XVIII.

“Non c'era più alcun ritegno fra noi: Alfredo ed io ci trovavamo a fronte come nemici mortali, e il mondo crudele, aizzandoci alla lotta, godeva nel vederci scambiare dolorosi colpi al nostro cuore.

“Una mia nuova pubblicazione diede pretesto a un mordacissimo articolo di critica, in cui le ingiurie e le accuse, con accorte insinuazioni, erano lanciate a piene mani su di me; sotto a quello scritto c'era il nome d'Alfredo. Se ne fece un gran chiasso in tutta la città; tutti s'aspettavano ch'io avrei provocato a duello il mio offensore: nol feci.

— «È un vile:» si disse di me in tutti i salotti, in cui fioriva prospera e petulante la mormorazione.

“Tutte le simpatie erano pel mio avversario, e diventarono ancora maggiori.

— «Da bravo!» gli si diceva da ogni parte; «quello è un rettile che non sa mordere che colla penna. Bisogna schiacciarlo, e nessuno meglio di voi lo può fare.»

“Io pur sempre condannai il duello che stimo un'assurdità o ridicola o assassina. L'esistenza d'un uomo mi è sempre parsa cosa troppo importante per avventurarla in una vendetta dell'oltraggio, nella quale la sorte il più spesso, od una scellerata perizia d'uccidere, dànno torto alla ragione e ragione al torto.

“Mi tacqui. Una seconda diatriba più niquitosa, più audace, più calunniosa della prima, col nome d'Alfredo ancor essa, venne a far ridere tutta la città alle mie spalle.

“Uguale alla perfidia si disse in me la codardia. Una rabbia irrefrenabile allora mi prese. Intinsi la penna nel fiele, nel veleno, e risposi con la più fiera invettiva, senza misura, senza riguardi, tutto rivelando di quanto era avvenuto fra Alfredo e me.

“Fu uno scandalo inaudito. Il mondo mi disse un calunniatore, e Alfredo mi mandò a sfidare.

“Volevo rifiutare il combattimento. Mi si fece comprendere che, dopo un fatto simile, sarei senza redenzione perduto nel concetto universale. Ebbi paura dell'ignominia; accettai.

“Non avevo mai preso in mano un'arma. Non m'ero mai esposto, nè la sorte mai mi aveva ancora messo innanzi ad un pericolo di vita. Se avessi coraggio o no, non sapevo io stesso. Ero solo al mondo, non rallegrato pur da un affetto; e la mia morte non avrebbe costato a nessuno un dolore, a nessuno pure una lagrima. In certi momenti di quelle ore fatali che precedettero lo scontro, quel mio triste stato mi dava una disperazione che mi avrebbe lanciato con ardore verso la tomba, come verso il riposo.

— Che fo io sulla terra? — mi dicevo. — Gli uomini valgono tutti meno di me: lo sento e lo so, e tutti mi stimano da meno di loro; e la vita non ha per me attrattive di sorta. Non v'è da rimpiangere nè questa nè quelli. Moriamo; e si mostri almeno a questa nemica e codarda razza che mi spregia, come sia facile il coraggio del morire cui essa esalta cotanto, perchè così raro nell'egoismo vigliacco che la domina.... E forse innanzi alla mia tomba precoce, ammutirà il livore. —

“In altri momenti, invece, un grande abbattimento mi occupava, che poteva dirsi paura. La mia giovinezza dimandava di vivere. Perchè sacrificarmi ai pregiudizi di quel mondo crudele che mi aveva respinto da sè, che non aveva avuto che spine da darmi? La vita era l'unico bene ch'io m'avessi, e glie l'avrei offerta in olocausto? Avevo l'avvenire per me; avevo quell'ingegno che sentivo superiore; ed avrei tutto gettato in omaggio alle assurde opinioni d'una società, alla quale ricambiavo in doppia misura quel disprezzo ch'essa aveva per me? Di corpo ero più debole che tutti gli avversari miei, forse anche d'animo; ma di mente? Egli era in questo campo intellettuale che io aveva da lottare, e non nella stupida e brutale prova dell'armi.

“Per miei padrini avevo scelto due giovinotti che in tali faccende erano peritissimi. Non avevo amici, e costoro accettarono l'incarico, solamente perchè fra certa gente è usanza che simile uffizio non si rifiuti mai.

“Era di tarda sera, ed io stava nella mia stanzuccia solo, sprofondato in quei cotali pensamenti ed affanni, quando essi vennero a dirmi il risultamento della conferenza coi padrini dell'avversario e le determinazioni prese d'accordo.

“Erano le seguenti: ci saremmo battuti alla pistola; la distanza sarebbe stata di trenta passi, libero a ciascuno dei combattenti d'avanzarsi di dieci; si avrebbero due pistole ciascuno; ad un segno fatto potevamo camminare l'uno verso l'altro e sparare quando ci talentasse; fatti i quattro colpi senza che sangue fosse versato, potevasi ricominciare da capo. Le condizioni erano gravi, come gravi erano state le scambiateci offese. Alfredo le aveva volute tali; ed io dissi con sicuro sembiante che le mi piacevano.

— «Le conseguenze di questo scontro» dissemi poi uno dei padrini, «possono essere serissime. Ci ha ella pensato, ed ha provvisto alle cose sue?»

— «Io non ho nulla a cui provvedere,» risposi. «Sono solo sulla terra, e non lascio persona che mi pianga,»

“Venne a serrarmi la gola un singhiozzo che ebbi molta pena a soffocare.

— «Questo duello ha destato molto l'attenzione di tutta la cittadinanza,» riprese quel medesimo dei miei secondi: «e non potrà a meno di eccitare i provvedimenti della giustizia. Quando ci fosse morte d'uomo, sarebbe meglio al vincitore il fuggire. Si è Ella preparato a codesto?»

“Io vi parlo schietto, come parlerei a Dio il dì del giudizio universale. Non ho più rispetti umani, non ho più vanità personali, non ho più interesse nè desiderio d'infingermi.

“A quel cenno che uno dei due molto facilmente sarebbe rimasto sul campo, mi sentii raccapricciare. Volli fare un sorriso d'indifferenza o di rassegnazione, e sono certo che non riuscii che ad una smorfia affettata.

— «Non penso» diss'io «che a me toccherà lasciar il paese per questa cagione. Se uno dei due avrà da tornar cadavere, ho il presentimento che quello non sarà il mio avversario.»

— «L'esito di questa sorta di cose è sempre nelle mani del caso:» disse quell'altro: «e forse non avevano affatto torto gli antichi che chiamavano il duello giudizio di Dio!.... Non le nascondo che Alfredo è buon tiratore; ma quante volte si è visto in simili scontri avere il di sopra i più inesperti! Non bisogna andare sul terreno colla paura; questo è il più essenziale. Stia dunque di buon animo, e ci aspetti qui domattina, che all'ora convenuta verremo a prenderla.»

“Quindi s'avviarono. Io li accompagnai sino al pianerottolo, a rischiarare loro il cammino. La fiamma della mia lucernetta oscillava troppo più che non avrei voluto. Quando furono giunti alla scala, tesi loro la mano, augurando la buona notte. Quegli che aveva parlato, e che pareva aver posto maggiore interesse nella faccenda, sentì tremar nella sua la mia destra; tornò indietro alcuni passi, e stringendomi forte la mano che non aveva abbandonata e parlandomi sommesso, mi disse:

— «Coraggio! che diamine!.... Un uomo come lei, ha da mancare di risoluzione?»

“Fu punto in me l'amor proprio, e riagì subitamente:

— «No;» risposi con ferma la voce e l'aspetto: «non dubiti. Avrò coraggio; ne ho.»

“Ma quella fu davvero una tristissima notte. Mi parve lunga e breve; l'avrei voluta eterna, e sollecitavo con impazienza le ore.... All'alba sentii finalmente giungere e fermarsi in istrada la carrozza con cui i miei padrini venivano a prendermi. Mi guardai allo specchio. Ero pallido molto, cogli occhi infossati e le occhiaie livide; mi percossi dispettosamente le guancie, e precipitoso scesi le scale.

— «Ha ella dormito?» mi chiese quello dei due che mi aveva incoraggiato la sera innanzi.

“La vanità mi diede l'audacia di mentire.

— «Sì;» risposi: «parecchie ore.» — Non so s'egli mi credesse, ma lo finse.

— «Meglio:» esclamò, facendomi salire nella carrozza.

“Questa partì di buon trotto e presto fummo fuori della città. Cammin facendo i padrini venivano dandomi consigli e istruzioni sul come dovevo contenermi; annuivo alle loro parole, ma non potevo ben comprendere quel che dicevano: la testa mi suonava così che parevami udir continuo un rumor cupo di voci lontane: non avevo del tutto la coscienza di me medesimo e de' fatti miei; mi pareva che quello fosse un sogno, che si trattasse di un altro, che io mi trovassi lì soltanto per assistere spettatore indifferente ad una tragedia che non mi riguardasse. Poi a un tratto saltava fuori, in mezzo alla confusione della mia mente, questa tremenda interrogazione: — Fra un'ora sarò io vivo?”