I.

Era un genio davvero. Dio glie ne aveva data la scintilla immortale. Egli la volle nascondere, e fece che traversasse ignorata la vita terrena.

Non vi dirò il luogo in cui il mio eroe, circondato d'oscurità, mise per anni ed anni tutto il suo impegno a tener segregata dal mondo la luce della sua intelligenza. Gli ho promesso di tacerlo, e coll'ultima stretta di mano che abbiamo scambiata, ho dato ragione alla sua misantropica e valorosa rinuncia. Il suo nome, ch'egli decretò e volle seppellito nel più profondo oblìo, non comparirà su queste carte. A me stesso egli lo tacque, e se anche ho potuto indovinarlo, non contristerò, svelandolo, la memoria di quell'anima infelice.

In uno degli ultimi nostri colloqui, egli mi diceva, con un cotal suo sorriso, tra bonario ed amaro, che gli era abituale:

— Se invece di questo cimitero di campagna, in cui un'erba pietosa e non curante agguaglia tutte le fosse e circonda tutte le croci, il mio cadavere avesse da essere seppellito in un camposanto cittadino, dove si fa pompa di lapidi e di iscrizioni, vorrei che sulla mia tomba modesta si scrivesse superbamente: «QUI GIACE UN ANONIMO.» —

Codesto suo detto, fate conto che sia l'epigrafe della mia narrazione.