CAPITOLO VI.
«Mi salvò le sostanze, e forse anche la vita;
«Con qual cortesia saldiam questa partita.
«Accetta? Avrommi lode d'uom di buon cuore
«Ricusa? tanto meglio! serbai borsa ed onore.»
Shakspeare.
Il pellegrino, al lume di una torcia portata da un servo che lo precedea, attraversava i corritoi di questo vasto ed irregolare edifizio, allorchè gli fu alle spalle il coppiere dicendogli «che se non lo sgomentiva il bere una tazza d'eccellente idromele, lo seguisse in una stanza: avrebbe ivi trovato in congrega lo stato maggiore della famiglia stipendiata da Cedric, tutti vogliosissimi di saper notizie della Palestina e quelle soprattutto che riguardavano in particolare il cavaliere d'Ivanhoe.» Wamba, sopraggiunto in quell'istante, lodò la proposta, aggiungendo «che una tazza d'idromele sonata mezzanotte, ne valea tre dopo il coprifuoco.»
Astenendosi dal mettere in dubbio una verità pronunziata da quell'uom sì autorevole, il pellegrino ringraziò quelle persone dell'usatagli compitezza; ma soggiunse altresì «aver fatto voto di non parlare innanzi ai servi di quelle cose sulle quali i padroni non volevano che alla lor presenza si discutesse.» Gli è da sapersi che quando Cedric mandò in bando il proprio figlio, proibì ad ognuno pronunziarne il nome al suo cospetto.
«Un voto di tal natura» disse Wamba al coppiere «non sarebbe mai stato fatto da un uomo della nostra classe!»
Osvaldo si strinse nelle spalle in aria di persona scontenta, e disse all'orecchio di Wamba: «Io aveva intenzione di alloggiare costui in una stanza vicina alla mia; ma poichè si mostra tanto scompiacente verso i Cristiani, lo metterò a canto all'Ebreo. Anwold» diss'egli al servo che portava la torcia. «Conducete il pellegrino alla parte di fabbrica posta ad ostro. Vi auguro la buona notte, ser pellegrino, e vi ringrazio della vostra cortesia.»
«Sia con voi la Beatissima Vergine!» rispose senza scomporsi il pellegrino, e seguì senza più fermarsi la propria guida.
Giunto ad un'anticamera, cui mettevano molte porte, e schiarita da una piccola lampada di ferro, gli si parò innanzi la prima ancella di Rowena, dicendogli con tuono autorevole, che la sua padrona bramava parlar secolui. Tolta indi la torcia dalle mani d'Anwold, intimò a questo di aspettarla ivi, facendo cenno di seguirla al pellegrino; il quale non giudicò da rifiutarsi questo invito siccome quello di Osvaldo; e benchè i primi moti dello straniero lo annunziassero sorpreso, ubbidì nondimeno senza farsi lecita veruna osservazione.
Attraversato un picciolo corritoio, e saliti sette gradini, ciascun de' quali non era che una grossa trave di legno, si trovò ad un tratto nell'appartamento di lady Rowena, la magnificenza del quale corrispondeva al rispetto, che alla donna ragguardevole usavasi dal signor del castello. Ne coprivano le pareti tappezzerie ornate di oro e di seta, che rappresentavano argomenti di caccia, espressi con quella maestria, che lo stato dell'arti a quei dì permettea. D'una simile tappezzeria vedeasi fregiato il letto, che guernivano cortine color di porpora. Sontuosi cuscini soprastavano a quelle seggiole, e una d'esse a bracciuoli e più alta dell'altre avea dinanzi a sè uno sgabello d'avorio di bizzarro lavoro.
Davano lume all'appartamento quattro torcie di cera, conficcate in altrettanti candelabri d'argento. Ciò nullameno le donne leggiadre de' nostri giorni non si avvisassero di portare invidia alla magnificenza d'una sassone principessa. Perchè le mura di tale stanza erano sì piene di crepature, e sì mal rinzaffate, che le tappezzerie si movevano ad ogni lieve spirar di vento, e la fiamma delle torce, anzichè salire perpendicolare, ondeggiava or da un lato or dall'altro come la banderuola d'uno stendardo. Perciò, comunque gli arredi fossero magnifici, e mostrassero tanto buon gusto quanto il secolo ne permettea, nulla vi si trovava delle cose che contribuiscono all'agiatezza, il qual genere di lusso essendo allora sconosciuto, il difettarne non produceva molestia.
Lady Rowena, dietro cui stavano tre ancelle, e una di queste intesa a metterle i capelli in aggiustamento da notte, sedea sulla specie di trono testè descritto, e detta sarebbesi una regina in atto di ricevere l'omaggio de' sudditi. Nè dal tributarle omaggio si ristette il pellegrino, che piegò il ginocchio dinanzi a lei, sollecito però più che mai di coprirsi col suo mantello.
«Alzatevi, pellegrino» ella gli disse: «chiunque prende la difesa dell'uomo assente ha diritto di vedersi ben accolto dagli amici della verità, dagli ammiratori d'ogni nobil coraggio. Ritiratevi» soggiunse indi alle ancelle «desidero rimanermi sola col pellegrino.»
Senza partirsi dall'appartamento, quelle donne si ridussero all'estremità opposta, sedendo sopra un banco collocato contra il muro, e fattesi mute siccome statue, benchè situate a tal distanza dalla loro padrona che avrebbero potuto parlare a mezza voce senza tema d'essere intese.
«Pellegrino» disse Rowena dopo un momento di silenzio; nel durar del quale sembrava pensasse al modo di cominciare l'intertenimento. «Voi questa sera pronunziaste un tal nome.... Il nome d'Ivanhoe» e nel ripetere la stessa voce sembrava facesse un grande sforzo a sè medesima. «E lo pronunziaste in un castello, ove, giusta le leggi della natura, dovrebbe essere un diletto l'udirlo; e dove nondimeno per una sequela di dolorose circostanze non può essere profferito che non ecciti in più d'un cuore sensazioni affliggenti, e di natura diversa fra loro. Una sola interrogazione ardisco farvi: ove trovavasi egli, qual n'era il destino quando voi abbandonaste la Terra Santa? Noi qui sapemmo che il cattivo stato di sua salute lo rattenne in Palestina dopo la partenza dell'esercito inglese, e sapemmo parimente che sofferse persecuzioni dalla fazion de' Francesi, cui diconsi affezionati i Templari.»
«Conosco assai poco il cavaliere d'Ivanhoe» rispose con tremante voce il pellegrino «e ben vorrei conoscerlo maggiormente, o nobil donzella, poichè il suo destino vi sta a cuore. Pure mi è noto che sottrattosi alle persecuzioni dei suoi nemici, egli era sul punto di ritornare nell'Inghilterra, ove s'egli abbia qualche speranza d'esser felice, voi lo saprete meglio di me.»
Mandò un profondo sospiro Rowena, fattasi indi a chiedere il quando a un dipresso Ivanhoe avrebbe riveduto la patria, e se gravi pericoli gli sovrastavano durante il viaggio. Rispose il pellegrino non essere in suo potere il dare schiarimenti consentanei alla prima interrogazione, e quanto alla seconda, assicurò che non vi erano pericoli da temersi per chi tornando da Terra Santa tenea la strada di Venezia, di Genova, poscia della Francia. «Ivanhoe» aggiunse egli «conosce tanto bene la lingua e le usanze francesi che non corre alcun rischio nell'attraversare questo regno.»
«Piacesse a Dio» sclamò Rowena «ch'ei fosse giunto, e giunto in istato di portar l'armi nel torneo che sta per aprirsi, bell'arringo ai Cavalieri di questa terra per pompeggiare di lor destrezza e valore! Oh se mai Atelstano di Coningsburgo vi riportasse il premio, chi sa quali novelle, e a lui forse sgradevoli, riceverebbe Ivanhoe appena toccati i lidi della sua patria! Come stava egli l'ultima volta che lo vedeste? l'infermità ne aveva ella scemate le forze? Era egli molto cambiato?»
«Lo dicevano più smunto e fatto più bruno che non compariva allor quando giunse da Cipro col seguito di Riccardo. Diceasi parimente che gli si leggevano in fronte gli affanni del cuore; ma io vi narro quel che mi fu raccontato. Ivanhoe... non lo conosco.»
«Oh come temo che giunto alla sua terra non troverà molti motivi di sbandire il duol che lo preme! Vi son grata, buon pellegrino, d'avermi dati schiarimenti sul compagno di mia fanciullezza. Accostatevi» volgendosi alle ancelle «e offerite all'uom pio la bevanda del riposo, non voglio intertenerlo più lungamente.»
Elgitta presentò una tazza di vino condito di mele e droghe alla sua padrona, che prima a gustarne, la offerse indi al pellegrino, ed egli alcune stille ne bebbe.
«Accettate questa elemosina» gli disse «siccome un contrassegno del mio rispetto verso i luoghi santi che visitaste.»
Il pellegrino ricevè tal dono, salutando la donatrice con profonda umiltà, indi si ritrasse preceduto da Elgitta, che il ricondusse fino all'anticamera.
Ivi trovò Anwold, il quale prendendo la torcia di mano all'ancella, lo condusse con maggior fretta che cerimonie ad una parte di quell'edifizio pressochè diroccata, ed assegnata per alloggiarvi ai servi d'infimo grado, e agli ospiti di condizione più abbietta.
Giunti in un lungo e stretto corritoio, in cui era posto l'ingresso di molte picciole stanze o a dir meglio cellette, Anwold indicò al pellegrino quella che stavagli apparecchiata.
«In quale di queste stanze alloggia il Giudeo?» domandò il pellegrino.
«Quel cane di miscredente» rispose l'altro «alloggia nella stanza posta a sinistra della vostra. Per san Dunstano! converrà, cred'io, continuare un anno raspandola e stropicciandola prima che vi possa più alloggiare un Fedele.»
«E qual è la stanza di Gurth?»
«Del porcaiuolo? L'avete a mano diritta; che vi tocca esser linea di separazione fra un guardiano di porci ed un circonciso, scarto, com'io lo giudico, di tutte le dodici tribù d'Israele. Ben più onorevolmente vi avremmo collocato, se vi foste mostrato più compiacente all'invito di Osvaldo.»
«Sto benissimo così; nè la vicinanza d'un Ebreo può portarmi lordura a traverso una grossa parete di rovere.»
Dette tai cose entrò nella miserabile celletta indicatagli, e presa la torcia di mano al servo lo ringraziò augurandogli la buona notte. Indi spinta colle mani la porta, la quale, siccome tutte l'altre, non avea che un saliscendi per chiuderla, piantò la torcia entro un gran candeliere di legno, fattosi indi a riguardare intorno le suppellettili di quella stanza di riposo. Nè potevan queste essere più semplici, riducendosi ad uno sgabello di legno e ad un letticciuolo formato di tavole mal connesse, e giuncato di paglia fresca su cui erano distese alcune pelli di pecora che facevano l'ufizio di coperte.
Spenta la torcia il pellegrino, si gettò su questa verissima cuccia, senza spogliarsi di nessuna maniera, e dormì, o almeno vi rimase coricato, sintantochè i primi raggi dell'aurora s'introducessero nella stanza pei buchi d'una finestruccia fatta a grata, ed ottima per condurre il fresco e la luce ad un tempo. Si alzò in allora, e recitata la preghiera del mattino, uscì di quella stanza, ed entrò senza fare strepito, ed alzandone con cautela il saliscendi, nella contigua dell'Ebreo.
Sdraiato costui sopra un letticciuolo simile affatto a quello del pellegrino, dormiva inquietissimo sonno, tenendosi sotto la testa quella parte di vestimenta da lui spogliate, meno per valersene a guisa di capezzale che per tema di vederle al suo destarsi sparite. Gli si leggea il turbamento sulla fronte, ed agitava le mani come uom che lotti coll'incubo. Faceva esclamazioni ora in ebraico, ora nel novello idioma mescolato d'inglese e di normanno, in mezzo al quale guazzabuglio il pellegrino potè raccapezzare tai detti: «In nome del Dio d'Abramo, risparmiate un miserabil vecchio! Non ho un solo shekel al mondo! Potreste anche mettermi in quarti, nè per ciò avrei modo di soddisfarvi.»
Il pellegrino, senza aspettare che la visione dell'Ebreo fosse finita, gli diede una spinta col bordone per risvegliarlo, il quale scotimento ruvido anzichè no, e la presenza, allora inaspettata d'un uomo, gli fe' credere di continuare ancora in un sonno che a lui parea cosa vera. Rizzatosi dal letto a metà, e sollevandosegli ad un ad uno sul capo i grigi capelli, afferrò le vestimenta, che si tenea strette fra le mani con quell'ardore onde un falco ghermisce cogli artigli la preda, indi con quegli occhi vivacissimi, in cui terrore e sorpresa stavano impressi, diedesi a guardar fiso l'uom sopraggiunto.
«Non temete, Isacco, d'alcuna cosa. Io qui venni qual vostro amico.»
«Il buon Dio d'Israele ve ne rimeriti!» disse l'Ebreo che allora soltanto incominciò a respirare. «Mi parea... ah! lodato sia Abramo! Non era che un sogno. Ma voi..... che affari potete aver voi sì di buon'ora con un povero Ebreo?»
«Vengo per dirvi che se non v'affrettate subito a partire, il vostro viaggio non andrà immune da pericoli.»
«Dio di Mosè! E chi può trovare il suo conto a mettere in pericolo un povero sfortunato qual mi son io?»
«Questo è quello che potete sapere voi meglio di me. La cosa unica di cui posso accertarvi, si è che ieri sera il Templario, attraversando la sala del banchetto, e parlando saracino, linguaggio a me cognitissimo, ordinò a' suoi Mussulmani di spiar l'istante che uscireste del castello, indi seguirvi, e impadronendosi della vostra persona, condurvi prigioniere nel castello di ser Filippo di Malvoisin, ovvero nell'altro di ser Reginaldo di Frondeboeuf.»
Gli è impossibile dipingere al giusto il terrore da cui fu invaso l'Ebreo all'udire tanto tremenda notizia, che il fe' tramortito. Un sudor freddo ne ricoperse la fronte, gli caddero prive di moto le braccia, chinò il capo sul petto. Dopo brevi istanti ciò nondimeno potè sopra sè medesimo tanto d'abbandonare il letto, ma questo sforzo lo estenuò interamente. Gli tremavano sotto le ginocchia, e i suoi nervi e muscoli avevano, parea, perduto il vigore e la naturale loro virtù; laonde cadde a' piedi del pellegrino, non come uomo che si prostra mosso da riconoscenza o rispetto, ma a guisa da chi è tratto bocconi da una forza superiore cui non abbia modo alcun di resistere.
«Potente Dio d'Abramo!» furono questi i primi accenti ch'ei pronunziò sollevando al cielo le scarne mani, mentre il suo capo toccava ancora la terra «o santo Mosè! o beato Aronne! Non sognai io dunque, nè vana fu la visione che ebbi! Sentii gli strumenti della tortura che mi laceravano il fianco, siccome l'aratro rompe in passando le glebe, ove sorsero altra volta le città dei figli d'Ammone.»
«Alzatevi, Isacco, ed ascoltatemi» soggiunse il pellegrino, che lo guardava con quell'occhio di compassione non negata neanco alle persone meritevoli meno di stima. «Non è privo di fondamento il terrore che concepiste, ripensando soprattutto al modo onde i nobili ed i principi usarono co' vostri fratelli per l'avidità di impadronirsi de' loro tesori; ma alzatevi, ve lo replico; v'indicherò una via di salvezza. Vi è per altro d'uopo involarvi tostamente da questo castello, e profittare del sonno in cui è immerso ciascuno. Io vi condurrò a traverso della foresta per segreti sentieri, a me noti quanto il possano essere al boscaiuolo medesimo; non mi dipartirò da voi se prima non avrete ottenuto un salvocondotto da alcuno fra o baroni o capi, che si trasferiscono al torneo, e la cui protezione voi avrete del certo modi per guadagnarvi.»
È da notarsi, che allorquando ai primi detti del pellegrino, l'Ebreo travide qualche speranza di sottrarsi al Templario, cominciò a levarsi direm quasi pollice a pollice dal suolo ove giaceva supino, tanto che si trovò sulle sue ginocchia, tenendo al pellegrino conversi tai sguardi espressivi, che indicavano rincoramento e timore non disgiunti da diffidenza. Ma all'udire le ultime parole, s'impossessò di lui tutto lo spavento di prima, sicchè tornò a cadere prosteso col volto a terra.
«Io aver modi di guadagnarmi la protezione d'alcuno! mio Dio! Per ottenere la protezione d'un Cristiano l'Ebreo non ha che una sola strada, e come trovarla io povero tapino, che le altrui avanie hanno ridotto all'indigenza d'un Giobbe?» Allora, come se la diffidenza avesse in costui vinti tutti gli altri sentimenti, sclamò d'improvviso: «Ah per l'amor di Dio! buon figliuolo, per l'amore di questo padre onnipotente degli Ebrei e dei Cristiani e delle generazioni così d'Israele come d'Ismaele, per l'amore di questo Dio, non mi tradite! Io non ho modo di comperar protezione dal più povero fra i mendicanti cristiani, volesse questi concedermela ancor per un soldo.» Dopo tale scongiuro sorse una seconda volta da terra, e afferrato il mantello del pellegrino, si diede di nuovo a contemplarlo in tuono umile e supplichevole. Questi si ritirò d'alcun passo, quasi pauroso, come lo erano a que' giorni i Sassoni e Normanni, che la troppa vicinanza di costui li lordasse.
«Quand'anche tu portassi addosso tutte le ricchezze della tua tribù» soggiunse sprezzantemente il pellegrino «quale sarebbe interesse in me di pregiudicarti? L'abito che porto non ti accenna forse abbastanza che ho fatto voto di povertà? Nel lasciarti, io non avrò d'uopo che d'un cavallo e d'un saione di maglia. Nè creder già che mi mova alcuna vaghezza della tua compagnia, o ch'io pensi a vantaggiarne in qualsisia maniera. Rimani, se ciò meglio t'aggrada. Cedric il Sassone può concederti la sua protezione.»
«Egli non vorrà saperne, nè mi permetterà, ne son certo, il viaggiare fra le persone del suo seguito. Sassoni e Normanni son tutti la stessa cosa nel disdegnare i poveri Ebrei. Per altra parte, attraversar solo i dominii di Malvoisin e di Reginaldo Frondeboeuf dopo le sconsolanti notizie che voi mi deste!... Buon figliuolo, verrò con voi, affrettiamoci, stringiamo i nostri cinturini, e fuggiamo. Ecco il vostro bordone. Perchè ancora esitate?»
«Io non esito punto,» rispose il pellegrino, sorridendo fra sè della fretta che la paura metteva a quel suo futuro compagno. «Ma vedo bene che ne fa d'uopo assicurarci i modi d'uscir del castello. Seguitemi.»
In questa il condusse nella stanza di Gurth, ch'ei si era fatto indicare, nè ciò avrà dimenticato il leggitore, la sera innanzi. «Gurth» gridò egli «alzati ad aprire la porticella di soccorso, e fammi uscire insiem coll'Ebreo.»
Gurth, il quale dall'ufizio suo, cotanto vile a' dì nostri in Europa, ritraea nell'Inghilterra Sassone tanto spicco, quanto bastò a rendere famoso in Itaca il pastore Eumeo, si trovò punto dal tuono imperioso che inver lui assumeva quel pellegrino.
«Che ascolto?» diss'egli sollevandosi sul gomito senza abbandonare il letto per questo «l'Ebreo vuol partire sì di buon'ora da Rotherwood, e un pellegrino va in sua compagnia?»
«Gli è quanto io pur sospettai» soggiunse Wamba entrando in quell'istante medesimo «che costui se ne sarebbe andato portandone via un mezzo prosciutto.»
«Sia com'esser si voglia» ripigliò a dire Gurth posando nuovamente il capo sul pezzo di legno che gli tenea vece di capezzale «l'Ebreo ed il Cristiano avranno la bontà di aspettare che si apra la porta comune. Noi non comportiamo che i nostri ospiti sfumino dal castello sì di buon'ora e quasi di soppiatto.»
«Sia com'esser si voglia» replicò con fermo tuono il pellegrino «io vi dico che non mi ricuserete quanto vi chiedo.»
Nel medesimo tempo, inclinandosi al letto del porcaiuolo, gli susurrò all'orecchio alcune parole in lingua sassone, che quando Gurth ebbe intese, mostrò esultanza; ma fu presto il pellegrino a portarsi un dito alle labbra: «Bada bene, o Gurth, bada bene. Tu hai fama d'uomo prudente. Aprine la porticella, e maggiori cose saprai.»
Obbedì Gurth, e in tuono sommesso e contento s'avviò col pellegrino alla porta di soccorso, seguito dall'Ebreo e da Wamba, che faceano entrambi le meraviglie su di tal cambiamento istantaneo di deliberazioni venute nel porcaiuolo.
«E la mula!» Sclamò l'Ebreo giunto alla porticella. «Senza la mia mula non posso partire.»
«Vanne in traccia» disse il pellegrino a Gurth «e conducine una anche per me, onde io possa tenergli dietro sino a che abbia abbandonati questi dintorni. Sarà mia cura giunto ad Ashby il rimettere le due bestie fra le mani d'alcuno fra i seguaci di Cedric.... E ascoltami.» Le altre cose furono dette con voce tanto sommessa, che il solo Gurth potè intenderle.
«Volentieri» rispose Gurth. «Sarete puntualmente ubbidito» e tosto partì in cerca delle mule.
«Quanto mi piacerebbe» disse Wamba, partito che fu il suo collega «se m'avessero insegnato tutte le cose che s'insegnano a voi pellegrini di Terra Santa!»
«Che cosa c'insegnano? A far orazione, a pentirci de' nostri peccati, a digiunare, a mortificare la carne...»
«E' bisogna ben credere che v'insegnino ancora altre cose.... Vogliam forse dire che le vostre preci e la vostra contrizione abbiano mosso Gurth ad aprirvi la porta di soccorso? È egli un merito di digiuni e di mortificazioni se v'ha prestata la mula del suo padrone? Se tutti i vostri espedienti si fossero ridotti a questi, v'assicuro ben io che tanto v'avrebbe fruttato di volgervi ad un de' suoi porci.»
Intanto dall'altra parte della fossa comparve Gurth che conduceva due mule. I viaggiatori passarono sopra una specie di ponte levatoio, non più largo dello spazio di due assi parallelamente congiunte, nè più larghi erano la picciola porta e lo sportello, aperti nel palizzato esterno che conduceva entro il bosco. Non appena l'Ebreo fu presso della sua mula, s'affrettò a collocar sulla sella un sacco di traliccio turchino, che fin allora avea tenuto celato con grande studio sotto il mantello, e ciò seguendo soggiunse: «Vi sta l'occorrevole per cambiar di vestito, non altra cosa.» Montato in sella con maggior vivacità che non l'avrebbero dato a credere i suoi anni, fu sollecito oltre ogni dire di aggiustar quel fardello per modo che rimanesse celato ad ogni sguardo.
Dopo che i due viaggiatori ebbero camminato alcune ore senza profferir parola, il pellegrino ruppe il silenzio. — Vedi tu quella grande quercia, morta per metà di vecchiaja? — Ivi finiscono i dominii di Front-de-Boeuf.... pag. 54.
Men prontezza in montare sulla sua mula mostrò il pellegrino, e all'istante del partire porse la sua mano a Gurth, che un rispettoso bacio v'impresse. Indi lo stesso Gurth seguì coll'occhio i due viaggiatori sintantochè gli alberi della foresta non tolsero a lui questa vista, ed anche allora parea si sforzasse cercarla, quando lo tolse dai suoi pensieri la voce di Wamba.
«Ma sai tu, amico Gurth, che in questa mattina hai date prove d'una cortesia tutta nuova! Mi prenderei quasi assunto di camminare a piedi nudi come quel pellegrino, perchè poi tu mi servissi con eguale zelo. Io pure ti darei volentieri la man da baciare.»
«Ti dirò che non sei tanto pazzo, il mio Wamba, benchè tu non ragioni che secondo le apparenze; ma gli è poi quello che anche i più saggi fra gli uomini fanno. Oh! gli è tempo ch'io pensi al mio gregge» e detto ciò, rientrò, seguito dal suo compagno, in castello.
Intanto i due viaggiatori si allontanavano con una rapidità ben atta a provare da quai timori fosse tribolato l'Ebreo, perchè gli è ben raro che uomini giunti in quell'età amino forzar tanto le loro corse. Il pellegrino, che si dimostrava pratico d'ogni sentiero il men conosciuto di quella foresta, lo condusse per traversi solitarii e selvaggi che si sarebbe creduto non gli avesse mai calcati uman piede; onde l'Ebreo venne più d'una volta in timore, che il divisamento del giovane pellegrino fosse quello di consegnarlo in cattive mani.
E a dir vero la natura di que' tempi rendea perdonabile tal diffidenza. Eccetto il pesce volante che trova nemici in tutt'e due gli elementi, non v'erano forse individui nell'intero regno della natura, i quali fossero bersaglio ad una persecuzione tanto generale, e sì costante e crudele quanto i miseri Ebrei. Sotto pretesti i più lievi, ed in uno i più sragionevoli, o coll'appoggio d'ingiuste ed assurdissime accuse, e le persone e le sostanze loro erano in balìa del furor popolare. Normanni e Sassoni, Danesi ed Inglesi, comunque genti fra lor nimicissime, gareggiavano d'accanimento contra un popolo, che parea fosse un merito e un religioso debito l'insultare, il vilipendere, il perseguir, lo spogliare. I re di schiatta normanna, e i nobili independenti, che nel commettere atti arbitrari teneano le regali orme, usavano in oltre contro di questa schiatta sfortunatissima un altro genere di cattivi trattamenti ridotti a calcolato sistema, e che aveano per suprema ragione la cupidigia. È conosciuta la barbarie del re Giovanni, il quale tenendo rinchiuso in uno de' suoi castelli certo Ebreo assai facoltoso, gli faceva ogni giorno strappare un dente per ridurlo sotto questo martirio a pagare una somma esorbitante, che il tiranno da lui pretendeva e che l'infelice pagò finalmente, quando si vide sguernita una metà di mascella. Il poco d'argento monetato ch'era in paese trovavasi fra le mani di questo popolo perseguitato; onde la nobiltà non si stava dall'imitare gli esempi del Monarca, mettendo a contribuzione gli Ebrei, e adoperando contr'essi ogni specie di vessazione, e perfino il tormento della tortura. Ciò nullameno la sete del guadagno inspirava ai figli d'Israele tal coraggio a sofferire i patimenti, che li traeva a sfidar pericoli ed ogni spezie di mali onde conseguire tutti gl'immensi profitti, per altra parte sperabili da una contrada ricca di sua natura quanto lo è l'Inghilterra. E ad onta di sì fatte persecuzioni, e di una corte speciale, con nome di scacchiere degli Ebrei, instituita a solo fine di tassarli arbitrariamente e spogliarli de' loro averi, questa genia smodatamente moltiplicava, e perveniva a grandi ricchezze coll'espediente inventato di trasmettersi vicendevolmente somme rilevanti per via di cambiali; perchè ad essi e a tal circostanza, siccome narrasi, è debitore il commercio del trovato delle cambiali, che loro agevolavano i modi di far passare i capitali da un paese all'altro. Per lo che quando in un paese si vedeano minacciati d'un'oppressione da non potersi più tollerare, assicuravano i propri tesori con sì fatto stratagemma che altrove li trasportava.
Così aperta in tal qual modo una lotta tra l'ostinazione e la cupidigia degli Ebrei per una parte, e il fanatismo e la tirannide dei Grandi della nazione per l'altra, si aumentava il numero dell'anzidetta gente in proporzione di sofferte avanie. E se le ricchezze immense che largiva loro il commercio, cimentavano il più delle volte a gravi rischi i Giudei, altre volte anche accadea che procacciassero ad essi una certa prevalenza, e modi di assicurarsi un dato grado di protezione. Tale essendo il tenore della costoro esistenza, ne addiveniva in essi quel miscuglio di carattere timido, inquieto, sospettoso e ostinato ad un tempo, inflessibile e fertile nell'inventare astuzie, atte a liberarli dai pericoli che li circondavano.
Dopo che i due viaggiatori ebbero camminato alcune ore senza profferir parola, il pellegrino ruppe il silenzio — «Vedi tu quella grande quercia, morta, per metà di vecchiezza? Ivi finiscono i dominii di Frondeboeuf. Gli è lunga pezza che non siamo più sul territorio di Malvoisin. Laonde ti trovi fuor del pericolo che i tuoi nemici t'inseguano.»
«Possano, perchè non m'arrivino» soggiunse l'Ebreo, sollevando al cielo gli sguardi «fracassarsi le ruote de' lor carriaggi, come accadde all'esercito filisteo. Ma voi, buon pellegrino, deh! non m'abbandonate. Ben v'è noto che fra i miei persecutori si trovano quel feroce, quel selvaggio Templario, e gli schiavi suoi saracini, poco rileva del luogo ove in me si scontrassero. Costoro non rispettano nè territorii nè signori di territorii.»
«Qui però» tornò a dire il pellegrino «è il sito ove dobbiam separarci. L'abito che ho indosso non mi permette di rimanere più lungo tempo di quanto il voglia necessità, in compagnia d'un Ebreo. Per altra parte, come potrebb'egli un pacifico pellegrino difenderti contra due uomini armati?»
«Oh prode giovine! So ben io che potete difendermi, e son certo che lo farete. Comunque mi vediate povero, posso ricompensarvi, non dirò con danaro perchè ne son privo, e ne attesto il mio gran padre Abramo, ma.....»
«Già mi spiegai abbastanza ch'io non voglio da te nè danaro nè ricompensa. Quanto poi alla tua inchiesta... ebbene! sia come brami. Ti accompagnerò e ti difenderò anche, se sarà d'uopo, perchè finalmente non vedo che si possa imputare come delitto ad un Cristiano il difendere dalla violenza d'un Saracino un altr'uomo, sia questi pur anche Ebreo. Noi non siamo lontani dalla città di Sheffield. Ti condurrò dunque fin là. Ivi rinverrai, non ne dubito, qualcuno de' tuoi fratelli per ricoverarti.»
«Oh! che la benedizione di Giacobbe piova sopra di voi, giovine valoroso! Troverò a Sheffield il mio congiunto Zareth, da cui spero ottener modi per continuare senza pericoli il mio cammino.»
«Andiamo dunque, e giunti colà ci divideremo: non ci rimane più che una mezz'ora di strada.»
Mezz'ora che fu da entrambi trascorsa in un perfetto silenzio; perchè il pellegrino disdegnava di parlare, senza che ve ne fosse il bisogno, all'Ebreo, nè questi ardiva volgere primo il discorso ad un uomo, che a motivo del pellegrinaggio fatto in Palestina godeva innanzi al pubblico gli stessi privilegi di chi è in concetto di santo. Fermatosi sull'altura d'un poggio — «Ecco Sheffield» disse il pellegrino ad Isacco, additandogli le mura della città. «Qui dobbiam separarci.»
«Ma non prima che abbiate accettati i ringraziamenti del povero Ebreo, poichè non oso pregarvi che m'accompagniate alla casa del mio parente Zareth. Egli potrebbe mettermi in grado di compensare il servigio che mi prestaste.»
«Deggio ancora ripeterti, che non voglio ricompensa? Se però riandando la lunga lista de' tuoi debitori credi per amor mio di risparmiare i ferri e la prigionia a qualche sfortunato Cristiano di questo novero, lo avrò in conto di larghissima ricompensa.»
«Aspettate, aspettate!» sclamò l'Ebreo tenendolo pel mantello. «Vorrei fare alcuna cosa di più che fosse immediatamente gradevole a voi. Dio sa che Isacco è povero, e null'altro che un mendicante della sua tribù. Nondimeno.... Mi perdonerete voi se indovino la cosa che in questo punto bramereste di più?»
«Quand'anche tu la indovinassi non potresti darmela, a meno che non fossi ricco altrettanto quanto pretendi essere creduto povero.»
«Pretendo! Mio Dio! gli è che lo sono di fatto, nè solamente povero, ma assassinato, rovinato, indebitato, in somma la creatura più miserabile che viva su questa terra. La crudele rapacità de' miei persecutori non mi lasciò nè mercanzie, nè danaro, nè suppellettili, nulla in fine di quanto io possedeva. Con tutto ciò ho l'onore di dirvi che posso procurarvi la cosa or più desiderata da voi: un cavallo di battaglia ed un'armatura da cavaliere.»
Altamente commosso dalle parole ultime il pellegrino, si volse con vivacità all'Ebreo, domandandogli: «Chi può averti inspirata una tal congettura?»
«Poco monta il chi e il come» rispose sorridendo il Giudeo. «Negatemi ch'ella sia giusta... Dunque, se ho indovinato il vostro bisogno, sappiate ancora che ho il modo di soddisfarlo.»
«Ma e può venirti in mente, che sotto queste mie vesti?...»
«Oh! Oh! conosco i Cristiani, e so bene non esservi uom nobilissimo fra essi, che mosso da spirito di superstizione religiosa disdegni prendere il bordone, mettere zoccoli, e andar piè scalzo a visitare il sepolcro di colui....»
«Giudeo» sclamò con grand'impeto il pellegrino, «guardati, vivadio! dal bestemmiare.»
«Perdonate; parlai inconsideratamente, lo vedo. Del restante ieri sera e sta mane ancora, vi siete lasciato sfuggire certe parole, che furono per me come la scintilla uscita della pietra focaia, scintilla che fa prova del metallo racchiuso entro la selce[9]. So di più che questa vostra veste di pellegrino nasconde una catenella d'oro, quali son soliti portarle i cavalieri. Ne ho veduto poche ore fa lo splendore quando vi stavate chino sopra il mio letto.»
Non potè ritrarsi dal sorridere il pellegrino. «Se un occhio indagatore, siccome il tuo, sperimentasse la propria finezza per entro quelle tue vesti, farebbe cred'io a sua volta qualche scoperta.»
«Non parlate così» disse l'Ebreo cambiando colore, indi dato di piglio al calamaio colla fretta di chi vuol troncare un discorso che non gli garba, ne trasse la penna e un foglietto di carta rotolata su di cui si pose a scrivere senza discendere della sua mula ed essendogli leggìo la parte superiore del suo berrettone. Terminato ch'ebbe, consegnò il biglietto scritto in ebraico al pellegrino, sì dicendogli: «Tutta la città di Leicester conosce il ricco Ebreo Kirgath Jairam di Lombardia. Portategli questo scritto. Egli ha da vendere sei armature di Milano fine sì, che la inferiore di esse non disdirebbe ad un principe, e dieci cavalli da guerra, dei quali il men bello sarebbe degno d'un re che andasse a dar battaglia per assicurarsi del trono. Voi potrete scegliere l'armatura e il cavallo che vi converranno meglio, e domandare in oltre al mio corrispondente qualunque altra cosa di cui abbisognaste mai nel torneo. Vi sarà data. Dopo la giostra gli restituirete fedelmente il tutto, semprechè in allora non foste in istato di pagarne il prezzo.»
«Ma, Isacco» soggiunse il pellegrino, «t'è forse ignoto che in un torneo, l'armi e il cavallo del vinto appartengono al vincitore? Tale è la legge di questo genere di combattimenti. Se avessi quindi sfortuna, non potrei nè restituire nè pagare le cose avute.»
L'Ebreo impallidì soprappreso dall'idea di questa contingibile combinazione. Ma poi fattosi nuovamente coraggio: «No, no, no,...» sclamò «Questo è impossibile..... O almeno non voglio pensarci!.... La benedizione del nostro celeste padre starà sopra di voi. La vostra lancia sarà forte, lo spero, come quella di Gedeone.»
Dette le quali cose ei volgea la testa della sua mula alla parte di Sheffield; ma il pellegrino a sua volta lo prese per una falda del mantello: «Isacco» gli disse «tu non conosci ancora tutti i rischi a cui ti commetti. Supponi che l'armatura si sconci, che il cavallo rimanga ferito o morto; perchè certamente se fo tanto di trasferirmi al torneo, non risparmierò nè l'armi nè il corridore. La gente della tua tribù, ti è noto, non dà nulla per nulla. L'uso almeno delle cose prese ad imprestito dovrei pagarlo!»
L'Ebreo si contorse sopra la sella, com'uom tribulato da un accesso di collica: ma i sentimenti che lo animavano in quell'istante vinsero gli altri a lui più abituali. «Poco rileva» diss'egli «poco rileva... Lasciatemi partire. Se qualche danno accadrà, non dovrete pagarlo voi. Kirgath Jairam vi presterà senza interesse quanto vi sarà necessario, e ciò per amore del suo concittadino Isacco. Addio!... Ascoltatemi,» aggiunse tornando addietro «abbiate cura di non cimentarvi troppo nel calor della mischia. Risparmiate... non dico tanto l'armatura e il cavallo... ma la vostra vita, giovane valoroso. Addio.»
«Ti ringrazio del tuo consiglio» il pellegrino rispose. «Profitterò della tua cortesia, nè sarà colpa che della cattiva sorte se non mi verrà fatto di dartene il guiderdone.»
Allora si separarono, entrando ciascuno per diversa strada in Sheffield.