XXIX.

Già erano parecchi dì che sopra il volto severo e patito del capitano Biale non appariva più cosa che pur di lontano somigliasse a un sorriso; come poi la povera Lisa fosse dal suo dolore distrutta ve lo lascio immaginare, essendo cosa più facile figurarsi che dire. Pure un giorno, il capitano venne innanzi alla moglie di Gustavo con una cera tanto più disfatta del solito, che essa tutta si scosse pel subito timore d'ogni peggior male: mandò un grido, si gettò perdutamente sopra il seno del padre, affissandone ansiosa le sembianze, e non osando o non avendo tampoco la forza di formulare le varie affannose interrogazioni che si accalcavano sulle labbra, tutte le espresse in una sola parola che parve le erompesse proprio dal fondo dell'anima:

—Gustavo?

Il padre la strinse molto affettuosamente al petto e reclinò su di lei la faccia commossa:

—Vive: rispose egli con un sospiro che pareva rimpiangesse il fatto; è ferito, ma vive.

—È ferito? esclamò con profondo sgomento l'infelice.

E il padre con amarezza:

—Una ferita leggiera… Partirò quest'oggi stesso per andarlo a vedere dove si trova.

Lisa si sciolse dall'amplesso, e disse ratto:

—Anch'io… Partiremo insieme… Non negarmelo!… Lo voglio.

Il capitano esitò un momento: il suo primo pensiero fu quello di contrastare, ma poi tosto, ravvisatosi, disse:

—E sia.

Partirono. Gustavo inseguito e raggiunto dai carabinieri aveva tentato uccidersi sparandosi la pistola contro il petto; ma la mano tremò in quel punto allo sciagurato, e la palla non fece che sfiorargli il torace. Era stato preso e condotto alle carceri di ***, e colà arrivarono sua moglie e il suocero, muniti dell'opportuna licenza per poterlo vedere.

L'elegante Pannini era cambiato in guisa da non poterlo riconoscere più. Nel volto dimagrato e impallidito, nell'occhio irrequieto, affondato entro la livida occhiaia, nelle labbra scolorate, tremanti quasi di continuo, apparivano tutti i tormenti incessanti della sua anima corrosa dal rimorso. Del non aver saputo uccidersi dolevasi seco stesso come della maggiore sua sciagura. Pensate qual fosse il suo animo al momento di comparire innanzi a Lisa ed al capitano! Un istante pensò di rifiutarvisi; ma poi non n'ebbe il cuore. Un tremito maggiore l'assalse: ed egli, che per debolezza della ferita recatasi poteva a stento camminare, entrò nella stanza ove l'attendevano i suoi, più pallido e più turbato che mai, la fronte per vergogna madida di sudore, il passo vacillante, gli occhi fitti alla terra, senza forza, senza voce, quasi senza respiro.

Ma benchè gli occhi tenesse bassi, pure travide di presente la fronte severa del suocero che stava dritto colla sua alta statura all'altra estremità della stanza in molto nobile e dignitoso contegno, e quella vista lo atterrò anche più; gli parve l'aspetto stesso della virtù e dell'onestà, cui egli aveva abbandonate con tanto infame trascorso; avrebbe voluto sprofondare. Lisa stette un poco, quasi esitante, quasi non riconoscesse subito in quella larva che le veniva dinanzi l'adorato marito; poi l'impeto dell'affetto successe sollecito e veemente; si gittò al collo di Gustavo e pianse lagrime dirotte, e parlò incomposte parole di traboccante passione.

Anch'egli si stemperò in lagrime così abbracciato da sua moglie; quindi, come non potendo regger più in piedi, si lasciò calar ginocchioni per terra, e tendendo le due braccia verso il capitano, che punto non si era mosso, esclamò con voce arrangolata:

—Perdono! perdono!

Biale s'avanzò lentamente verso il colpevole, muto, severo, solenne. Il suo sguardo piombava inesorabile e grave sopra il reo; e questi curvava il capo sotto di esso e si rannicchiava al suolo, da toccar quasi colla fronte lo spazzo.

—Sciagurato! disse il capitano, quando gli fu presso, fermandoglisi innanzi. Che hai tu fatto dell'onor nostro?

—Perdono! perdono! ripetè balbettando il miserabile.

—Perdono?… Sapete voi che l'onore era la sola nostra ricchezza e tutta la mia superbia? E doveva io allevarvi e farvi due volte mio figlio perchè voi ne lo rapiste? Meno ingrato sareste, meno infame, se mi aveste ucciso. In nome di vostro padre, onoratissimo uomo, vi rinnego e vi maledico.

Lisa gittò un grido e fece a cingere colle sue braccia il capo del marito, come per difenderlo dalla maledizione paterna; ma Gustavo ne la rimosse, si alzò, le lagrime aveva rasciutte, il volto più bianco, le mascelle contratte, e una nuova risoluzione appariva in lui. Si volse allo suocero e parlò con voce ferma e pacata.

—Fui traviato. Sono un infame; non ho discolpa, lo so. Non merito il vostro perdono, non lo chiedo più nemmanco. Solo un'ultima grazia imploro, e conviene che la dimandi a voi solo, che nessun altro orecchio mi possa udire, nemmeno quello della mia carissima Lisa.

Biale stette un momento affisando il genero con quel suo occhio franco e penetrativo: poi accennò col capo d'acconsentire. Il custode che era presente al colloquio contrastò allegando i regolamenti; ma una buona mancia fece tacere i suoi scrupoli. Si ritrassero amendue da una parte, e Gustavo cominciò tosto a favellare sommesso. Lisa, come tramortita, guardava con occhio senza luce, quasi non si rendesse ben conto delle condizioni in cui si trovava, nè di quanto le succedeva dintorno.

—Signore, disse Gustavo non osando più dar titolo di padre al capitano, bisogna che io mi salvi dall'ignominia d'un pubblico giudizio, d'una pubblica condanna. Voglio morire. M'è fallita la mano una volta, ma la seconda non mi fallirà più. Se voi avete ancora alcuna pietà per me; se vi cale far salvo dall'estrema vergogna il mio nome; se un poco sopravvive in voi dell'affetto che mi avete per tanto tempo e con tanta generosità portato, usatemi la carità di procurarmi modo da togliermi a questa vita, a quest'onta.

Biale rimase di nuovo un poco guardando fiso il genero senza parlare.

—Togliervi alla vita, diss'egli poi, fuggir l'espiazione dopo la colpa! Non sapete voi che è viltà anche quella?

Pannini abbassò il capo e mormorò con accento pieno di terrore:

—L'espiazione!… Il patibolo, forse!… La gogna… la folla curiosa e crudele… il mio nome appiccato coll'ignominiosa sentenza ai canti delle vie… Oh no, no… non lasciatemi a questo troppo supplizio.

E il capitano con accento profondo:

—Voi non avreste il coraggio di affrontare la vostra condanna, pentito, rassegnato, offrendovi esempio agli uomini, implorando perdono dalla società e da Dio?

—No, no… E con voce ancora più bassa soggiunse: Sarei vile.

—La vostra mano e il cuore son fiacchi; già una volta fallirono alla vostra volontà. Non avrete neppure il coraggio del suicida.

Gustavo levò alquanto il capo e rispose fermamente:

—L'avrò!

Il capitano esitò ancora un momento, poi curvandosi all'orecchio del genero gli disse ratto:

—Va bene.

Poi tuttedue s'avvicinarono alla povera Lisa.

—È tempo di partire, le disse il padre.

Essa lo guardò attonita, come se non avesse ben capito.

—Salutate vostra moglie, Gustavo: rispose Biale.

Pannini s'accostò a Lisa e le pigliò una mano. Allora la donna si riscosse tutta, e come se una segreta voce la preavvisasse di quanto avea da succedere, la si buttò al collo del marito, sclamando per disperata:

—Oh, non mi dividerò più da te! Oh, non voglio più lasciarti!

Povera donna! Ella amava: per lei non esisteva delitto, per lei non c'era argomento che valesse contro l'amor suo. Il padre le si fece dappresso, accennando volerla tirar seco per avviarsi.

—Un momento, ella esclamò; ancora un momento.

E tornando a baciare fra le lagrime il marito:—Quando ti rivedrò,
Gustavo?

—Fra pochi dì, s'affretto a dire il capitano. Vieni, Lisa; ora è forza partire.

E così Gustavo vide allontanarsi da lui per l'ultima volta quella donna cui amava pur tanto, l'infelice, colla quale avrebbe avuta esistenza sì lieta se non lo avesse morso al cuore il funesto demone dell'oro.

Il domani Biale ottenne di tornare al carcere, ma ci fu solo, e collo stesso metodo del giorno precedente, cioè con una vistosa mancia, riuscì a far scorrere nella mano del genero un piccolo involto. Quando tornò a casa aveva la fronte più annuvolata e lo sguardo più scuro che par l'innanzi. A Lisa disse che per parecchi giorni era impossibile rivedere il prigioniero. Ella si tacque, ma il cuore aveva pieno di spaventosi presentimenti. Il giorno di poi la infelice non osava neppure pronunciare il nome del marito innanzi al padre taciturno e più cupo che non fosse stato mai; ma il suo sguardo timoroso era una continua e sollecita ed ansiosa interrogazione.

Il capitano uscì, ma non istette guari a ritornare. Era sì terribilmente turbato che Lisa comprese di botto una suprema sciagura essere avvenuta; venne innanzi al padre bianca più che cadavere, le labbra illividite, e senza potere articolar parola fissò con ansia il volto del capitano, ponendogli la destra sopra il braccio.

—Gustavo, disse Biale solennemente, si è sottratto alla giustizia degli uomini per sottomettersi direttamente a quella di Dio.

Lisa non comprese. Continuò a star lì a quel modo, fissa, immobile: solamente le sue labbra tremanti si agitarono come per parlare, ma senza pur mandare un suono. Il padre aspettò un istante; poi, visto che la tremenda luce del vero pareva non balenare nemmanco alla mente intorpidita della infelice, soggiunse:

—Gustavo è morto…

La donna gettò un grido straziante, e cadde riversa, come fulminata.