XX.

“Alfredo all'infelice esito de' suoi colpi, fece un gesto di dispetto, gettò via rabbiosamente la seconda pistola e si volse a guardare qua e là con irrequietezza, quasi spaventato, come per chiedere che cosa gli rimanesse da fare, per cercare qual via gli si aprisse di scampo. Fu un baleno. Presto si ricompose, e serrando al petto le braccia, levò superbamente la fronte verso di me, in atto di fiera aspettazione e di sfida.

“Io camminai risolutamente verso di lui tutto quel tratto che potevo percorrere, e quando mi trovai alla distanza di soli dieci passi dalla sua faccia pallida ma sicura, alzai tutte e due le mani e puntando le pistole nella direzione del mio avversario, senza mirare altrimenti, le sparai ambedue d'un colpo.

“Udii un gran grido; e dietro la nube del fumo prodotto dalla esplosione delle mie armi, vidi barcollare e precipitare a terra Alfredo.

“I testimoni si slanciarono verso di lui. Io lasciai cadere di mano le pistole, e mi spinsi innanzi stimolato da un'avida, feroce curiosità; ma ben tosto, alla vista della fronte insanguinata d'Alfredo, mi ritrassi inorridito.

“Dietro me, come in risposta a quello del trafitto, suonò un grido acutissimo, dolorosissimo. Mi volsi. Una donna scarmigliata accorreva disperatamente.

“Era Albina!

“Il nostro duello aveva destato cotanto l'attenzione della città tutta, che era stato impossibile l'impedire non ne venisse voce all'orecchio di lei. Informatasene qua e colà coll'ansia maggiore, turbato forse il cuore da funesti presentimenti, l'infelice donna era riuscita a sapere dai servi il luogo e l'ora dello scontro, e, spinta dal suo fatale destino, arrivava sul terreno, giusto al momento in cui il suo diletto cadeva al suolo, cadavere.

“Sì, cadavere! Alfredo era morto, e per mia mano! Questa orrenda verità non tardò ad apparirmi in tutta la sua crudezza, e distrusse tosto quell'esaltazione di sdegno e d'odio che mi aveva fatto, un momento prima, volontario assassino.

“Sentii le roventi unghie del rimorso lacerarmi il cuore; ebbi orrore di me, e mi parve la natura medesima inorridisse al mio cospetto; credei udirmi suonare all'orecchio, tremenda, la maledizione lanciata su Caino. Rimasi stupidito, guardando quel cadavere sanguinoso sull'erba, senza rendermi ben conto della realtà, come se tormentato dall'incubo d'un sogno penoso, supplicando mentalmente da Dio la grazia impossibile che non fosse vero quello che era avvenuto, prendendo a sperare con dissennata lusinga che tutto quanto s'agitava sotto ai miei occhi non fosse che una illusione da dileguarsi ad un punto.

“L'angoscia disperata d'Albina, che si abbandonava con tanto spasimo sul corpo dell'uomo da lei supremamente amato, invocando essa stessa la morte, accresceva in me il pentimento e la coscienza dell'orribile delitto. Apparivo un mostro a me stesso; e mi dicevo accusatore e condannatore più severo e inesorabile d'ogni umano tribunale, che avevo ad una stolta vanità della mia persona sacrificato la preziosa vita d'un uomo, a cui avevo pure giurato riconoscenza ed affetto eterno.

“Ah! pregate Iddio che tenga da voi lontana la sventura e la colpa di macchiarvi le mani nel sangue d'uno dei vostri simili. Shakespeare, per bocca di Macbeth, dice che l'uccisore d'un uomo uccide il proprio sonno; e ciò è tremendamente vero. Egli uccide insieme la propria quiete, la propria anima, se non ha cuore di scellerato; sia pure attenuato dalle circostanze il suo delitto, avesse pure dal suo lato la giustizia della causa, lo spettro sanguinolento della vittima, qual'ei la vide raccapricciando nelle ultime convulsioni dell'agonia, gli apparirà inesorato nelle sue notti maledette.

“Mentre nel mio interno mi assalivano così subite e potenti le torture del rimorso, di fuori ero sì impietrito che apparivo insensibile. Ai testimoni di quella orribile scena sembrai peggio che crudele.

“Albina levò un istante gli occhi, e, traverso al velo delle cocenti lagrime che le ardevano le pupille, mi vide.... Il suo movimento di ripulsione e d'orrore fu tale che io mi sentii vacillare. Meno grave, meno dolorosa mi sarebbe stata la più iniqua maledizione lanciatami dalle sue labbra, anzichè la muta ferocia dello sguardo onde mi saettò.

“I miei padrini si posero fra lei e me; e il principale dei due, pigliandomi per un braccio, mi disse severamente:

— «Qui non c'è più nulla da fare per noi. Allontaniamoci.»

“Mi lasciai condur via senza dir parola. Allontanato appena di pochi passi, mi rivolsi a dare un'ultima occhiata a quello spettacolo tremendo. I padrini d'Alfredo avevano abbandonato il morto, per soccorrere Albina, cui l'eccesso del dolore aveva tratta fuor di sè.

— «Ella parta:» mi dissero i miei secondi: «noi gli è meglio che andiamo ad aiutare quelli là nei pietosi uffizi che rimangono a compiersi.»

“Tornarono indietro. Io mi allontanai solo, a capo chino, la desolazione nell'animo, inorridito di me stesso, increscioso della vita, desiderando di poter cambiare la mia con la sorte del mio avversario, essere io il cadavere, su cui piangesse tali lacrime una donna amorosa, e si volgesse il comune compianto.”