XI.

La sera medesima del giorno in cui Vanardi aveva parlato a Selva, questi con sua moglie discese in casa il signor Biale, come usava due o tre volte la settimana, per farvi insieme la vegliata.

Il capitano e sua figlia Lisa stavano in un modesto ma pulito salotto, in cui la tappezzeria e le masserizie mostravano, se non la ricchezza, certo il buon gusto ed il buon governo.

Un allegro fuoco fiammava nel caminetto alla Franklin, e, sedutovi presso su d'una poltrona coperta di cuoio color tané, il signor Carlo, i piedi appoggiati al paracenere, la persona avviluppata in una vesta ovattata, leggeva attentamente un volume della Storia militare del Piemonte. Vicino a lui era un tavolino da una gamba sola con tre piedi e sopravi una lampada col coprilume di carta verdescuro all'infuori, che rifletteva la luce in un ristretto cerchio tutt'intorno, lasciando nella penombra il rimanente della stanza. Dall'altra parte di quel tavolino sedeva la moglie di Pannini; aveva il suo cuscinetto da lavoro sulle ginocchia e cuciva.

Giovanni Selva nel dipingere a Vanardi l'antico capitano, Carlo Biale, non aveva detto che la verità. È una figura che a prima vista vi ispira confidenza e v'impone rispetto; una di quelle figure oneste, aperte, gravi, le quali, solamente ad incontrarle, vi fanno provare una certa soddisfazione e, nel contemplarle, vi fanno inorgoglire d'essere della loro razza.

Lisa, sua figlia, ha diciott'anni. In punto a bellezza non uscirebbe dalla mediocrità, s'ella non possedesse nello sguardo, nel sorriso, nell'espressione delle sembianze, nell'aria del volto una quasi direi malìa, la quale a chi l'accosta, a chi specialmente le parla, fa ch'ella sembri la più bella, od anzi meglio, la più cara donna del mondo. È l'eccellenza della sua anima eletta che si manifesta di quella guisa e dolcemente comanda in una l'ammirazione e l'affetto. Tenuta a battesimo dalla marchesa di Campidoro, fu fino agli ultimi tempi carissima alla gentildonna, la quale il più spesso possibile, fin da quando Lisa era bambina, la voleva seco; ed ella nel domestico e frequente praticare in casa l'aristocratica famiglia, senza pur volerlo, senza pensarci, senza accorgersene menomamente, aveva attinto un'eleganza, una distinzione, una squisitezza di maniere che meravigliosamente bene s'accordavano colla sua nativa gentilezza, cortesia e bontà. Ella è di umor lieto ordinariamente, benigno sempre. Amorevole qual'è, si compiace nelle mostre di affetto, nelle tenere cure, nelle ufficiose attenzioni agli oggetti dell'amor suo: il padre ed il marito. Poichè ebbe sposato l'amato giovane, Lisa fu pienamente felice; visse in questa terra come in un paradiso; e la sua gioia cotanta, nei primi tempi da cosa nessuna turbata, lasciò manifestarsi nella rosea freschezza delle guancie, nel brillare degli occhi vivaci, nella schiettezza del perenne sorriso, nell'allegre canzoni, nella medesima alacrità posta ai quotidiani uffizi del domestico governo.

Però da alcun tempo quella sua tanta allegria era sminuita; la sera di cui dico, sulla fronte di lei e sul volto avreste detto essere disteso un velo che ne faceva meste le sembianze. Non era già un dolore, ma una melanconia; meglio ancora era una preoccupazione non esente da inquietudine. Un poco essa lavorava sbadata, a rilento, visibilmente col pensiero ad altre ben diverse cose, un poco pareva rientrare in sè s'affrettava, s'affrettava nel suo trar d'ago: tratto tratto i suoi occhi neri ed espressivi si levavano dal lavoro e si rivolgevano intenti, non senza una specie d'ansietà, verso l'uscio che menava alla vicina stanza coniugale, in cui s'udiva un passo d'uomo che di quando in quando si muoveva e un aprire e richiudere di cassetti e uno spostar di mobili.

Di quando in quando il padre levava il suo serio e sereno sguardo dalle pagine del libro e lo faceva guizzare verso la diletta figliuola, ed era allora sollecita la buona Lisa a richiamare sulle sue fattezze la usata espressione di tranquilla e beata ilarità, ed a fare che l'occhio paterno incontrasse il più lieto di lei sorriso; imperocchè ella avrebbe voluto fare ad ogni modo acciocchè il segreto turbamento che era in lei non apparisse allo sguardo amoroso e perspicace del padre.

Di cotal turbamento che da alquanto tempo la possedeva, era cagione il marito, il quale, benchè amoroso e carezzevole sempre, pure aveva da parecchi giorni qualche cosa di nuovo e di strano nei suoi contegni, che dava mille indefinite paure alla Lisa.

Il primo lievissimo velo di nube che costei aveva visto salire sul sereno orizzonte della sua felicità coniugale era provenuto da quella sciocca ambizione di sfoggio che Gustavo pareva avere ereditata dal padre e dal nonno. Vedutolo sopra pensiero alcune volte, la giovane moglie l'aveva interrogato con ansioso affetto, timorosa che alcun cruccio ne angustiasse l'anima, ed aveva scoperto con dolorosa meraviglia come a lui non bastasse per essere felice la fortuna di quel tanto e spartito amor loro ed invidiasse nel profondo del cuore le distinzioni sociali, gli sbarbagli della ricchezza di cui godevano altri nel mondo. Rimproverato amorosamente dalla giovine donna, perchè potesse ad altro ancora rivolgere il pensiero e il desiderio, che l'amor loro non fosse, quando la Provvidenza era stata così pietosa per essi da conceder loro sì fortunata sorte, Gustavo aveva risposto che non tanto per sè andava egli desiderando la ricchezza e i suoi vantaggi, quanto per lei, sua diletta sposa, che avrebbe voluta la prima in tutto e per tutto e la più ammirata dovunque.

—Ma ciò, soggiungeva egli tutto infervorato, sta pur certa che avverrà senza fallo, o ch'io perderò il nome. Voglio mettere ai piedi della mia bella Lisa una fortuna principesca; e quando io voglio una cosa…

Con pari ardore Lisa lo interrompeva per protestare ch'ella si trovava abbastanza contenta della modesta agiatezza del loro stato, che ciò che importava al suo cuore era ch'egli l'amasse sempre e che le ricchezze, non che non desiderarle, non che non sapere che cosa farne, ma le temeva benanco quali insidie della sorte, come temeva ogni cambiamento nelle sue condizioni presenti che le tornavano le migliori possibili.

Gustavo crollava la testa, faceva un suo cotal sorriso misterioso e conchiudeva con dire abbracciandola e baciandola:

—Vedrai, vedrai; lascia fare a me e non temere di nulla.

Lisa si racchetava, ma sarebbe stata assai più tranquilla se il marito avesse rinunziato ad ogni velleità di simile ambizione. Gustavo aveva sempre usato frequentare di molto le veglie e le feste della società elegante. Aveva la sciocca smania di comparirvi riccamente vestito di tutto punto e starvi a paro coi più doviziosi; seguiva gli esempi e le traccie del signor Padule, il primo commesso di Bancone, che incarnava sempre in sè l'ultimo figurino delle mode. Non c'era convegno, non solennità, non festa, per cui egli tanto non facesse da riuscire ad avervi l'invito. La moglie aveva condotta seco alcune volte, ma poi si era dovuto a ciò rinunciare perchè le acconciature di lei costavano troppo più di quello ch'essi potessero spendere, e perchè Lisa medesima che ci trovava un mediocrissimo diletto aveva determinato assolutamente di non volerci metter più il piede. E di molto le doleva che il marito abbandonasse tutte le sere lei e suo padre soli, e non trovasse pur mai che una veglia in famiglia valesse il sacrifizio d'una di quelle concorrenze piene di soggezione; le doleva tanto più che il tempo da passare insieme coll'amato uomo fosse così ridotto sempre a meno, poichè di giorno le occupazioni di Gustavo alla Banca gli lasciavano poche ore libere, e le sere, il mondo lo toglieva affatto alla moglie.

Non andò guari che Lisa si accorse una segreta preoccupazione essere nell'animo di suo marito; allo sguardo d'una donna amorosa non isfugge mai un simil fatto. Lo interrogò: egli rispose colla più franca negativa; e qualche tempo di poi si mostrò veramente così allegro, che ogni sospetto dovette dileguarsi dall'animo di Lisa. Gustavo era più amoroso che mai; recò a casa per la moglie i più splendidi e suntuosi regali di ori, di gioie e di vesti, così bene ch'ella dovette rimproverarnelo, e non osò mostrarli al padre che più severamente ne avrebbe ripreso la follìa del genero.

Ma quest'allegria fu una fase che non tardò a passare per lasciar scorgere all'occhio scrutatore di Lisa i segni d'una nuova e maggiore preoccupazione nel marito; e tale che da alcun tempo sembrava a lei fosse addirittura un cruccio che ne tormentava l'animo. Aveva ella di nuovo interrogato Gustavo con tutto interesse e con tutta amorevolezza; ed egli a risponderle di bel nuovo press'a poco come prima: non se ne ponesse in pensiero, non essergli capitato nulla, e fra poco tempo vedrebbe che tutto andava per la meglio.

Le quali parole non avevano rassicurata l'amorosa donna che a mezzo; e vedendo essa di tanto in tanto più tristamente pensosa e più annuvolata la faccia del marito, l'inquietudine di lei ripigliava più forte, quanto più si sforzava ad immaginare ed argomentare le ignote ragioni di quella tristezza.

Il capitano, da parte sua, s'era accorto di qualche cosa riguardo alla figliuola.

—Lisa: le disse un giorno, pigliandola per mano e fissandola ben bene in volto. Tu non ridi più come per lo innanzi; tu non canti più da mattina a sera come facevi. Che cosa è capitato?

La giovane s'era fatta del color delle fragole, come una colpevole colta in fallo.

—Io, babbo? rispose ella tutto impacciata: ti pare?… Ma no… Son sempre quella io… Non è capitato niente… Che cosa vuoi ci sia capitato?

E da quel momento stette in sull'avviso per non lasciar scorgere più nulla del suo turbamento al genitore.

Quella sera adunque in cui noi penetriamo nel salotto di codesta famiglia. Lisa e suo padre erano soli presso al fuoco nel salotto, e nella vicina stanza coniugale si udiva l'andare e venire d'un uomo che non poteva essere altri che Gustavo.

Ad un punto, il signor Carlo alzò gli occhi dal suo libro, volse la testa verso sua figlia e disse con accento pacato, ma in cui era pure una leggiera tinta d'impaziente ironia:

—Che? Tuo marito non ha ancora terminata la sua acconciatura? Cospetto di bacco! Sai che non c'è donna per quanto civetta essa sia che impieghi tanto tempo alla teletta?

Lisa non sapeva che cosa rispondere; ed ecco, per fortuna, a torla d'imbarazzo entrare nel salotto i due casigliani del piano di sopra, Giovanni Selva e sua moglie Adelina.

Conosciuti quali erano dalla fantesca, i due visitatori avevano potuto inoltrarsi senz'essere annunziati. All'udir gente che entrava il signor Carlo aguzzò lo sguardo verso l'uscio; ma non vedendo bene chi fosse nella penombra prodotta dal coprilume, sollevò questo dal globo della lampada, e fece spandere la luce per tutta la camera.

—Siate i benvenuti, miei cari vicini: disse egli con molta cordialità, ravvisandoli tosto, e chiuso il libro lo ripose sulla tavola per porgere la destra a Giovanni che s'avanzava verso di lui.

Lisa, appena visto ancor essa chi entrava, s'era levata vivacemente da sedere con un'esclamazione di affettuosa letizia ed un saluto amichevole, ed era corsa incontro all'Adelina ad abbracciarla.

—Lei sta bene, signor capitano? disse Giovanni stringendo con deferenza la mano leale del padre di Lisa.

—Benissimo, grazie. Di lei non lo domando neppure; lo si vede abbastanza…. E neanche di lei signora, soggiunse con un sorriso di galanteria, volgendosi ad Adelina, la quale s'era seduta dall'altra parte del tavolino, accosto alla Lisa. Ella è un fior di rosa.

La moglie di Selva, sorridendo, minacciò scherzevolmente il signor
Biale coll'indice della sua piccola mano.

—Ah, signor capitano! Lei mi vuol fare imbizzarrire.

—E il signor Pannini? domandò Giovanni.

Il capitano fece una smorfia di cattivo umore e crollò le spalle con atto di malcontento.

—È di là, rispose, in grandi occupazioni di teletta. Non so quando avrà finito. Per me gli è un'ora che m'impaziento per tanta grulleria.

Lisa arrossì, come se fosse a lei diretto il rimbrotto, e timidamente disse:

—Gustavo deve andare ad una gran festa, e….

—Sì, sì: fu sollecito a soggiungere il capitano, pentito d'aver fatto pena alla figliuola. E' va ad un suntuoso ballo d'apparato che dà non so qual principe della finanza.

—Desidererei parlargli: disse Giovanni; ma del resto ciò di cui voglio pregarlo—perchè si tratta d'un favore che ho intenzione di domandargli—posso dirlo a loro, è la medesima cosa.

—Parli, parli pure: disse con gentilezza invitatrice, non per cerimonia, ma affatto sincera, il padre di Lisa.

In questa s'udì la voce di Gustavo dalla stanza vicina.

—Lisa, hai tu veduto i miei guanti?… Non li trovo più…. Ne avevo ancora parecchie paia…

—Li ho riposti io: rispose Lisa alzandosi in tutta fretta. Vado a darteli.

E corse sollecita dov'era il marito.

Gustavo in tutto lo splendore d'un'acconciatura di rispetto più che accurata, abbagliante per i bottoncini di diamanti allo sparato della camicia, pei bottoncini d'oro al panciotto nero, per la lunga e grossa catena d'oro dell'oriuolo, dalla quale pendeva una voluminosa ciocca di ciondoli, di ninnoli, di minuterie preziose, stava innanzi allo specchio ammirando il nodo elegante della sua bianca cravatta e le volute graziose alle tempia della sua zazzera arricciata dal ferro sapiente d'un parrucchiere alla moda.

Si volse alla moglie che era entrata, e le disse con un sorriso trionfante:

—Ti pare ch'io stia bene?

—Benissimo: rispose Lisa con ammirazione innanzi alla beltà di suo marito.

—Vieni dunque a darmi un bacio.

Ella ubbidì con molto zelo. Gustavo le passò un braccio intorno alla vita e guardandola con espressione di molto amore, soggiunse:

—Ah, perchè non posso condur meco anche te, mia buona ed adorata Lisa, in una teletta che facesse stare al disotto quella di tutte le altre? La tua bellezza, cara donna mia, disgraderebbe le più superbe pretensioni di quelle poppattole che tengono lo scettro della moda…

Mandò un sospiro di sincero rimpianto, soggiungendo:

—Ah! se la fortuna mi avesse un po' assecondato!…

Sulla sua fronte venne di botto ad oscurarla quella nube che la moglie da qualche tempo ci aveva notata ad intermittenze, però fu lesto a discacciarla.

—Ma non ho perso ancora le speranze, continuò; ed anzi, chi sa che fra poco…

Fece una reticenza, la quale, più ancora delle pronunziate parole, eccitò la curiosità di Lisa.

—Che cos'è? domandò essa. Tu tenti qualche cosa? Tu hai qualche progetto? Quale?

—Nulla, nulla: rispose il marito sciogliendo l'amplesso con cui la teneva abbracciata e tornando allo specchio a mirarsi. Non andare fantasticando colla tua testolina delle cose spiacevoli, sai… Non voglio; no, cara, non voglio che la menoma ombra di cruccio passi sul cuore della mia Lisa… Ti dico solamente che il mio costante desiderio è il poter procurare a questa diletta donna tutti i piaceri e le soddisfazioni della ricchezza…

—Ma io non ci tengo: disse vivamente la donna. Io non desidero in nessun modo nè le feste nè gli sfarzi del gran mondo.

—Li desidero ben io per te… Come! a te non piacerebbe di venir meco… non foss'altro che per istare insieme?

—Ah, Gustavo! Potremmo stare insieme tanto bene e con maggior abbandono, qui, nella nostra casa!…

—Hai ragione: ma che cosa vuoi? Viviamo nella società, e non possiamo sottrarci ai legami ed agl'impegni di essa… Quanto a me, poi, alla mia carriera, al mio avvenire, è quasi una necessità il vivere quella vita.

Lisa chinò il capo sospirando come per indicare ch'ella ben vi si rassegnava, ma che penosa erale la sua rassegnazione.

—Oh, dunque, Lisa, riprese Gustavo cambiando tono: dammi i guanti.

La moglie venne a recargliene parecchie paia; egli ne scelse accuratamente due, e messone uno in tasca per servir di ricambio, si pose a calzar l'altro con tutta la cura che richiede una sì dilicata operazione.

Passarono tutti due nel vicino salotto, Lisa portando il mantello, il cachenez ed il cappello del marito.

—La riverisco, signora, disse questi ad Adelina; buon giorno, Selva, come va?

I due coniugi risposero al saluto.

Il signor Carlo guardò suo genero non senza un po' d'ironia nell'espressione del volto.

—Hai finito pur una volta, bellimbusto? gli disse tra lo scherzo e il rimprovero.

—Che volete? rispose Gustavo ridendo. Questo benedetto nodo di cravatta non lo potevo far bene. Ci ho sciupato tre pezzuole prima di venirne a capo… Hai mandato a prendere la carrozza, Lisa?

—Eh! disse con qualche impazienza il capitano: è quasi mezz'ora che sta qui sotto ad aspettare.

Gustavo trasse fuori il suo ricco orologio.

—Cospetto! è tardi. Ho promesso al signor Bancone di andar presto a fare la sua partita. Addio, Lisa; buona sera, papà; signori Selva, li riverisco.

La moglie lo aiutò a mettere sulle spalle il mantello, e gli avvolse con cura il cachenez intorno al collo.

—Non aspettarmi sai, Lisa, diceva intanto il marito, guarda che te lo proibisco!… Non so a che ora mi sarà possibile rientrare… già farò di tutto per isbrigarmi presto… ma in ogni modo, guai a te, se non ti trovo placidamente addormentata.

La moglie lo accompagnò fino al pianerottolo.

—Copriti bene, gli diceva con infinita amorevolezza, e non istancarti di troppo, che, per carità, non avessi poi da patirne; ed anche in mezzo a tutta quella folla, a tante belle signore, a tanto chiasso, pensa un poco anche a me.

—Forse ch'io ti possa dimenticar mai, anima mia? rispose con accento di sincero affetto il marito; e datole ancora un caldo bacio partivasi, mentr'ella tornava nel salotto.

Biale aveva guardato dietro suo genero che s'allontanava, tentennando un pochino la testa.

—In fondo è un buon diavolo, diss'egli, ma sarà sempre un ragazzo.

Lisa tornò con una lieve mestizia espressa nelle sembianze, la quale però sotto lo sguardo del padre si dileguò ben tosto.

Selva quindi, sollecitato dal signor Carlo, espose ciò di che era venuto a pregarli; volessero cioè raccomandare al genero e marito di procurare un posto nella banca a Vanardi, del quale Giovanni raccontò le misere condizioni. Il capitano e la sua figliuola presero il maggior interesse pel povero pittore; e l'intesa fu che Selva mandasse egli stesso poi il suo raccomandato agli uffici del signor Bancone con un suo biglietto per Pannini, al quale la mattina seguente il suocero e la moglie parlerebbero con tutto calore in pro' di quell'infelice.