CAPITOLO XVII.
«N'aspettano boscaglie ov'han soggiorno
«La damma e il capriol, d'alberi ingombre,
«Che col mutuo intralciar lor rami, al giorno
«Fann'onta e intempestive adducon l'ombre.
«Corriam, già annotta. All'orrido dintorno
«Chi fisa luci d'ogni tema sgombre?
«Colà inviar teme Dïana i raggi;
«Che li rispingon, quasi mura, i faggi.
La foresta d'Ettrick.
Fin d'allora, che il figlio di Cedric il Sassone cadde privo di sentimento sull'arena d'Ashby, il grido di natura, primo ad usar la sua forza nel cuore del padre, avrebbe fatto sì che questi ordinasse ai propri servi di prendere in custodia Ivanhoe, ed usargli ogni cura la più amorevole. Ma contrastava altro riguardo affacciatosi un istante dopo all'animo di Cedric. Ei non potea risolversi a riconoscere pubblicamente un figlio, ch'egli avea sbandito dalla propria casa e in formale guisa diseredato. Dopo alcuni momenti di lotta fra l'amor proprio e la tenerezza paterna, egli avea preso una via di mezzo, che fu chiamare a sè Osvaldo, e commettergli di valersi d'alcuni della sua gente per far trasportare il ferito cavaliere nella sua tenda, ove poi lo stesso Osvaldo sarebbe rimasto a vigilare affinchè non gli mancasse veruna sorte di soccorsi. Nè il coppiere di Cedric avea perduto tempo nell'accignersi ad eseguir tal comando, ma prima ch'egli potesse avvertire i quattro uomini del seguito di Cedric per condurli con sè, e, prima ch'ei fosse pervenuto, rompendo la calca, all'arena, altre persone aveano trasferito altrove Ivanhoe, che fu cercato invano nella sua tenda, senza potersi rilevare che cosa ne fosse accaduto; sicchè parea fosse stato portato via dalle fate.
E facilmente il nostro Osvaldo, superstizioso siccome lo erano tutti i Sassoni, avrebbe così spiegata la sparizione d'Ivanhoe, se non veniva ad interrompergli il corso delle meditazioni la presenza d'un uomo, vestito presso a poco da scudiere, e in cui ravvisò le sembianze di Gurth, suo camerata, il quale inquieto sulla sorte del suo padrone, disperato perchè più dell'altro non lo ritrovava, e ansioso sol di cercarlo per ogni dove, dimenticò le cautele necessarie alla sicurezza di sè medesimo. Osvaldo si fece tosto un dovere di arrestarlo qual fuggiasco servo sopra di cui dovea pronunziar sentenza Cedric.
Non quindi trascurò di assumere nuove informazioni per sapere contezze del figlio del suo padrone, e la sola cosa ch'ei giunse a scoprire si fu, come alcuni servi ben messi aveano collocato il cavaliere Diseredato nella lettiga appartenente ad una persona di sesso femminino, stata spettatrice del torneo, e lo aveano tratto indi fuor della lizza; ma ove poi lo avesser condotto niuno sapea raccontare. Tai notizie pertanto egli arrecò al suo padrone, facendosi seguire da Gurth, che considerava siccome una specie di disertore.
In questo mezzo, la natura avendo preso intero predominio sullo stoicismo patriottico che le facea guerra nel cuore del thane Sassone, questi si stava nelle più vive angoscie, finchè Osvaldo fosse tornato. Ma appena ei seppe che altre persone, da Cedric tosto giudicate amiche d'Ivanhoe, s'erano prese l'incarico di lui, e che, com'era verisimile, e come tosto il Sassone immaginò, gli avrebbero prestato ogni soccorso dovuto al suo stato, allora l'amor paterno fe' luogo nuovamente all'orgoglio e al risentimento, radicato in lui contro quella ch'ei chiamava ribellione del figlio.
«Ne accada quel che ne sa accadere» disse in quell'istante «a me poco rileva, e poco ancor mi rileva, se coloro per amor de' quali riportò le ferite, si prendono adesso cura di medicargliele. Si distingua, si distingua, giacchè è la sua vocazione, nelle frascherie de' bagattellieri di questa normanna cavalleria, egli che avrebbe dovuto mantenere l'onore e la gloria de' Sassoni suoi antenati adoperando l'azza e la spada, armi antiche della nostra patria!»
«Se per mantenere l'onore de' propri antenati» disse lady Rowena «basta ad un uomo, l'intraprender con prudenza e l'eseguire con coraggio, essere il più prode de' prodi, e segnalarsi altrettanto per dolcezza e per sommessione, chi può negare tai pregi ad Ivanhoe?... Sarà ora la sola voce d'un padre?....»
«Tacete, lady Rowena, ve ne prego, è questo il solo punto su di cui non possiamo andare intesi. Accignetevi ad intervenire al banchetto del Principe. L'invito è stato fatto con modi cortesi, onorevolissimi, in somma usando tai riguardi, che questi superbi Normanni ben rade volte hanno dati a dividere a persone Sassoni dopo la fatale giornata di Hastings. Voglio trovarmi al banchetto, se non fosse altro, per provare a cotesti orgogliosi, come un Sassone sappia sopportare la sventura d'un figlio, che ha atterrati i più valorosi fra i loro campioni.»
«Io non vi sarò al certo» rispose con fermezza lady Rowena; «e voi, temete piuttosto che quanto esaltate, siccome intrepidezza e coraggio, non venga invece attribuito a freddezza, anzi a durezza di cuore.»
«Per parte vostra farete ciò che meglio v'aggrada. Quanto a cuore freddo e duro, lo mostrate piuttosto voi che sacrificate gl'interessi d'un popolo gemente sotto il peso della schiavitù ad una passione inutile quanto cieca. Vado in traccia del nobile Atelstano, e ci condurremo noi due al banchetto di Giovanni d'Angiò.»
E così fecero; e già vedemmo al proposito dello stesso banchetto le particolarità più meritevoli d'essere ricordate. Usciti di quella mensa i due Sassoni, insieme alla lor comitiva, montarono a cavallo, e raggiunta lady Rowena, tutti di conserva si apparecchiarono ad abbandonare Ashby. In mezzo alle faccende di quella frettolosa partenza si offerse per la prima volta a Cedric, dopo essere, così diceasi, disertato, il povero Gurth; e poichè il Sassone, come fu narrato, non uscì di buon umor del banchetto, aveva appunto d'uopo di qualcheduno su di cui sfogare la collera; e Gurth ne fu la vittima disgraziata.
«Legatelo» sclamò «legatelo! Osvaldo, Udiberto! Sciagurati, che vi avvisaste di lasciare in libertà questo furfante!» I compagni di Gurth senza osare la menoma rimostranza a favore di quello sventurato, gli legarono le mani dietro la schiena, al qual severo trattamento l'ex-scudiere si assoggettò senza mettere una sola querela. Unicamente rampognando con uno sguardo il suo padrone aggiunse tali parole: «Ciò m'accade perchè amo il vostro sangue più del mio sangue medesimo.»
«A cavallo e avanti» sclamò Cedric.
«E mi par bene che non vi sia tempo da perdere» aggiunse Atelstano «perchè, se non galoppiamo sul serio, la cena che ci ha preparata il degno abate Wattheof non varrà più nulla.»
Ma tanto s'affrettarono i nostri viaggiatori che prevennero la disgrazia da Atelstano temuta. L'abate di San-Vittoldo, uscito egli medesimo d'antica famiglia sassone, e parente di Cedric alla lontana, ricevette i nobili viaggiatori con tutti i riguardi dell'ospitalità sì propria a questa nazione, nè la cena del convento cedea quanto a splendidezza al pranzo del Principe. Rimasero a desco fino a notte molto innoltrata; nè si disgiunsero dall'Abate che la mattina del dì successivo, dopo essergli stati compagni e partecipi ad una sontuosissima colezione.
Allorchè la cavalcata uscia dalla corte del monastero, occorse un avvenimento di tal natura da far sinistra impressione in menti sassoni, perchè non v'era in tutta l'Europa un popolo che nell'essere superstizioso, e nel credere soprattutto ai presagi sopravvanzasse quella nazione. Non potea ciò dirsi de' Normanni, che essendo una schiatta mescolata, e che avea fatto qualche maggior passo nella carriera della civiltà, non tenea più una gran parte di quei pregiudizi, che i suoi progenitori le aveano apportati dalla Scandinavia; e sotto simile aspetto potea vantarsi più istrutta de' popoli conquistati.
Nell'istante adunque di cui favelliamo, la tema di qualche arcana disgrazia venne inspirata da un profeta, certamente ragguardevolissimo, da un grosso cane nero e magro, che seduto sulle zampe di dietro alla porta del monastero, mise lamentevoli ululati, allorchè uscirono i primi cavalieri, poi seguì la cavalcata abbaiando e scorazzando da destra a sinistra.
«Padre mio» disse a Cedric Atelstano, che per un rispetto avuto all'età spesso usava seco di questo titolo «questa musica niente mi garba.»
«Nè a me maggiormente, nostro zio» disse Wamba. «Temo che ci tocchi pagare i violini senza ballare.»
«Il mio parere» disse Atelstano (cui era andata a sangue l'ala dell'Abate, la quale indipendentemente dalla fama di cui godeva questa spezie di birra fabbricata ne' dintorni di Burton, era, come ognun può immaginare sceltissima) «il mio parere sarebbe che si tornasse all'abbazia, e si differisse al dopo pranzo il partire. Gli è sempre di cattivo augurio incominciar di mattino un viaggio scontrandosi in un frate, in un leppre o in un cane che abbai.»
«Oibò!» sclamò Cedric impazientendosi. «Basta appena la giornata al cammino che dobbiamo fare. Poi quel cane io lo conosco, è il cane di Gurth, disertore al pari del suo padrone.»
Irritato indi che quell'animale non la finisse mai d'abbaiare, s'alzò in punta de' piedi sulle sue staffe, e dato di mano ad una chiaverina, la vibrò contro il povero Fangs, perchè quel cane era Fangs, che avendo seguito l'orme del suo padrone, e festoso d'averlo trovato, gli manifestava in tal guisa il giubilo di potere starsi con lui nuovamente. Poco mancò che non ne rimanesse inchiodato sul suolo; ma per sua buona fortuna il ferale strumento gli scalfì unicamente una spalla, onde la bestia ferita fuggendo immantinente dalla presenza del corrucciato thane andò a mettersi all'ultime file del retroguardo.
La tentata uccisione di un suo fedele compagno fu per Gurth cosa amara e più difficile da perdonarsi dei lacci stessi che lo impacciavano; laonde, dopo avere fatto un moto, inconsiderato siccome inutile, per portarsi le mani alle ciglia, chiamò Wamba, che visto di mal umore il padrone, avea avuta la prudenza di mettersi egli pure al retroguardo. «Wamba, fammi una finezza, prendi una falda del tuo mantello e rasciugami gli occhi. La polvere mi fa piangere, e come vedi non posso prestarmi questo servigio da me medesimo.»
Wamba lo compiacque, indi marciarono qualche tempo l'uno a canto dell'altro senza profferire parola. Finalmente Gurth, sentendo una necessità di disacerbare l'affanno che lo premea si volse al compagno: «Amico Wamba, fra tutti que' matti che si prestano a servire Cedric, tu sei il solo matto che abbia saputo rendergli gradevole la tua follia. Va adunque a trovarlo, e digli che Gurth non vuol più saperne di servirlo, e che da questo proposito nol moveranno, nè amore nè timore. Egli può bene caricarmi di ceppi, farmi battere colle verghe, ed anche mettermi a morte, ma non mai costringermi ad ubbidirlo. Va dunque e digli, che Gurth, figlio di Beowolf, si emancipa da sè medesimo.»
«Matto, come mi vedi» rispose Wamba «non farò mai la pazzia che mi suggerisci. Cedric ha ancora una chiaverina da impiegare, e sai che rare volte manca il suo scopo.»
«Questo scopo gliel diverrò io medesimo, non me ne importa; e quanto non vuoi dirgli tu, gli dirò io. Ieri abbandonò il figlio, il mio giovine padrone che s'avvoltolava nel proprio sangue; oggi, innanzi ai miei occhi, ha voluto ammazzare l'altra sola creatura vivente che mi abbia mostrato amicizia su questa terra; per sant'Edmondo, per san Dunstano, per san Vittoldo, per sant'Odoardo il confessore e per tutti i santi sassoni del calendario» Cedric non giurava mai per santi che non fossero di schiatta sassone, e tutta la sua gente ne imitava l'esempio «non gli perdonerò in sempiterno.»
«Ma a quanto credo» soggiunse Wamba che spesse volte si assumea le parti di pacificatore «il nostro padrone ebbe in animo di mettere paura a Fangs non di ferirlo. Si è alzato sulle staffe per essere più sicuro di far passare la chiaverina al di sopra della testa di questa bestia, e così sarebbe andata la cosa, se Fangs non avesse fatto uno sgraziato salto in quel momento medesimo. Però tutta la ferita sta in una scalfitura, che mi prendo incarico di guarir io con un empiastro di pece da un soldo.»
«Se lo credessi» sclamò Gurth «se lo potessi credere! Ma no, ho visto io partire la chiaverina, e il colpo era bene addrizzato. L'ho intesa a fischiar per l'aria con tutta la perfidia di chi la lanciò, poi dopo ho veduto lui, Cedric, che ha abbassati gli occhi a terra, come di rabbia per non avere colpito a segno. No, pel porco di sant'Antonio! non moverò più un piede per servirlo.»
Furon questi gli ultimi detti del porcaiuolo disertore, nè i reiterati sforzi di Wamba valsero d'indi in poi a fargli aprir bocca.
Intanto Cedric e Atelstano che marciavano avanti a tutti di quella brigata, la discorrevan fra loro sullo stato interno del paese, sulle dissensioni che teneano in trambusto la reale famiglia, sulle dispute feudali, onde i Nobili normanni erano nemici gli uni degli altri, e finalmente sulle occasioni che potevano tuttavia presentarsi ai Sassoni oppressi per iscotere il giogo de' Normanni, o certamente per farsene temere e rispettare, col favore delle turbolenze che sembravan vicine; argomenti tutti che mettevano in estasi Cedric. La restaurazione della sassone indipendenza gli stava a cuore con tanta gagliardia, che a tale speranza avea volontariamente sagrificato e la sua domestica felicità e gli interessi del proprio figlio; ed ecco in qual modo.
Ad operare questo grande cambiamento politico facea d'uopo di una perfetta unione fra i Sassoni, e che si lasciassero regolare da un capo egualmente riconosciuto da tutti. La necessità di eleggere un tal capo fra i discendenti del real sangue sassone si manifestava di per sè stessa, e per altra parte aveano messo ciò per condizione espressa dell'opera che presterebbero que' partigiani, ai quali Cedric confidò i suoi segreti divisamenti e le sue speranze. Ora la prerogativa di sangue regio trovavasi appunto in Atelstano, ultimo rampollo maschile della sassone dinastia. Comunque ei non avesse i pregi d'ingegno necessarii ad un capo di fazione, pure l'apparenza esterna erane dignitosa, nè difettava di coraggio, addestratosi in oltre all'armeggiare, pareva anche inclinato a ben ascoltare i consigli di chi ne sapea più di lui, e lodato veniva per buona indole d'animo. Ciò nullameno ad onta de' diritti che si univano in esso a farlo capo della sassone confederazione, molti inchinavano a preferire i diritti di lady Rowena, che discendeva in retta linea dal grande Alfredo, e il cui defunto padre, già capo di confederazione, rinomato per coraggio, saggezza e generosità, vivea tuttavia con onore nelle ricordanze de' suoi concittadini.
Nè forse sarebbe stato difficile allo stesso Cedric il farsi capo di una terza fazione, formidabile per lo meno al pari dell'altre due. Benchè non iscorresse nelle sue vene un sangue reale, possedea coraggio, solerzia, forza d'animo, e soprattutto affetto intensissimo alla causa della sua patria, affetto che gli meritò d'essere soprannominato il Sassone. Aggiungasi, che eccetto Atelstano e lady Rowena, Cedric non la cedeva a verun altro quanto a nobiltà di legnaggio. Ma a tante belle prerogative che lo adornavano univa egli il massimo disinteresse, per cui avversissimo a qualunque impresa che potesse disgiungere gli animi della sua nazione, stremata anche troppo dal proprio infiaccamento, aveva anzi abbracciato con calore il disegno di collegare le due fazioni col dare lady Rowena in isposa ad Atelstano, disegno cui mettea inciampo l'amore palesatosi tra il figlio e la pupilla di Cedric. Tal si fu la cagione che indusse a bandire Ivanhoe dal tetto de' comuni avi.
A così severo espediente s'era attenuto Cedric perchè sperava la lontananza di Wilfrid, bastante rimedio a dissipare in lady Rowena l'amore che ver l'illustre giovane ella avea concepito. Ma sbagliò nei suoi conti, e sbagliò tanto più che facea contr'essi il modo medesimo onde amministrò sopra lady Rowena la tutela affidatagli. Il nostro Sassone, cui il nome d'Alfredo sonava qual nome d'una divinità, usava all'unica discendente di questo monarca tai riguardi che appena si sarebbero conceduti ad una principessa sovrana, in tal grado riconosciuta. La volontà di lady Rowena fu mai sempre per esso una legge, e parea che a render meglio nota a tutte le persone della sua casa la specie di sovranità da lui attribuita alla pupilla, mettesse una gloria nel comportarsi egli stesso qual primo vassallo della medesima. Accostumata quindi, non dirò solamente a fare il proprio volere, ma a comandare dispoticamente, poca docilità potea ripromettersene chi divisava modi atti a costringere gli affetti, e darle uno sposo che il cuore di lei non avesse dianzi prescelto. Ella era invece propensissima a far valere la propria indipendenza sopra tal cosa, in cui sogliono farla valere, opponendo all'uopo resistenza fortissima all'autorità de' genitori e dei tutori, quelle donne ancora che all'obbedienza e alla sommessione furono maggiormente avvezzate. Nè ella si facea riguardi di palesar liberamente a Cedric quai fossero le inclinazioni vivissime del suo animo; laonde il tutore, che non poteva sciogliersi del giogo che si era imposto, cioè di far sempre i voleri della pupilla, non sapeva qual via prendere a cambiar la vicenda, e indur la pupilla a seguire i voleri di lui.
Invano ei cercò abbagliarne l'immaginazione col presentarle lo splendore d'una corona immaginaria. Rowena, fornita d'ottimo accorgimento, nè vedea possibili da effettuarsi i disegni di Cedric, nè possibili gli avrebbe desiderati, almeno quanto alla parte di essi che riguardava la sua persona. Laonde, senza far certamente mistero della predilezione conceduta a Wilfrid d'Ivanhoe, protestò che quand'anche ei più non fosse, amerebbe meglio rinchiudersi in un convento, che partecipare del trono in compagnia d'Atelstano, da lei disprezzato mai sempre, e che in allora le veniva in assoluto abborrimento, siccome origine delle sgradevoli insistenze da cui si vedea assediata.
Ciò nullameno Cedric, il quale troppo non credeva alla femminile costanza, durava ne' suoi tentativi per concludere tai sponsali, che a suo parere doveano apportare il più importante de' servigi alla causa de' Sassoni. La non aspettata comparsa del suo figliuolo ad Ashby gli sembrò sulle prime, nè allora ebbe torto, l'estremo crollo delle proprie speranze; e se l'amor paterno vinse per brevi istanti quel suo amor di patria spinto oltre i confini del possibile, ben tosto questo secondo sentimento avendo ripresa tutta l'antica prevalenza, si risolse ad un'ultima prova per congiungere ad Atelstano la sua pupilla, e indi darsi tutto all'opera di far risorgere la sassone indipendenza.
E sull'argomento di questa sassone indipendenza volgeano i discorsi che in tal istante movea ad Atelstano Cedric, non senza sospirare a quando a quando in veggendo inerzia e indifferenza, laddove avrebbe voluto scorgere fuoco d'entusiasmo pari a quello onde ardeva egli stesso. Ned è già che Atelstano mancasse in vanità; ed anzi gli andava grandemente a cuore chiunque a lui rimembrava gl'illustri suoi antenati, e i diritti, allor chimerici, che al sovrano grado gli dava il suo nascere. Ma all'amor proprio di cotest'uomo bastavano i rispettosi omaggi che gli tributavano i suoi vassalli e que' Sassoni di condizione libera ne' quali scontravasi. Nè tampoco può dirsi ch'ei paventasse ad un evento i pericoli, ma rifuggìa dalla molestia di andarne in traccia. Ei conveniva con Cedric sulla massima generale del diritto ch'era nei Sassoni di riconquistare la loro independenza; e più volentieri ancora si lasciava convincere, che ricuperata una volta questa independenza a' suoi compatriotti, le proprie prerogative il portavano ad esserne il legittimo capo, ma quando si giugnea alla conclusione di metter le mani all'opera per far valere tali diritti, tali prerogative, egli era sempre Atelstano l'Irresoluto. Da lui venivano gl'indugi, da lui le obbiezioni, in somma non sapea decidersi ad imprendere cosa veruna. E tutto il calore e tutto l'entusiasmo di Cedric non faceano in quell'animo di diaccio maggior impressione che non la operi una palla arroventata, la quale caduta nell'acqua non vi produce che un leggier fumo e un fremito momentaneo.
Cedric si trovava al giusto nella condizione di chi battesse un ferro freddo, o di chi s'affaticasse a far prender il galoppo ad un cavallo avvilito e snervato. Che se, rinunziando per poco a tal fazione, volgeasi all'altra di tentar prova della propria prevalenza sull'animo di lady Rowena, era ancor di peggio, e i disgusti che riportava da tale esperienza il rendevano vie più scontento. Intanto lady Rowena s'intertenea con Elgitta, favellando del valore dimostrato da Ivanhoe nel torneo, colloquio che rimase interrotto dal sopravvenire di Cedric. Ma Elgitta per far le vendette della sua padrona, trovò modo d'inserire ne' nuovi discorsi intavolati alcune allusioni al modo onde Atelstano fu scavalcato in mezzo alla lizza, argomento alle orecchie di un Sassone il più sgradito di quanti si potessero immaginare. Se Cedric era di mal umore prima di mettersi in cammino, tal circostanze non gliel dissiparono certamente, laonde più d'una volta in suo cuore maledì il torneo, chi ne divisò la prima idea, chi l'ordinò, e soprattutto la propria follia d'esservisi trasferito.
Verso il mezzogiorno, a sollecitazione d'Atelstano, la cavalcata fe' pausa presso una fonte situata al lembo d'una foresta, così per dar riposo ai cavalli, come per reficiarsi a molle desco colle vettovaglie di cui l'abate di san Vittoldo avea caricata una mula del seguito della comitiva. Mercè all'appetito d'Atelstano, la pausa durò più a lungo che non l'avrebbe desiderato Cedric. E quindi tutti videro nel rimettersi in viaggio, che solamente a notte assai innoltrata si potrebbe giungere a Rotherwood, e sentirono quindi la necessità di affrettare il trotto de' lor cavalli.