XIV.

“Parlò poscia, ma non colla solita sua scioltezza. Aveva letto i miei componimenti, ed aveva visto l'oggetto dell'amor mio. Di questo discorse con entusiasmo; la giudicava la più bella figura di donna, le cui sembianze rivelassero una natura eletta; abilmente, in mezzo a un diluvio di parole, mi fece comprendere essere una follia in me l'amarla, un'imperdonabile follia poi se con qualche speranza. Compresi come, secondo lui, io fossi condannato all'infelicità, e sarei stato ingiusto a pur lamentarmi del mio destino.

“Sentivo una gravezza, come cappa di piombo, scendermi e pesarmi sull'anima. Imbiancavo a volta a volta ed arrossivo nel viso; mi veniva difficile il respiro.

“Finalmente entrò a discorrere de' miei versi.

— «Me ne rallegro teco. Non c'è male. Alcune stranezze di un gusto non perfetto; ma con qualche ritocco qua e là, con qualche correzione, cambiando qualche verso, davvero che mi pare si possano ridurre una cosa più che mediocre.»

“Io aveva chinato il capo e tacevo.

— «Anzi ho pensato ad una cosa:» soggiunse. «Mio caro, le nostre produzioni letterarie, per giudicarle a dovere noi stessi, bisogna vederle stampate. La stampa è come alle sceniche composizioni la luce della ribalta; se tu acconsenti, voglio fare stampare i tuoi scritti.»

“Tacevo sempre.

“Alfredo riprese a dire, che aveva giusto sotto i torchi un volume di sue poesie, che avrebbe a quelle aggiunte le mie, e così introdottele nel mondo letterario sotto il patrocinio del suo nome, già conosciuto e circondato di qualche riguardo.

“Tacevo, ma la mia mente lavorava in modo febbrile. I miei versi, stampati in nitide pagine, con nuova ed efficace leggiadria, mi turbinavano innanzi, atteggiandosi, per così dire, a mirabili forme, esplicando una segreta armonia di dolcissimi suoni.

“Li vedevo apparire come luminosi agli occhi della gente, li udivo cantare nell'orecchio ammirato degli uomini, sentivo ripetuto dagli echi della terra con plauso, il mio povero nome.

“Alfredo aveva voluto persuadermi della mia indegnità per la donna che amavo. Una mai provata superbia gonfiava invece l'anima mia. Oh no, non ero indegno di lei. Il genio che mi possedeva, era capace d'innalzare il mio essere sino all'altezza di quell'angelo umanato. Le mie opere l'avrebbero dimostrato; lo dimostreranno in fè di Dio, giuravo in segreto a me stesso.

“L'amico mi chiese, non senza qualche inquietudine, se acconsentivo alla sua proposta.

— «Sì,» risposi debolmente con una simulata indifferenza, abbandonando nelle sue la mia mano diventata fredda ed inerte.

“Ma dentro me quale tumulto!

“Le mie prime poesie si stamparono poco dopo nel volume pubblicato da Alfredo, e comparvero sotto il suo nome; erano pubblicate quali io glie le aveva date, senza la correzione d'una virgola. Provai nel vederle un misto di sentimenti contrari, indicibili. Mi parvero sublimi, mi parvero ridicole; ne sentii ora orgoglio, ora vergogna; provai una rabbia dolorosa nel vederle andare sotto nome d'un altro, una specie d'acuta gelosia, e poi dissi a me stesso che così era anche meglio: ritirato nella mia cameretta, pensai con satanica superbia che la mia opera aveva gran pregio, ma che io era capace tuttavia d'assai più.

“Alfredo ebbe da quella pubblicazione molta rinomanza. Gli si disse che aveva trovate vie nuove, che aveva rivelato un nuovo lato del suo genio, manifestata una nuova potenza della sua poesia. Mi venne intorno più amorevole che mai. Io non metteva insieme due parole, senza tosto comunicarle a lui. Talvolta mi suggeriva alcune idee, mi abbozzava qualche argomento; poi ammorzava alcun colore troppo acceso, temperava taluna immagine troppo ardita della mia poesia; e quando poi le composizioni erano al termine, le chiamava con tutta franchezza, fra noi due, nostre, in pubblico sue, senza uno scrupolo.

“Mi adattavo a codesto suo modo ma, come potete pensare, non soddisfatto.

“Un giorno, finalmente, la mia tolleranza mi parve una debolezza e una viltà; il procedere d'Alfredo una pirateria a mio danno.

“Non vi ho ancor detto come praticassi nella casa della fanciulla amata. Il padre di lei, pietoso alla mia povertà, avevami dato un umile ufficio nella ragioneria dei suoi grandi capitali e delle sue vaste tenute; ero poco più d'un servo in quello sfarzoso palazzo, ma vi ero accolto con una specie di domestica fiducia.

“Un giorno, entrando nel salotto, trovai Albina intentissima alla lettura con una profonda emozione da questa prodottale, le guancie affocate, gli occhi per lagrime lucenti, il seno agitato. Dio del cielo! Ella stava leggendo i miei versi.

“Albina fuggì, come per nascondermi la sua emozione. Io rimasi là, piantato, invaso il cuore da un'improvvisa, ineffabile dolcezza. I miei versi avevano parlato all'anima di lei!

“Ma ad un tratto una terribile idea mi ferì come la punta di uno stile, il cervello e il cuore. I miei versi, per lei come per tutti al mondo, non erano miei; ad altri ella attribuiva que' sentimenti, que' pensieri, quella passione; ad altri ella attribuiva il merito di quel suo commuoversi e del suo palpitare. E s'io le avessi detto ch'era mia quell'ispirazione, mi avrebbe ella creduto?

“Una specie di furore subitamente m'invase. Volli che Alfredo mi restituisse la rinomanza che a me aveva derubato; mi restituisse soprattutto la simpatica commozione e forse l'ammirazione d'Albina. Sentii a quel momento il primo impulso di odio che avessi ancora provato mai, io che il mondo e la sorte avevano sì crudelmente bistrattato sempre; e quest'odio lo sentivo per colui che primo aveva mostrato aver di me alcun pietoso riguardo!

“Corsi da Alfredo, e tutto ancor concitato lo minacciai di svelare il segreto della paternità dei suoi libri. Egli si fece bianco in volto, e i suoi sguardi dapprima lampeggiarono di sdegno e di minaccia; poi tosto si raumiliò, come non avevo mai visto alcuno umiliarsi, come non lo credevo capace di fare, egli, con la sua fierezza.

“Mi disse che avrei distrutto ogni sua felicità, che avrei cagionata la sua morte, perchè di certo egli si sarebbe ucciso a tanta vergogna; mi pregò colle lagrime agli occhi: giurò che, io tacendo, avrebbe egli fatto per me qualunque cosa che gli avessi chiesto, datomi anche la vita.

“Quell'affetto, che da tanto tempo avevo in lui, risorse tutto in un attimo e maggiore di prima. Mi gettai nelle sue braccia, piangendo ancor io.

— «Amami soltanto, Alfredo,» gli dissi: «e di tutto mi avrai compensato.»

“Giurai di tacere per sempre.”