CAPITOLO II.
Era Priore, non più; ma in quel consorzio
Degno il credean di mitra; nè dal mondo
Avea quindi il sant'uom fatto divorzio.
Brïosi corridor, viver giocondo,
Caccie di cervi lo allettaro, e al desco
De' calici veder voleva il fondo.
Chaucer.
Aveva Gurth un bel rimproverare Wamba perchè camminava troppo adagio. Questi che dallo scalpitar de' cavalli comprendeva essere vicina la brigata di cui s'accorsero, abbracciava a mano a mano tutte le occasioni di fermarsi lungo la strada. Talvolta era una nocciuola a metà matura ch'ei voleva cogliere di mezzo alla macchia. Tal'altra volea trattenersi a dir qualche cosa ad una giovane villanella, in cui si scontrava. Non tardò pertanto a raggiugnerli la cavalcata, composta di dieci individui. I due che le stavano innanzi sembravano uomini d'alto affare, il restante era gente del seguito.
Non era malagevole il riconoscere a primo aspetto lo stato e la condizione di questi due personaggi. L'un d'essi era evidentemente un ecclesiastico, insignito di alta dignità. Portava egli l'abito monastico di Citeaux, ma d'un tessuto più fino assai di quanto lo permettea la stretta regola del Santo, fondatore dell'Ordine. Di bellissimo panno di Fiandra erano il mantello ed il cappuccio, increspati con tal arte che di leggiadro panneggiamento gli adornavano la persona. Graziosa ne era la fisonomia, comunque il troppo star bene le desse alquanto il contegno di chi pensa molto a sè stesso, nè maggiormente annunziasse macerazione e digiuno di quello che le sue vesti il mostrassero sprezzante del lusso e della pompa mondana. Regolari se ne scorgevano i lineamenti, ma di sotto delle palpebre, che per lo più tenea basse, sfavillavano a quando a quando lampi di fuoco epicureo che lui divulgavano amantissimo della buona tavola e delle gozzoviglie. Pure la sua professione ed il grado gli avevano insegnato a regolare il muto linguaggio d'una fisonomia ilare di sua natura e gioconda, ed alla quale sapeva a suo talento imprimere i modi che alla solenne gravità si appartengono. Senza darsi fastidio nè degli statuti del convento, nè delle bolle pontifizie, nè de' canoni del concilio, le maniche di questo magnate della Chiesa erano guernite di ricca pelliccia, e un fibbiaglio d'oro gli serrava al collo la parte superiore del mantello, e l'abito dell'Ordine indosso a lui offeriva quella medesima ricercatezza, che vediamo oggidì in alcune avvenenti e gentili donne quacchere, le quali senza abbandonare quel che diremmo uniforme della loro setta, colla scelta dei drappi e col modo di aggiustarseli alla persona, la semplicità del vestir loro condiscono d'un tal qual brio, che alla terrena vanità somiglia d'assai.
Il degno religioso cavalcava una superba mula, regolandone l'andatura fra il passo ed il trotto; sontuosamente bardamentata, avea questa la briglia adorna di campanelle d'argento, chè tal di quei tempi era l'uso. Stando a cavallo, ben lunge dal mostrare la claustrale inettezza, dispiegava la maestria e le grazie di peritissimo cavallerizzo. Pareva inoltre che sol momentaneamente avesse scelta sì modesta cavalcatura, perchè un frate laico di quelli del suo seguito conducea per la briglia tal cavallo di ricambio, che era uno fra i migliori giannetti cresciuti nell'Andaluzia. Regnava a que' dì grande lusso al proposito di tai corridori, che i mercatanti non senza gravi rischi e spese faceano venir dalla Spagna per venderli, a più caro prezzo ancora, ai personaggi ragguardevoli, e ricchi assai per farne compra. La sella e la gualdrappa del superbo palafreno coperte erano d'un panno, scendente a terra, e tutto ricamato di mitre, di pastorali e d'altri emblemi ecclesiastici. Un altro laico conducea una mula carica di bagaglie che senza dubbio erano gli arredi del personaggio or descritto. Due frati dello stesso ordine faceano il retroguardo, ridendo insieme e ciarlando, nè ponendo mente gran che alle altre persone di quella cavalcata.
Il personaggio che venivagli in compagnia mostrava un'età di circa quarant'anni. Rassembrava egli un atleta, magro, di alta statura, vigoroso a quanto appariva, cui la fatica stemperò le carni sì che non gli restavano fuorchè la pelle, i nervi e le ossa. Leggeansi nel suo aspetto, e gl'immensi rischi che avea corsi e quelli ch'egli era pronto ad affrontare di nuovo. Copriva il capo d'un berrettone di colore scarlatto, guernito di pelliccia, e foggiato siccome quelli cui chiamano i Francesi mortai per la somiglianza che hanno con questi arnesi rinversati. Scoperto affatto erane il volto, che inspirava rispettosa tema a chi la prima volta vedealo. I lineamenti, di tal natura che indicavano un animo dominato da forti passioni, aveano preso un colore arsiccio e quasi nero col lungo sopportare le impressioni del sole del Tropico. Se muta scorgevasi talora quella fisonomia, perchè niuna forte idea davale moto, sarebbesi detto ch'ella sonnecchiava aspettando che le passioni la risvegliassero; ma le gonfie vene della fronte, la prontezza onde il labbro superiore, coperto da folta basetta e nerissima, tremolava al menomo impulso dato alla mente, ben dimostravano quanto fosse agevole cosa il suscitare le procelle in quel cuore. Un solo sguardo di quegli occhi neri ed acuti presentava la storia delle difficoltà superate, dei pericoli corsi, e parea chiedesse si opponessero altri ostacoli per avere il contento di rimoverli, e per offerire prove novelle di forza e di coraggio. Una profonda cicatrice aggiugnea non so che di aspro e feroce alla fisonomia di cotest'uomo, ed in oltre ne indicavano qualche cosa di sinistro gli occhi, perchè i loro raggi visuali non s'indirigevano con tutta esattezza laddove era volto il suo viso.
TEMPLARIO
L'esterne vesti d'un tal personaggio somigliavano in quanto è forma a quelle del suo compagno, perchè coperto egli andava parimente d'un lungo mantello, ma essendo questo di colore scarlatto dava a divedere come chi lo portava non pertenesse a veruno de' quattro ordini religiosi; che più di quattro non se ne conosceano a quei giorni. Stavagli in bianco panno trapunta sul destro omero una croce di forma singolare. Ma non era tal mantello se non se la sopravvesta d'un abito ben d'altro genere da quello che la leggiadria di questo primo arredo poteva far credere. Perchè sotto di esso il cavaliere andava armato d'un saio di maglia d'acciaio, fornito di maniche, e manopole dello stesso metallo, fatte pieghevoli con tal arte, che si sarebbero dette operate al telaio. Nè diversamente quando gli avvolgimenti del mantello la davano a divedere, si mostrava guernita la parte anterior delle coscie, e le piccole piastre di acciaio lievemente imponendosi e succedendosi l'una a l'altra coll'ordine che osserviamo nelle tegole delle case, gli scendeano fino al ginocchio ed al piede, onde nulla mancasse all'armatura sua di difesa. Sola arme da offesa eragli un lungo pugnale a due tagli, che pendeagli dal cinturino.
Cavalcava egli, non una mula, al pari del compagno, ma una chinea, onde risparmiare il suo buon corridor di battaglia, che uno scudiere gli conducea appresso per il guinzaglio. Era questo cavallo bardamentato a tutto punto come in un giorno di zuffa, e coperto il capo d'un'armatura di ferro che portava lo stile di una picca colla punta sporgente all'infuori. Da un lato della sella vedeasi un'azza riccamente damaschinata in foggia orientale, e dall'altro l'elmo del guerriero ornato di sontuose penne, ed una lunga spada di quella forma che allora usavano i cavalieri. Altro scudiere portava la lancia del suo signore, e all'estremità di essa sventolava una banderuola, su di cui era dipinta una croce simile a quella che ornava il mantello del cavaliere. Questo scudiero portava parimente un picciolo scudo di forma triangolare, nella parte alta assai largo per difendere il petto, e che a grado a grado sminuiva ai due lati sino a formare il vertice inferior del triangolo. Un panno scarlatto, di cui lo scudo medesimo andava coperto, facea non si leggesse l'impresa che vi era scolpita al di sopra.
Questi due scudieri venivano seguiti da due altri, che la pelle loro nericcia, i bianchi turbanti, le fogge del vestire annunziavano esser nati in qualche rimota contrada dell'Oriente. Ogni esterna apparenza, così del guerriero come delle persone del suo corteggio, presentava qualche cosa di nuovo e di straordinario. Sontuose erano le vesti degli scudieri, e i due Orientali portavano smaniglie, collane d'argento, ed anella dello stesso metallo attorno alle gambe ignude dalla noce del piede sino alla polpa, siccome ignude ne erano insino al gomito le braccia. Portavano abiti di seta, carichi di ricami che provavano la ricchezza del signore di quella comitiva ad onta della segnalata loro sproporzione colla semplicità dell'abito militare, che questi vestiva. Sciabole a lama ricurva, e coll'else damaschinate in oro, stavano attaccate ai loro pendagli fregiati d'aurei ricami, e guarniti di pugnali turchi d'un lavoro più prezioso ancora. Ognun d'essi portava all'arcion della sella il suo fascio di chiaverine, lunghe circa quattro piedi, e munite d'acutissima punta di ferro; arme che fu in grand'uso presso i Saracini, e adoperata tuttavia in Oriente nell'esercizio marziale conosciuto sotto il nome di El-Jerrid[3].
I cavalli, su cui stavano montati i due scudieri, al par di questi aveano strania origine. Nati di fatto fra i Saracini erano di razza araba. La statura loro dilicata, la sveltezza de' loro colli, le svolazzanti criniere, l'agilità del loro moversi troppo diversi gl'indicavano da quei cavalli, le cui razze si educavano nella Normandia e nella Fiandra, e membruti quindi e vigorosi quanto facea d'uopo per essere cavalcati da guerrieri coperti dalla testa ai piedi di pesanti armature di ferro. Questi cavalli messi a petto de' corridori d'oriente presentavano la differenza ch'è posta tra un corpo ed un'ombra.
La strana comparsa di una tal cavalcata eccitò non solamente la curiosità di Wamba, il che era facile cosa, ma quella pur anco del suo posato compagno. Nè tardò questi a ravvisare nel monaco il priore dell'abbazia di Jorvaulx, conosciuto molte miglia all'intorno, siccome uomo amantissimo della caccia, della buona tavola, ed anche, se non esagerava la fama, d'altri diletti men conciliabili co' voti monastici.
Ma il Priore evitò l'inconveniente che stava per nascere, spingendo prontamente la propria mula fra il suo compagno di viaggio, ed il porcajuolo. pag. 15.
Pure si aveano a que' giorni idee tanto condiscendenti alla condotta del clero così secolare come regolare, che il priore Aymer (tal nomavasi questo sacerdote), godea d'intatta fama in tutti i dintorni della sua abbazia. L'indole di lui franca e gioconda, l'indulgenza ch'ei dimostrava per tutto quanto avea nome di veniali fragilità presso i grandi, gli fruttavano essere ben accolto in tutti i castelli de' nobili, a molti de' quali soprappiù andava congiunto di sangue, per essere egli pure di nobile famiglia, normanna d'origine. Le gentildonne soprattutto non si sentivano vocazione d'indagar troppo severamente il contegno d'un uomo, chiaritosi zelante ammirator del bel sesso, ed amabilissimo nel trovar parecchi modi atti a dileguare la noia troppo usa a stanziare e nelle sale e ne' giardini de' castelli che all'alta nobiltà pertenevano. Non eravi cacciatore cui il nostro monaco cedesse nell'ardenza d'inseguire gli animali selvaggi, nè v'era chi fosse meglio di lui provveduto di falchi ben addestrati, e di levrieri agilissimi fra quanti n'avesse la contea d'York; circostanza la quale non entrava per poco nel renderne la compagnia e desiderata e cercata da tutti i giovani appassionati per la caccia. Altra parte gli toccava sostenere colle persone attempate, nè con minore felicità vi riusciva, quando l'occasione se ne presentava. Benchè quanto a letteratura avesse cognizioni superficiali anzichè no, ne sapea però abbastanza per inspirare agl'ignoranti profondo rispetto ver' la pretesa sua scienza, oltrechè, la gravità del portamento e del dire, e i modi autorevoli ch'egli assumeva a tempo e luogo per far valere la possanza della Chiesa e del Sacerdozio, molta opinione ancor gli acquistarono di santità. Persino le infime classi, così propense per indole a censurare rigorosamente la condotta de' loro superiori, tiravano un rispettoso velo sulle fralezze del priore Aymer. Egli era caritatevole, e la carità, gli è cosa nota, fa velo a molt'altri difetti. Le rendite dell'abbazia concedute la maggior parte in godimento al Priore, non solo gli fornivano i modi di far fronte alle spese sue personali, che non erano tanto poche, ma in oltre lo metteano in istato di spargere liberalità su gli abitanti e spesse fiate di sovvenire alle angustie dell'indigente. Perciò se il priore Aymer rimaneva ultimo alla mensa, se maggior tempo impiegava nella caccia che negli ufizi della chiesa, se il vedeano per una porta di soccorso rientrare nell'abbazia dopo avere trascorsa la notte intertenendosi a tutt'altro che a cantar compieta, ciascuno alzava indulgentemente le spalle, e ciascuno si avvezzava a dar passata a tali irregolarità tanto più volentieri, che la maggior parte de' confratelli del Priore si prendeva licenze eguali senza avere com'egli eguali diritti a farle dimenticare. La persona e l'indole del priore Aymer erano dunque assai conosciute ai nostri due servi sassoni, che lo salutarono rispettosamente ricevendone in compenso del saluto la solita benedizione.
Ma ciò che li sorprese, ed eccitò grandemente in essi attenzione e curiosità, si fu l'aspetto straordinario del compagno che il sacerdote aveva con sè, e del corteggio che lo accompagnava. Li faceva attoniti soprattutto l'apparenza, per metà militare, per metà monastica di quel bruno straniero, e l'aggiustamento singolare de' due scudieri orientali, e la novità dell'armi che questi portavano. E lo stupore fu tanto che il porcaiuolo e il buffone s'accorsero appena, quando il priore dell'abbazia di Jorvaulx chiese loro se in quelle vicinanze si trovasse qualche casa per alloggiarli. Fors'anche la lingua, in cui venne fatta l'inchiesta, comunque ad essi omai non sì strania, sonò male a quelle sassoni orecchie.
«Io vi chiedea, le mie creature» — ripetè il priore ad alta voce e valendosi del nuovo idioma mescolato di sassone e di normanno, e divenuto linguaggio di convenzione per comprendersi le une coll'altre fra le due genti — «io vi chiedeva se in questi dintorni sarà facile il trovare qualche brava persona, che mossa da amor di Dio, e da divozione verso la nostra Santa Madre Chiesa, voglia per questa notte usare ospitalità a due umilissimi servitori di questo Dio e di questa Chiesa.»
Nel tuono però di tali detti scorgeasi non so qual aria d'alterezza, che mal s'accordava colla modestia delle frasi onde al Reverendissimo era piaciuto valersi.
«Due umilissimi servitori di Dio e della Chiesa!» — meditò fra sè stesso Wamba, il quale benchè matto, aveva giudizio quanto bastava a non far tali considerazioni in modo d'essere inteso — «Vorrei dunque vedere come son fatti gli ufiziali primarii di Dio e della Chiesa, per esempio i siniscalchi, i cantinieri!»
Fatto nel suo interno questo comentario all'inchiesta del Priore, il buffone sollevò gli occhi verso di lui, e diede tale risposta «Se i Reverendi bramano trovare buon pasto e buon alloggio è lontano di qui poche miglia il priorato di Brinxworth, e a quanto mi sembra, il grado loro gli assicura di esservi accolti con tutto onore; che se mai li dilettasse il consacrare una parte di notte a far penitenza, possono tenersi a quest'altro sentiere, d'onde si va in dirittura al romitaggio di Copmanhurst. Quivi troveranno, non v'ha dubbio, un pio anacoreta, che li fornirà di ricovero nella sua grotta oltre al soccorso d'abbondanti preghiere.»
«Mio caro amico» — soggiunse scotendo il capo il Priore — «se il continuo tintinnar de' sonagli che adornano il tuo berrettone non ti avesse alterata la fantasia, ben capiresti che clericus clericum non decimat; il che vuol dire: le persone di chiesa non si domandano mai ospitalità le une alle altre, e preferiscono il chiederla a' laici per somministrar loro l'occasione di fare opera grata a Dio rendendosi ad un tempo utili e tributando onore ai servi dello stesso Dio.»
«Gli è vero» — prese a dir Wamba — «che comunque io non sia nulla meglio d'un asino, divido nondimeno colla mula di vostra Riverenza, l'onore di portare sonagli. Ma nel mio debole intendimento direi che la carità della nostra santa madre Chiesa, e de' suoi servitori potrebbe anche, siccome tutte l'altre carità, incominciare ad operarsi sopra sè stessa.»
«Abbassa tosto la tua tracotanza, o mariuolo» sclamò il collega del Priore, interrompendo Wamba con fiero tuono e superbo «e soltanto additane, se pure lo sai, la strada che dobbiamo battere per andare.... per andare.... Come chiamate il franklin, di cui mi faceste discorso, priore Aymer?»
«Cedric» rispose il Priore, «Cedric il Sassone. Dimmi, amico, siam noi in vicinanza del suo castello? Puoi tu additarcene la strada?»
«La strada non è sì facile da trovarsi» rispose Gurth, che ruppe il silenzio per la prima volta «e la famiglia di Cedric si ritira assai di buon'ora.»
«Bella ragione!» sclamò il secondo viaggiatore. «In questa famiglia si reputeranno ad onore l'alzarsi da letto per provvedere ai bisogni di stranieri nostri pari, tanto più se ci abbassiamo a chiedere cortesemente un'ospitalità che è diritto nostro il pretendere.»
Ai quali detti rispose Gurth col tuono del mal umore: «Non so veramente s'io mi debba insegnare la strada che conduce al castello del mio padrone, a gente che arma il diritto d'esservi accolta in vece di dimandare l'ospitalità siccome favore.»
«Osi tu resistermi, o schiavo?» gridò il cavaliere, che conficcando lo sperone nel cavallo gli fece fare una giravolta; poi, correndo verso Gurth, si apprestava colla bacchetta che gli tenea vece di frusta a castigare quanto a suo avviso era arroganza punibile d'un servo di gleba.
Gurth, senza mover d'un passo, guardò biecamente il cavaliere, e nel tempo medesimo portò la mano al suo coltello da caccia. Ma il Priore evitò l'inconveniente che stava per nascere, spingendo prontamente la propria mula fra il suo compagno di viaggio e il porcaiuolo.
«Per santa Maria! fratello Brian, non vorrei v'immaginaste esser qui nelle terre di Palestina in mezzo ai Turchi ed ai Saracini, o fra infedeli e pagani. Noi altri isolani non amiamo le percosse, semprechè non ci vengano dalla santa Chiesa che talvolta castiga i suoi prediletti. — Dimmi tu, buon figliuolo» a questi accenti si volse a Wamba, unendo all'eloquenza delle parole l'altra più possente d'una moneta d'argento gettatagli fra le mani «dimmi qual è il cammino che guida al castello di Cedric il Sassone: tu non puoi ignorarlo; egli è un sacro debito il mettere sul buon sentiero i viaggiatori smarriti, quand'anche fossero di un grado men dignitoso del nostro.»
«In verità, reverendissimo padre, la testa saracina del reverendissimo vostro compagno spaventò per tal modo la mia che mi ha fatto uscir dalla mente questo sentiere; e temo che nemmen io sarò capace di giugnervi questa sera.»
«Eh via, via!» disse il Priore «so che puoi volendo additarcelo. Questo fratel venerabile ha passata tutta la sua vita a combattere i Saracini per la liberazione di Terra Santa; egli appartiene all'Ordine dei cavalieri Templari, de' quali avrai udito far menzione; ed è metà monaco, metà soldato.»
«Dovrebbe veramente bastargli l'essere metà monaco» soggiunse il buffone «per non mostrarsi sragionevole affatto verso i viandanti che incontra, supposto anche non si prendessero tutta la premura di rispondere ad interrogazioni, che non li riguardano.»
«Ti perdono la tua giocondità» rispose il Priore «purchè ne insegni la strada del castello di Cedric.»
«Ebbene dunque! le Riverenze vostre debbono seguire questo viale sintantochè giungano ad un luogo detto la Croce atterrata. Voi la vedrete di fatto a terra, e il solo piedistallo non ne è rinversato. Allora prenderete la strada di man sinistra, perchè alla Croce Atterrata vi è un crocicchio di cinque strade. Auguro alle Riverenze vostre di arrivarvi innanzi che scoppi il temporale.»
Il Priore lo ringraziò, e perchè l'augurio del buffone si avverasse meglio, la cavalcata, fermatasi tutto quel tempo, si diede a correre di gran galoppo.
«Se tengono la strada che con molto giudizio indicasti loro» disse Gurth al compagno, quando non udì più lo scalpitar de' cavalli «il reverendo padre sarà ben fortunato, se arriva questa notte a Rotherwood.»
«Gli è vero; ma può giungere comodamente a Sheffield, e un albergo val l'altro. Son cacciator troppo destro per volere insegnare il covo del lepre al cane, quando non ho intenzione ch'esso l'acchiappi.»
«Ti stimo: e t'assicuro mi rincrescerebbe assai se questo Priore vedesse Lady Rowena.... Poi, potrebbe accadere che Cedric attaccasse briga col frate soldato, e ciò sarebbe anche peggio. Ma noi altri da buoni servi, dobbiamo veder tutto, ascoltar tutto, e tacer tutto.»
In questo mezzo, i nostri viaggiatori già lontani molto dai due servi, la discorrevano insieme in francese-normanno, come generalmente usavano le persone più ragguardevoli, eccetto pochi Sassoni, teneri di tutto quanto rammentava ad essi la loro origine.
«Da che deriva la tracotanza di quei furfanti» disse il Templario «e perchè mi impediste voi di punirli?»
«L'un d'essi è pazzo; volete voi, fratello Brian, pretendere risposte giudiziose da un pazzo? L'altro poi è di questa schiatta feroce, selvaggia, intrattabile dei Sassoni, pe' quali il supremo de' diletti si sta nel manifestare in tutti i modi che possono l'odio che portano ai lor vincitori.»
«Oh! avrei insegnato loro a furia di percosse la cortesia. Sono avvezzo a maneggiare spiriti di questa razza. I nostri schiavi Turchi sono anch'essi per indole fieri, indomabili quanto avrebbe potuto esserlo Odino; ma due mesi trascorsi in mia casa, sotto la scuola del mio aguzzino, li rendevano umili, sottomessi, docili ed ubbidienti. Giuraddio! Ser Priore. Là sì conviene stare all'erta contro i pugnali e i veleni, se niente niente allentate loro la briglia sanno prevalersi bene degli uni e degli altri.»
«Ciò sarà verissimo. Ma ogni paese ha le sue regole e le sue consuetudini, e credetelo, il menar colpi su quello sgraziato era un cattivo metodo per costringerlo ad insegnarci la dimora del suo padrone. Aggiugnete che ottenuto anche l'intento per questa via, ciò bastava per irritare Cedric contro di voi. Vel dissi già. Questo franklin è superbo, d'un'indole fiera e disdegnosa oltre ogni credere. Nemico della nobiltà, lo è perfino de' suoi confinanti, Reginaldo Frondeboeuf e Filippo Malvoisin, i quali, per vero dire, non sono avversari da disprezzarsi. Egli difende con tanta ostinatezza i privilegi della sua stirpe, ed è sì superbo di discendere in retta linea da Everardo, prode guerriero ai giorni dell'Ettarchia, che generalmente lo nomano Cedric il Sassone. Vedete! egli si reputa a proprio vanto l'origine sassone, che molti ora si studiano nascondere per non provare gli effetti di quel gran principio: Vae victis.»
«Priore mio, io voglio credere, che parlando di beltà femminili voi siate intelligente quanto un trovadore il più galante possa esserlo. Ma, vi confesso: farà d'uopo che questa Rowena da voi descrittami sia veramente un prodigio impareggiabile d'avvenenza, ond'io arrivi a padroneggiar me medesimo, e ad armarmi di tutta la pazienza necessaria a mettermi in buona grazia col suo padre Cedric, dopo l'odiosa dipintura che mi avete fatta di simil uomo.»
«Oh! debbo dirvi una cosa. Cedric non è in sostanza padre della giovane, e gli antenati di Rowena vantano ben altra nobiltà; e se tra essa e Cedric passano vincoli di sangue, la parentela è lontanissima. Egli ne è unicamente il tutore, ed io credo siasi instituito tale da sè medesimo; ma ama la pupilla, come se fosse sua propria figlia. Quanto poi all'avvenenza di Rowena, fra poco potrete giudicarla voi stesso; e se le grazie della sua persona, i modi espressivi di quel suo sguardo soave e maestoso ad un tempo non vi fanno dimenticare le giovani beltà della Palestina, e le huris di Maometto, acconsento mi riguardiate come un miscredente ed un infedele, e non più come un figlio legittimo della santa Chiesa.»
«Voi dovreste anche ricordarvi la scommessa che abbiamo fatta; e se la bellezza da voi tanto esaltatami non corrisponde all'idea che me ne inspiraste...»
«La mia collana è vostra. Gli è già detto; ma sono miei, se accade il contrario, dieci carrattelli di vino di Chio, e a quest'ora ci fo i conti sopra, come se stessero già nelle cantine del convento sotto le chiavi del vecchio Dionigi, il cellerario.»
«Basta non dimentichiate essere io il giudice della scommessa, e che non la perdo se non convengo io medesimo di non aver mai veduta in vita mia una bellezza tanto perfetta. Son questi i nostri patti, non è egli vero? Mio caro Priore, la vostra collana d'oro corre gran pericolo, ve lo accerto, e voglio fregiarmene il collo nella lizza, che sta per aprirsi ad Ashby-De-La-Zouche.»
«La vedremo, la vedremo! Io non domando che una cosa sola, ed è che la vostra risposta sia leale ed interprete unicamente di quanto sentite; tale insomma qual io me la debbo aspettare da un cavaliere e da un ecclesiastico. Intanto, fratello carissimo, permettetemi di darvi alcuni suggerimenti, e di pregarvi ad assumere modi più cortesi di quelli ai quali vi assuefecero i vostri Infedeli allorchè li tenevate in cattività. Cedric il Sassone, se si credesse gravemente offeso, e vi dico io che s'offende per poco, con sopportazione del vostro titolo di cavaliere, e della importanza del mio ufizio e della santità de' nostri ministeri, intesi tutti ad una medesima causa, sarebbe l'uomo da metterne sull'istante fuor della porta, e farne dormire a campo, fosse ancora la mezzanotte. Abbiate anche attenzione al modo di regolarvi colla leggiadra Rowena, perchè Cedric le fa guardia con gelosissima cura, e s'ei prende, m'intendete? il menomo sospetto, addio nostri divisamenti! Si dice, ch'egli abbia sbandito di casa il proprio figliuolo, solamente perchè volse sguardi affettuosi a questa rara beltà; chè a quanto sembra si può bensì adorarla da lungi, ma chi vuole avvicinarsele dee portar sentimenti così puri, come se si mettesse a piè degli altari dinanzi ad un'immagine della santissima Vergine.»
«V'ho inteso in tutto e per tutto, e conformerò ai vostri desiderii ogni mia azione, e avrò insomma il contegno, che potrebbe aspettarsi da donzella la più pudibonda. Ma quanto al timore da voi manifestato, che Cedric ne scacci di casa, state tranquillo; ella è tale umiliazione che i miei scudieri ed io saprem risparmiarvi. Se il prendesse la mattezza di venire a questo estremo punto, troverebbe gente buona da insegnargli per un'altra volta qual rispetto è dovuto alle leggi dell'ospitalità.»
«Io qui non vi prego che di dar prove di prudenza e di moderazione. Oh! eccoci alla Croce Atterrata, che quel buffone additò. Ma è tanto fitta la notte, che possiamo appena vedere la strada da seguirsi. Se non m'inganno, ne disse di tenerci a mano sinistra.»
«No: a destra. Me ne ricordo ottimamente.»
«Perdonatemi, a sinistra, e rammento perfino che ne indicò questa dirittura colla punta della sua sciabola di legno.»
«Sì: ma la tenea colla mano sinistra e volse la punta ver' questa parte» e così dicendo il Templario indicava la mano destra.
Ciascuno de' due sostenne, come in tai casi suole accadere, con eguale fermezza la sua opinione. Laonde le persone del seguito vennero consultate; ma niuna di esse erasi trovata in assai vicinanza per udire i discorsi di Wamba. Finalmente Brian sclamò col tuono di chi si maraviglia di non aver prima osservata una cosa: «Ma io vedo certamente un uomo addormentato, o steso morto vicino alla croce! Ugone, movete quel cadavere colla punta della vostra lancia.»
Avendo Ugone obbedito, saltò in piedi un uomo gridando in buon francese: «Chiunque vi siate, perchè venite a frastornarmi?»
«Noi volevamo soltanto,» disse il Priore, «domandarvi la strada che conduce a Rotherwood, ov'è la dimora di Cedric il Sassone.»
«Io pure mi trasferisco a quella volta» rispose lo straniero «e se avessi un cavallo, mi offrirei vostra guida; perchè gli è d'uopo fare più d'una giravolta, e chi non è ben pratico della strada va a pericolo di smarrirsi.»
«Amico mio, potete star certo de' nostri ringraziamenti e d'una buona ricompensa, se ne guidate sani e salvi alla casa di Cedric» e ciò dicendo il Priore, ordinò a qualcuno del suo seguito che cedesse il proprio cavallo allo straniero, e cavalcasse in vece il corridore di riserbo, che, come dicemmo, un laico guidava a mano.
Il condottiero de' nostri viaggiatori tenne sentiere affatto opposto a quello che Wamba colla malizia di farli perdere aveva ad essi indicato. Questo sentiero addentravasi di molto nella foresta, e larghi torrenti lo attraversavano, tanto più pericolosi ai viaggiatori a motivo delle paludi che li recigneano. Ma la scorta sembrava conoscesse come per istinto i traversi più sicuri e più corti, onde i viaggiatori non tardarono gran fatto a trovarsi incamminati in un viale più largo di quanti sino allora avevano trascorsi. Nel fondo di questo viale sorgeva un vasto e regolare edifizio che lo straniero mostrò al Priore dicendo:
«Ecco Rotherwood, ecco il luogo ove soggiorna Cedric il Sassone.»
Notizia riuscita sopra tutti grata ad Aymer, il quale non troppo avvezzo a peregrinazioni sì disagiate, nel durare del precedente cammino aveva avuta tanta paura de' torrenti e delle paludi, che nol prese curiosità di movere nessuna interrogazione alla guida. Ma in allora sentendosi meglio, nè presentando alcun rischio il bel viale che rimaneva a farsi, cedè alla curiosità che gli fece indirigere diverse inchieste allo straniero. «Chi siete voi?» Fu questa la prima.
«Un pellegrino,» rispose l'altro, «e vengo di Terra Santa.»
Allora il Templario: «Avreste fatto meglio a rimanervi combattendo per la liberazione del Santo Sepolcro.»
«Gli è vero, ser cavaliere» rispose il pellegrino, che ravvisò a quanto parve il Templario. «Ma mentre coloro che si sono obbligati con sacramento a liberare la Santa Città, viaggiano in parti sì lontane dal sito ove il dovere li chiama, può egli farvi stupore, se un umile contadino mio pari, amico per natura della tranquillità e della pace, segue esempi tanto autorevoli?»
Irritato da tai detti il Templario volea rispondere, ma lo interruppe il Priore, manifestando la propria maraviglia, che la loro guida, dopo sì lunga lontananza conservasse tanta pratica di tutti gli avvolgimenti di quella foresta.
«Nacqui in questi paesi» egli rispose, e mentre sì rispondea si trovarono tutti dinanzi alla casa di Cedric; edifizio irregolare, fornito di molte corti, e che occupava una grande estensione di terreno. Comunque la vastità della fabbrica la indicasse abitata da un uomo facoltoso, essa non aveva nessuna somiglianza con que' castelli fiancheggiati da torri e a smisurata altezza sorgenti, che erano la residenza ordinaria della nobiltà normanna, e che divennero in allora modello allo stile architettonico dell'Inghilterra.
Non per questo il castello di Rotherwood era sguernito di ogni genere di fortificazione; perchè in que' tempi di turbolenza e disordine, qualunque casa non munita avrebbe corso pericolo di venir saccheggiata ed arsa nel termine di ventiquattr'ore. Circondato vedeasi l'edifizio da profonda fossa, cui somministrava l'acque un contiguo rigagnolo. Ne difendea le rive un doppio palizzato fatto di piuoli tolti dalla foresta. Dalla parte di ponente scorgeasi nello stesso palizzato una apertura, ed attraversava la fossa un ponte levatoio, che era l'ingresso alla casa, protetta da angoli salienti, donde, se facea d'uopo, i frombolieri e i lancieri poteano impedire il passaggio a chi vi fosse venuto con mal talento.
Il Templario si fermò dinanzi alla porta, e sonò a tutto fiato il suo corno, perchè la pioggia che avea minacciato i nostri viaggiatori per lungo tempo incominciava allora a cadere con grand'impeto.