XIII.
Guido mandò un'esclamazione dal profondo dell'anima in un commovimento che non si può spiegare a parole; e senza aver forza di far pure un atto, rimase lì, tremando, a contemplare con occhi innamorati quell'apparizione, come si contemplano da un ascetico le celesti visioni che abbellano i suoi mistici delirii.
Maria, animata da una nuova vita che splendeva ne' suoi sguardi, nel suo sorriso, nel rossore delle sue guance, come fiamma accesa entro purissimo alabastro, scossa pur finalmente dal tocco di quella scintilla che lo scultore aveva con tanta intensità di desiderio invocata dal cielo, mossa da una nuova, incognita forza che le padroneggiava e spirito e volontà e cuore; Maria s'accostò all'amante tutto rapito, e con carissimo abbandono curvatasi su di lui, inginocchiato come stava tuttavia, depose un lieve bacio sull'ampia fronte che ardeva.
Per lui fu come se a quel punto gli si spalancassero le porte del paradiso. Sentì una dolcezza ineffabile scorrergli per tutte le vene e far capo con acuto diletto al cuore, una nebbia gli passò innanzi agli occhi; gli parve che sotto quella suprema delizia il suo essere avesse a disfarsi ed egli fosse per dolcissimamente morire.
“Maria! Maria!” balbettò con voce soffocata, senza poter aggiunger altro.
E la fanciulla che in quel nuovissimo tumulto dell'anima non riconosceva più sè stessa e quasi era inconscia de' fatti suoi e parlava ed agiva come sotto un influsso superiore a cui non potesse resistere; la fanciulla, ripetendo quel bacio soave, pronunziava con voce sommessa, che carezzava le orecchie di Guido come una dolce melodia portata sull'ali d'una tepente aura d'aprile:
“T'amo, Guido, sì t'amo, ancor io!”
Per un istante l'artista non credette a sè stesso; dal suo petto ansante, dalle sue labbra tremule non potè uscire che un grido, ma un supremo grido di gioia; poscia, inginocchiato com'era, afferrò le mani della fanciulla e con un fremito d'emozione ineffabile, disse:
“Tu mi ami! Oh ripetimi questa magica parola che mi cambia in un paradiso la miseria della vita! Io ti amo, Maria, sconfinatamente, santamente, eternamente! come non ho amato mai, come non ho creduto mai neppure che uomo potesse amare sulla terra....
“Quante volte ho desiderato gettarmi così, come ora sono, ai piedi tuoi, a quei leggiadri tuoi piedi che sì lievemente ti fanno sorvolar sulla terra, e dirti che t'amo e morire! Quante volte ho sospirato su queste tue esili bianche manine appoggiare un istante il mio volto, premere le mie labbra e lasciar sovr'esse l'ultimo soffio coll'ultimo bacio!... Amami, o Maria. La felicità è un corrisposto amore. Oh dimmelo ancora che tu mi ami! Questa tua parola ha traversato la mia esistenza come un lampo illuminandomi un Eden vagheggiato: deh! non fare che come un baleno pure passi e si dilegui! Ho bisogno di sentirla ancora.... e sempre!... Non si può credere così facilmente a tanta ventura. O cielo! Ma è ella probabile! Ed è per me, proprio per me? Per questo cuore che qui palpita? Dimmelo, dimmelo ancora.... Io l'ho meritata questa gioia dopo tutto quel che ho sofferto; io ben lo merito per l'immenso amore che ti porto.”
“Guido!” mormorò dolcemente Maria, ma con infinita tenerezza nell'accento.
Ed egli viepiù accalorato da quella voce:
“Nessuno t'amerà mai, nessuno ti può amare come io ti amo. Senti questo palpito irrefrenabile che mi rompe il petto; lì c'è la passione di tutta la vita d'un uomo.”
E drizzatosi della persona, si levava verso di lei, spasimando, anelando, spirando voluttà ed amore dagli occhi. La fanciulla affascinata, commossa a quell'ardenza che tutta la investiva, a quel palpito di cuore che sentiva corrispondere al suo, a quel suo palpito che mai non aveva ancora provato prima; la fanciulla si chinava da parte sua verso quel capo di sì potente bellezza, raggiante essa pure nel volto di desiderio e di passione.
Ma ad un tratto ella si riscosse, mandò un grido, respinse l'amante, si sciolse dalle braccia di lui che l'avevano avvinta. Egli vide a due passi da sè, quale aveva tentato riprodurla coll'opera della sua mano, la vergine leggiadra, la luce dell'intelligenza e dell'affetto nello sguardo, dritta in nobil mossa, cinta di virtuosa dignità, pallida pallida e colle labbra scolorite che le tremavano.
Le si rivolse colle mani giunte:
“Maria!...”
“Non più!” diss'ella con voce tutta ancora commossa. “Non più una parola, ti prego.”
Egli sorse e volle avvicinarsele.
“Lasciami,” gridò ella vivamente, “lasciami, ho bisogno d'esser sola.”
E ratta sparì dietro la tenda che pendeva dall'uscio dove faceva capo la scala del quartiere superiore.
Guido rimase là piantato a guardar quella tenda che era ricaduta dietro i passi di Maria, come chi guarda il luogo per cui è sparita una carissima visione, quasi credendo d'aver sognato.
Maria corse a rinchiudersi nella sua cameretta.