aveva domandata la dimissione corse sollecita per tutto il reggimento: si rise alle sue spalle e si dissero di lui le più schernevoli parole del mondo.

«Alla prima riunione degli ufficiali che ebbe luogo di poi, Carlo presentandosi ebbe un accoglimento ancora più insultante ed offensivo di prima. Ogni sguardo egli se lo sentiva addosso oltraggioso come una ceffata: una voce chiara e spiccata disse forte:

«—Eccolo qua il codardo.

«Carlo camminò con passo risoluto verso colui che aveva pronunciate cotali parole: era egli uno dei più arditi e battaglieri uffiziali dell'esercito. Tutti i presenti si volsero a prestar attenzione a ciò che stava per succedere.

«—È egli a me, domandò Biale con voce fremente ma contenuta, ch'ella ha dato del codardo?

«Quell'altro lo guardò dall'alto al basso con supremo disprezzo.

«—A lei: rispose villanamente.

«Carlo non fu più padrone di sè: gli era da parecchi giorni che soffriva cotanto, e la sua anima inasprita non ne poteva più, e il suo sangue agitato dalla febbre gli bolliva irrefrenabilmente. Alzò la mano ed un solenne schiaffo risuonò sulla guancia dell'ufficiale che aveva detta quella parola: codardo.

«Naturalmente il percosso fece per gettarsi sul suo offensore, i vicini s'intromisero perchè la lotta non si cambiasse in ignobile pugillato, e, senza lasciar tempo in mezzo, i due contendenti, accompagnati da quasi tutti gli ufficiali del reggimento si recarono fuori della città a battersi colla sciabola medesima che avevano allato.

«Ad una così seria offesa non poteva corrispondere che un seriissimo duello. Biale aveva ancora il sangue eccitato e non aveva più campo ad ascoltare voce alcuna di ragione. Si gettò contro l'avversario con tutto l'impeto d'un uomo che vuole la morte di chi gli sta di fronte, mentre l'avversario con pari ardore si slanciava contro di lui. Fu un duello breve, ma terribilissimo per furore dei combattenti. Biale più aitante di persona e più destro rimase vincitore: per una finta al capo indusse il nemico a scoprire il petto, ed allora con rapida mossa partendo a fondo lo colpiva in pieno petto con una puntata e lo passava fuor fuori.

«Fino allora la sua esaltazione feroce era durata in Carlo; a quel punto cessò ad un tratto. Nel volersi ritrarre indietro, dopo tirato il colpo, egli senti la sciabola trattenuta, e pesare grave su di essa il corpo dell'avversario. Nello stesso tempo i suoi occhi, fissi sul volto del nemico, videro i lineamenti di costui contrarsi, poi distendersi tosto, le labbra aprirsi e non mandare che un'esclamazione soffocata, ed un pallore di morte spargersi sulla fronte e sulle guancie dell'infelice. Carlo gettò un grido e spiccò un salto all'indietro, abbandonando la guardia della sua sciabola. Il corpo dell'altro ufficiale non più sostenuto cadde stramazzone per terra. Tutti, eccetto Biale, gli furono attorno. Era morto.

«L'uccisore stava là, quasi più pallido dell'ucciso, ch'egli guardava fisso con occhi sbarrati che esprimevano il più profondo orrore. Quando gli fu pôrta la sua sciabola sanguinosa estratta dal cadavere, e' la ruppe al suolo e ne gettò i pezzi lontano.

«Egli si allontanò solo di colà e lungamente si aggirò per la più deserta campagna. S'era fatto omicida volontario ed un tremendo rimorso gli tormentava l'animo: per risparmiare Pannini aveva ucciso un innocente: a cagione di costui adunque egli vedeva spezzata la sua carriera, fatto incerto il suo avvenire, chè nella vita militare non voleva più continuare a niun patto, e macchiate le mani di sangue.

«Dopo quest'orribil fatto i suoi compagni gli avevano restituita la loro stima: ma egli aveva orrore di sè medesimo. Fu mandato per tre mesi agli arresti in fortezza, ed egli sopportò la pena, a suo giudizio troppo mite, con una dolorosa rassegnazione. Il colonnello nel frattempo gli fece capire che se avesse voluto ritirare la domanda della dimissione, ciò vedrebbero molto volentieri e il reggimento ed egli stesso; Carlo rispose che non avrebbe più cinto una spada finchè non si trattasse di combattere un nemico straniero.

«Tornato alla esistenza di semplice cittadino, cercò un impiego privato e l'ottenne presso una casa di commercio. Più tardi prendeva moglie, e ne aveva un'unica figliuola, che è la signora Lisa.

«Quanto il signor Carlo amasse moglie e figliuola è superfluo il dirlo: eppure questo grandissimo affetto non lo impedì che, scoppiata la guerra dell'indipendenza in quel meraviglioso anno che fu il quarantotto, egli non avesse più bene finchè non fosse riammesso nell'esercito a spartire con esso i rischi di quella gloriosa lotta. Chiese l'antico suo grado e l'ottenne; ed a quarant'anni cominciò la guerra cogli spallini da luogotenente.

«La Lisa aveva allora poco più d'un lustro, ed era la più cara ed intelligente bambina che si potesse vedere. Ella piangeva, serrandosi colle piccole braccia al collo del padre; sua madre piangeva reclinando il capo addolorato sulle spalle del marito: ma nulla valse a smuovere il signor Carlo dal fatto proposito. Abbandonò moglie e figliuola, ed ebbe la fortuna di essere uno dei primi a varcare il Ticino e calpestare il suolo lombardo.

«Vedi stranezza del caso! Nel giugno, dopo la battaglia di Goito, dove il comandante del battaglione a cui Biale apparteneva cadde gloriosamente, fu nominato un nuovo maggiore: e questo che veniva da un altro reggimento era nientemeno che Pannini; il quale, continuata la carriera militare, trovavasi in tale occasione promosso a quel grado.

«Il nuovo maggiore, al primo presentarglisi degli ufficiali del battaglione, riconobbe tosto Biale; onde, non manifestato nulla in presenza degli altri, quando furono in sul congedarsi, egli pregò l'antico suo collega di volersi soffermare un momento con lui. Rimasti soli, gli disse che aveva gran bisogno d'una franca spiegazione da colui che al tempo della loro contesa era suo superiore, ed ora trovavasi suo subalterno. Col fatto Biale aveva dimostro che non era per nessun ignobile motivo ch'egli aveva rifiutato di battersi con Pannini, e il colonnello a costui aveva ripetute di poi le parole dettogli da Biale medesimo: che una segreta ragione gli aveva impedito d'incrociare il ferro con colui che l'aveva sfidato; Pannini ora, al momento di veder cominciare una nuova fase di necessariamente seguitate e frequenti attinenze fra di loro, desiderava sapere questa segreta ragione, od almeno conoscere se in essa v'era cosa alcuna che leder potesse il suo onore e la sua delicatezza.

«Senza punto esitazione Biale s'affrettò a dichiarare che quest'ultimo supposto non reggeva menomamente, e ch'egli di chi gli parlava aveva sempre avuto piena stima; ma poi circa allo svelare questo segreto motivo egli esitò, apparve manifestamente impacciato, e finì per dire che la memoria della stretta relazione che passava un tempo fra le loro famiglie e dell'infanzia passata insieme in gran parte, gli faceva considerare Pannini quasi come un parente e lo avea reso ripugnantissimo ad una lotta fratricida con esso.

«Il padre di Gustavo si contentò di questa spiegazione; gli anni lo avevano fatto più calmo e più assennato anche lui: tese francamente la mano al suo antico avversario, e disse che aveva riconosciuto in appresso come in quella circostanza la ragione non istesse dalla sua parte, che molto eragli doluto d'esser egli stato causa delle disavventure che n'erano successe a Carlo, che glie le perdonasse, e poichè egli aveva ricordato le antiche attinenze e l'antica amicizia d'infanzia volesse anche da canto suo far rivivere quel passato e considerar lui come suo antico camerata ed amico.

«Biale rispose, non senza commozione, a quel franco e leale parlare, ch'egli avea tutto dimenticato; che d'altra parte, egli non aveva mai dato colpa a lui dei tristi avvenimenti che gli erano capitati, ma piuttosto alla sorte, e che nulla eragli più caro di risuscitare l'antica domestichezza e l'antica affezione.

«Così fu in realtà, e da quel punto ogni rancore fra quelle due famiglie fu spento; cosa di cui non poco si rallegrò il bravo cuore del signor Carlo.

«Il quale al fuoco delle battaglie erasi mostrato uno de' più valorosi. Dopo il primo scontro a cui prese parte il battaglione, sotto il comando di Pannini, questi domandò ed ottenne pel suo antico rivale la medaglia d'onore pel valor militare; e ad un fatto d'armi posteriore, Pannini domandava ed otteneva del pari pel valoroso Biale il grado di capitano nel medesimo battaglione.

«Le loro condizioni domestiche erano quasi identiche, ed uguali le apprensioni e i timori del loro cuore di padre. Pannini aveva un figliuolo di dodici anni incirca, di cui era solo sostegno, ed a cui morendo non avrebbe lasciato che debiti; senza pur cessare d'affrontare imperterrito ogni rischio, egli temeva la morte che avrebbe lasciato solo al mondo in sì infelici condizioni il figliuolo. Biale aveva ancor egli una moglie e una figliuola dilettissime, e con pena pensava egli pure alla sorte di quelle care persone, quand'egli soccombesse. Vennero a promettersi scambievolmente che quello dei due sopravvivesse non avrebbe abbandonato la famiglia del caduto e glie ne terrebbe luogo per quanto gli fosse possibile.

«Dopo ciò Pannini, il quale da qualche tempo sembrava agitato da funesti presentimenti, fu più tranquillo, e con maggiore audacia ancora s'espose ai pericoli, pur rampognando il capitano di troppa imprudenza. La disgraziata campagna del quarantotto finì senza che nè l'uno nè l'altro fossero rimasti vittima; il signor Carlo era stato ferito bensì, ma lievemente, e dopo poco tempo aveva potuto riprendere il comando della sua compagnia.

«Durante l'armistizio, il capitano era venuto ad abbracciare la moglie e la figliuola, e Pannini, accompagnatolo in una licenza di pochi giorni, gli aveva fatto conoscere suo figlio Gustavo cui faceva educare in un collegio convitto di provincia. Il giovinetto aveva una cert'aria d'intelligenza ed un aspetto di franchezza che molto erano andati a sangue di Biale. Il maggiore aveva detto a suo figlio additandogli il capitano, che in caso egli morisse, avesse poi a considerare costui come suo padre: e il ragazzo s'era gettato al collo del genitore con tanta effusione ed aveva detto con tanta sensitività: «Oh no, papà, non morire, non dirlo nemmanco!» che il signor Carlo n'era stato commosso ed avea preso ad augurare assai bene del carattere e del cuore di Gustavo.

«I presentimenti di Pannini ebbero sfortunatamente ragione nella corta e disastrosa campagna del quarantanove. A Novara, in sul primo avanzarsi verso il nemico del suo battaglione, il maggiore cadeva colpito in pieno petto da una palla tirolese. Raccolto sanguinoso egli non fece che chiamare con tutta istanza presso di sè il capitano Biale. Venuto costui, il ferito gli disse a stento colla voce che gli mancava, mentre ad ogni parola il sangue gli sgorgava a ondate dalla bocca.

«—Ricordati di mio figlio…. per me la è finita… mio figlio… mio figlio… per carità!

«Lo sguardo inquieto, convulso, supplicante diceva assai più d'ogni parola.

«Biale gli prese una mano e stringendola pronunziò con accento solenne:

«—Sta tranquillo: gli farò da padre; te lo giuro!

«Il moribondo, chè oramai gli era tale, si rasserenò; i suoi occhi, chè la parola non poteva più, ringraziarono con effusione; fu portato alle ambulanze e dopo pochi minuti morì.

«Biale tornò incolume, e riabbracciato la moglie e la figliuola, corse al collegio a vedere Gustavo. Gli narrò la morte gloriosa del genitore, e gli confermò ch'ei non l'avrebbe abbandonato mai. Il maggiore, come già ti dissi, non lasciava che debiti; il signor Carlo sopperì del proprio alle spese degli studi del giovinetto, il quale ogni vacanza veniva a passarla in casa del capitano come se fosse la casa paterna. Quando si trattò di scegliere per Gustavo una carriera, il capitano lo lasciò libero affatto; solamente gli fece notare come il suo utile, ed anco il suo dovere, richiedessero che piuttosto s'appigliasse ad una di quelle professioni che non vogliono tanto lungo il tirocinio, per dar compenso di guadagni a chi le abbraccia. Nell'opinione del bravo capitano, Gustavo aveva l'obbligo di venir pagando a poco a poco, a seconda che guadagnasse, i debiti lasciati da suo padre, e quindi, quanto più presto egli sarebbe riuscito a far fruttare l'opera sua, e tanto meglio sarebbe stato. Gustavo scelse il traffico bancario in cui sognava più rapidi e più vistosi i guadagni, entrò negli uffizi del borsiere Bancone, seppe guadagnare le buone grazie del primo commesso fatutto, il signor Padule, e col tempo divenne segretario della banca.

«Intanto il signor Carlo aveva nuovamente rinunciato alla divisa ed al grado militare: cessata la guerra, egli aveva voluto tutto ridonarsi agli affetti ed agli interessi domestici. Colla dote recata dalla moglie e con quello che egli aveva avanzato delle paterne sostanze la famiglia possedeva una modesta agiatezza, in cui sembravagli di poter vivere tutti tranquilli e felici senz'altro; e così sarebbe avvenuto se poco tempo dopo loro non fosse piombato addosso un grandissimo dolore: la morte della madre di Lisa. Il signor Carlo ne soffrì di molto, e sulla sua faccia ordinariamente severa si stese quella tinta di profonda mestizia che più non l'ha abbandonata di poi. Suoi soli amori gli rimasero Lisa, primo ed immenso affetto, poi Gustavo. Anche questi due giovanetti s'amarono, e più e in modo diverso che non fratello e sorella. Se ne avvide il padre, e pensò che un maritaggio fra di loro avrebbe fatto la felicità dei due giovani e quindi anche la sua. Gustavo non possedeva niente fuorchè i debiti di suo padre che aveva ancora da pagare, ma era laborioso, riconoscente, di carattere buono ed amava con passione la Lisa: era bensì alcun poco intinto ancor egli della pece di suo padre e di suo nonno, vale a dire, mostravasi troppo ambizioso di sfoggio e troppo ghiotto di ricchezze: ma pure tollerava con paziente coraggio la povertà delle sue fortune; eppoi, miglior merito di ogni altro in lui, miglior ragione di tutte, Lisa lo amava…. Il capitano li unì; ed ora vivono tutti insieme le più beate creature del mondo, e dirò, senza tema d'errare, le migliori altresì.

«E adesso dubiti tu ancora, mio caro Vanardi, che il capitano sia uomo da non darsi pensiero delle disgrazie d'un pover'uomo, padre di famiglia?

—No, rispose Vanardi. Ora ho anzi speranza, e di molto; e te ne ringrazio, Giovanni, come di cosa già fatta. Sarò computista (e trasse un sospiro): ma almeno avrò assicurato il pane della mia famiglia…. Ed a proposito di pane, bisogna appunto ch'io vada a comprar qualche cosa da pranzo pei miei poveri bimbi, poichè mercè tua lo posso. Addio. T'aspetterò dunque domani con una risposta del come il capitano Biale e sua figlia abbiano assunta la protezione di questo povero individuo.

E s'avviava per andarsene, quando si ricordò di quell'altro motivo che l'aveva condotto dall'amico, quello cioè di narrargli le impressioni del suo padrone di casa alla vista del ritratto di madama Orsacchio, partecipargli i suoi sospetti e consultarlo sul da farsi in benefizio di quell'infelice ch'egli non dubitava fosse vittima dei peggiori trattamenti del crudele marito.

Selva non aveva conosciuto nè i Cioni nè gli Orsacchio, ma sapeva tutte le vicende di quell'avvenimento dalla bocca di Vanardi medesimo, e non era poco l'interesse che egli aveva preso alla sconosciuta sorte della povera Gina.

Udito ciò che in questo momento glie ne disse Antonio intorno alla visita del signor Marone, Giovanni rispose che quel fatto non era bastevole per dar fondata speranza di essere in sulle traccie della sparita donna; il padrone di casa, da qualunque interrogato, non avrebbe di certo risposto secondo i loro desiderii, poichè era più facile fosse d'accordo col signor Orsacchio che non altro; ad ogni modo egli ci avrebbe riflettuto su di meglio, e guardato se c'era possibilità alcuna d'averne un filo da potersi guidare, essendo che stimava doverosa carità d'ognuno, e tanto più di Antonio che era stato amicissimo dello sventurato amante di quella donna, il venire in soccorso della infelice, non d'altro rea che d'un innocente amore natole in cuore prima ancora che a forza le si facesse sposare un uomo indegno d'ogni affetto.