XVI.

“In quella lettera ella mi narrava come, fin da quando era ancor giovinetta, avesse dato il suo cuore ad un uomo; i dolori e le sventure sopravvenute non avere quell'affetto cancellato, e ora che l'occasione era nata in cui aveva potuto con quell'uomo accontarsi, tratti da scambievole amore, essersi giurata eterna fede. Volessi compatirla; seguitassi ad amarla come fratello: non le amareggiassi la felicità del suo corrisposto affetto col pensiero ch'io soffriva per lei....

“Ah! dovevo rinserrare nel cuore la cruda angoscia e comparirle dinanzi sorridente, lieto testimonio della felicità d'un altro!

“Non vi dirò che rodimento fosse il mio. Immaginatevi quanti più acuti tormenti possa cuore umano provare in uno spasimo uguale a quello dell'agonia!

“I miei primi propositi furono propositi di sangue. Nella mia mite natura l'angoscia trovò pur tanta ferocia da farmi provare una voluttà nel pensiero d'uccidere quell'uomo che possedeva un tanto bene a me negato, d'uccidere anche lei!....

“Ma questo violento parosismo di furore in me non poteva durare. M'accasciai sotto la sciagura che mi percuoteva, piansi disperatamente; e quando ebbi tutte versate le mie lagrime, mi levai con animo risoluto e corsi da Albina. La volevo ad ogni costo felice, lei; a costo anche d'ogni mio bene.

“Avete avuto torto, le dissi, a non confidarmi tutto. Ora trattatemi davvero da fratello, e io benedirò alla vostra felicità.

“Udite quel che Albina mi rispondesse.

— «Sono due anni, mi veniva alle mani un libro di poesia; appena letti pochi versi, la mia attenzione fu tutta raccolta in quella lettura. Quei versi parlavano all'anima mia un nuovo linguaggio che tutta la padroneggiava. Erano l'espressione del più nobil cuore e del più nobile ingegno: erano la voce del più sublime affetto. Lessi avidamente, commossa, palpitante. Mi ricordo che voi entraste in quel punto; ed io confusa, turbata, vergognosa, indispettita d'essere colta in quell'emozione, fuggii.»

“Io gettai un grido a quelle parole, e la guardai con occhio smarrito; ella continuò:

— «L'autore di quelle sì leggiadre poetiche creazioni mi apparve l'uomo più degno d'amore che fosse al mondo; l'amai sino da quell'istante. Quando l'ebbi veduto di poi, Alfredo m'apparve superiore ancora a quell'immagine che io m'era di lui formata.»

“Pensate qual io rimanessi! Alfredo adunque, non solo la fama mi aveva derubata, ma l'amore di lei! Obliai in quel momento che io aveva giurato di tacer sempre, obliai tutto: mi gettai ai suoi piedi, proruppi coll'impeto d'un pazzo: — Ma quei versi erano miei; ma era mia quell'anima che parlava alla tua, mio quel genio che ammirasti, mio l'amore che hai sentito fremere in quell'armonia di parole.... —

“Ella dapprima non comprese; mi credè assalito da un accesso di dolore che mi levasse di senno: si curvò pietosamente su di me, volle farmi alzare, mi sussurrò qualche benigna parola; ma giurando, ripetendo, insistendo io, alfine comprese quel che volevo significare; allora non parlò più, si allontanò e mi saettò uno sguardo di indicibile disprezzo.

— «Sciagurato! diss'ella con accento non dissimile da quello sguardo: la vostra è peggio che imprudenza, è un'infamia.»

“E mi lasciò, allontanandosi con passo affrettato.

“Oh essere fulminato dal disprezzo della donna che si ama, senza meritarlo! I feroci impulsi mi si ridestarono nell'anima. Forsennato, corsi da Alfredo, lo minacciai, lo supplicai, levai la mano armata su di lui; egli, robusto, disarmò il mio debole pugno e mi atterrò con dispettoso disdegno.... Che più? fui vinto in tutto. Fui proclamato un tristo, un calunniatore, scacciato dalla casa di lei, bandito dagli amici di lui, creduto da tutti un pazzo, un cattivo uomo.”