CAPITOLO XXXI.
«Consorzio uman sognar scevro di patti
«È folle idea: se editti a pro de' sogli,
«Statuti a pro de' popoli fur fatti.
«E sin tra quei che fer lega di spogli
«Tacite leggi stan, funeste al fello
«Che i suoi fratelli di tradir s'invogli.
«Che de' figliuoli d'Eva in fra il drappello
«Non regni pace scritto fu d'allora
«Che assunse Adam la vanga ed il martello.
«Se a nostro furiar non ponean mora
«Le leggi ch'ai mortali inspirò il cielo,
«Nel caos primier già l'universo fora.
Incominciava appena l'aurora a dardeggiar raggi sui diradamenti di quelle foreste; della sua rugiadosa perla ciascuna foglia brillava. Non temendo ancora che alcun cacciatore li venisse a sorprendere, preceduta dal maestoso marito la cerva, abbandonava i luoghi i più folti del bosco insieme colla sua prole per trarla a pascere più liberamente in più aperta campagna.
I nostri arcieri stavano tutti assembrati attorno alla grande quercia di Hartill-Walk, ove trascorsa aveano la notte ristorandosi dalle fatiche sofferte nel durare della loro spedizione, alcuni col votar tazze di vino, altri col darsi al riposo, molti discorrendo gli avvenimenti della giornata e calcolando il valor del bottino, che la vittoria avea posto nelle mani del loro condottiero.
Fu considerabile per vero dir quello spoglio. Perchè, comunque molta parte di arredi avessero distrutta le fiamme, gli arcieri, i quali non sapeano che si fosse pericolo quand'era il tempo di combattere o di saccheggiare, poterono impossessarsi delle suppellettili più preziose che fossero nella rocca; trovavansi quindi colà raccolte armi e armature e munizioni di ogni spezie, drappi e vesti preziose, tutti i vasellami d'argento, e, cosa più preziosa di qual altra si fosse, la cassa entro cui Frondeboeuf tenea racchiuso il prezzo di quante avanie commettea. Però le leggi di quella confederazione erano tanto severe e sì scrupolosamente adempiute, che un solo de' collegati non osò appropriarsi una parte benchè menoma di tanto bottino. Il tutto venne fedelmente trasportato al luogo delle adunanze e posto in comune, onde il capo della lega ne facesse egli la distribuzione.
Non era già un tal luogo quel medesimo, ove Gurth e Wamba erano stati condotti da Locksley ne' momenti che diedero origine alla narrata avventura; benchè questa situazione parimente fosse contraddistinta da antica quercia che maestosamente ergevasi in mezzo ad un vano di selva foggiato a guisa d'anfiteatro campestre, nè distante più di mezzo miglio dalle rovine dell'incendiato castello. Ivi sedutosi Locksley sul proprio trono, che era un'erbosa zolla cui davano ombra i densi rami del grand'albero che le sovrastava, la sua banda gli si mise attorno in figura di mezzo cerchio. Egli additò al Cavaliere e a Cedric di sedersegli a canto.
«Perdonate» diss'egli «la libertà di tal mio procedere, nobili cavalieri, ma in queste foreste son io il monarca, e i miei sudditi che attorno a me scorgete raccolti, vedrebbero di mal occhio se nei miei dominii cedessi la preminenza a chicchessia.... E dove trovasi il nostro cappellano? Perchè non è qui Fra' Giocondo? Un po' di preghiera dà buon principio alla giornata, fra genti almeno cristiane!»
Ma niuno avea veduto l'eremita di Copmanhurst.
«Avremmo noi dunque perduto il nostro cherico valoroso?» continuò Locksley. «Nè v'ha alcuno tra voi che lo abbia veduto dopo la presa del castello?»
«Io, il vidi» rispose Mugnaio «nei sotterranei, che facea le sue prove ad abbattere la porta d'una cantina, e giurava per tutti i santi del calendario di voler assaggiare i vini di Linguadoca e di Guascogna, che possedea Frondeboeuf.»
«Oh per l'anime del purgatorio!» sclamò Locksley. «Sarà rimasto a bere colà sintantochè la rocca lo abbia sepolto colle sue rovine. Partite subito, Mugnaio, e conducendo con voi dodici uomini cercate per ogni dove intorno al luogo ove il vedeste. Prendete acqua dalla fossa, onde gettarla su quelle rovine infocate. Per il nome di Dio! farò volgere l'una dopo l'altra le pietre del castello tanto che si trovi il nostro valoroso eremita.»
Il numero degl'individui gareggianti per essere eletti a tale fazione, e quasi immemori dell'altra sì rilevante ad ognuno, qual era il parteggiamento della preda, dimostrò sin quanto quella banda avesse a cuore la salvezza del suo padre spirituale.
«In questo mezzo» proseguì Locksley «pensiamo ai nostri affari, perchè appena sarà divulgata la fama della nostra impresa, non è da dubitarsi che le truppe di Bracy, di Malvoisin e degli altri collegati di Frondeboeuf non marcino contro di noi. È dunque cosa prudente il pensare alla nostra sicurezza. Intanto, nobile Cedric, ho diviso in due parti lo spoglio; scegliete quella che più v'aggrada per farne distribuzione a quelli fra' vostri vassalli che ci secondarono nell'impresa.»
«Prode arciere» rispose Cedric «questo mio cuore è immerso nella tristezza. Il nobile Atelstano di Coningsburgo non è più. Atelstano, l'ultimo rampollo maschile del santo re Confessore! Con lui perirono tai speranze che non possono più rinascere. Nè sforzo umano è, che valga a riaccendere la scintilla spenta insieme con questo sangue reale. Le persone del mio seguito, tranne i pochi che stan qui meco, non abbisognano che della mia presenza per trasportare la mortal salma del signore di Coningsburgo al castello de' suoi antenati. Lady Rowena brama tornarsene a Rotherwood, e le è necessaria una scorta sufficiente a tal fine. Se io non mi sono ancora disgiunto da voi, non fu già per aspettare l'istante che si spartissero le conquiste fatte sull'inimico, perchè se piace a Dio e a san Vittoldo, nè io nè i miei non toccheremo un obolo di tale spoglio. Mi trattenni unicamente tanto da trovarvi tutti adunati e ringraziar voi e i valorosi vostri compagni che salvaste l'onore e la vita alla mia nobil pupilla.»
«Noi non avemmo tutto al più che una metà di merito in tale impresa» rispose Locksley; «accettate adunque la metà dello spoglio per ricompensare i vostri confinanti e vassalli, a' quali l'altra parte di merito è dovuta.»
«Sono abbastanza facoltoso per farlo senza scemare il vostro bottino» rispose Cedric.
«E alcuni di questi confederati» aggiunse Wamba «hanno avuto il giudizio di compensarsi da sè medesimi. Non crediate già che tutti tornino a casa a mani vote e penzolone le braccia.»
«Se operarono, come dite» gli rispose Locksley «il potean anche; perchè le nostre leggi sono obbligatorie solamente per noi.»
«Ma tu, mio povero matto» disse Cedric movendo verso Wamba e abbracciandolo «qual compenso potrò io darti degno di te, di te che ti prendesti le catene del tuo padrone, di te, che per salvare la vita a lui offeristi in sagrifizio la propria? Chi altri mai mi diede tal prova d'affetto e di fedeltà?»
Sorgea una lagrima dal ciglio del nobile thane mentre favellava in tal guisa; tributo di commozion d'animo, ch'ei non avea nemmen conceduto ad Atelstano allorchè gliene venne annunziata la morte. Perchè nel servigio prestatogli da Wamba manifestavasi tale istinto di generosità atto a toccare il cuor di Cedric più che nol fosse il dolore medesimo.
«Se voi pagate i miei servigi coll'acqua de' vostr'occhi» disse Wamba sottraendosi per riguardo di rispetto alle carezze d'un padrone che in quell'istante dimenticava affatto di esserlo «sarete cagione che piagnerò io parimente; e allora a che si ridurrà la mia professione? Ascoltate, zio! se volete ben ricompensarmi, perdonate al mio collega Gurth di avere tolta una settimana al vostro servigio per impiegarla a quello di vostro figlio.»
«Perdonargli!» sclamò Cedric; «ei merita ben altro che perdono, e gli debbo anzi ricompensa. Appressati, o Gurth, e metti un ginocchio a terra.»
Il porcaiuolo obbedì.
«Tu non sei più servo» disse Cedric toccandolo con una bacchetta «ma uomo libero così in città come in villa, così nei boschi come ne' campi. Ti concedo inoltre dieci acri di terra nella mia signoria di Walbrugham: tu li terrai da me e dai miei per te e per la tua discendenza. D'ora in poi e per sempre la maledizione di Dio cada sovra chiunque ardisse voler turbarti nel tuo possedimento!»
Fuor di sè per la gioia di non essere più servo, ma libero e proprietario, Gurth nell'alzarsi saltò due volte quant'è alta la testa d'un uomo.
«Una lima!» sclamò «una lima! che questo collare non disonori più il collo d'uom libero! O nobile mio padrone! voi m'addoppiaste vigore con tal atto di vostra generosità, ed io combatterò per voi con doppio coraggio. Il cuore che or mi palpita in seno è cuor d'uomo libero. Io mi trovo tutto cambiato, e tutto il mondo si cambia a' miei sguardi. Ah! eccoti Fangs! conosci tu ancora il tuo padrone?»
«Sì» disse Wamba «Fangs ed io ancora ti conosciamo, nè un collare di più o di meno ce lo impedirà; ma chi sa che non accada ben tosto che tu non conosca più noi?»
«Dimenticherò me medesimo prima che io dimentichi te, fedele collega» riprese a dire Gurth; «e se la libertà avesse potuto giovarti, il nobile Cedric te l'avrebbe conceduta prima di pensare a me.»
«No» soggiunse Wamba «non sono ancora tanto matto d'invidiarti, amico Gurth; il servo sta seduto a canto del fuoco, ben alloggiato, ben nudrito, allorchè l'uomo libero corre i campi e fatica. Di fatto, che cosa dice a tal proposito Oldhelm di Malmesbury! Meglio matto a mensa che savio alla guerra! Dio mi liberi di tal libertà!»
S'intese allora grande strepito di cavalli, e quasi nel medesimo istante comparve lady Rowena riccamente vestita, assisa sopra sontuoso palafreno, e accompagnata da numeroso corteggio d'armati scudieri, nei cui lineamenti pigneasi la gioia ond'eran compresi in veggendo libera la lor padrona. Ella avea assunta l'intera dignità del suo portamento, se non che il pallor del volto palesava lo spavento cui avea soggiaciuto. Scorgeasi ancor su quel fronte una lieve nube di duolo, ma a diradarla soccorreano la speranza d'un migliore avvenire, e il sentimento di gratitudine che la sua liberazione le inspirava così verso il cielo come ver le persone che di liberazione le furono strumenti.
Ella era già stata avvertita e del viver d'Ivanhoe e del caso d'Atelstano. La innondò di purissima gioia il primo annunzio; e quanto al secondo, n'ebbe sì rincrescimento, ma non potè ad un tempo non sentire la contentezza di vedersi omai sottratta all'importuno zelo di Cedric, che l'avrebbe voluta ad ogni patto sposa del signor di Coningsburgo.
Allorchè lady Rowena fu in vicinanza di Locksley, questi si alzò per riceverla, e altrettanto fecero tutti i suoi arcieri, mossi da istinto naturale di cortesia. Le guance di lei si copersero in quell'istante di amabil rossore, e dopo un profondo inchino che confuse per poco le anella delle sue chiome colla criniera del corridore, palesò in brevi note quai sensi di gratitudine ella nudrisse verso il valoroso arciere e gli altri che la liberarono. — «Che Dio e la madre sua vi compensino» così ella conchiuse «o valenti persone, che con tanta cortesia e a rischio de' vostri giorni proteggeste la causa degli oppressi! Se mai alcun di voi si trovasse molestato da fame o da sete, rammenti che lady Rowena possede ricchezze e animo grato. Se i Normanni vi costringono ad abbandonare questa selva, pensate che altre ne ha in proprietà lady Rowena. Ivi potrete cacciare a vostro piacimento.»
«Vi ringrazio, nobil donzella» rispose Locksley «e pe' miei compagni e per me. L'avervi salvata è tale atto che porta con sè medesimo la sua ricompensa. Certamente non facciam sempre opere meritorie nei nostri boschi, ma la liberazione di lady Rowena è opera ben valevole ad espiarne molt'altre che meritasser rimprovero.»
Lady Rowena, dopo averli risalutati per congedarsi da loro, volse il cavallo in atto di partire; ma essendosi fermata un istante per aspettare Cedric, che doveva esserle compagno e si licenziava egli pure da quella brigata, si trovò all'impensata in vicinanza del prigioniere Bracy. Era questi in piedi sotto d'un albero, e colle braccia incrocicchiate sul petto immerso in profonda meditazione, onde lady Rowena si confidava ch'ei non l'avesse veduta. Ma ella ingannavasi. La ravvisò ottimamente, e sola vergogna lo tenea irresoluto; pur finalmente avanzatosi verso di lei, e prendendone per la briglia il palafreno così le disse:
«Lady Rowena degnerà ella d'un suo guardo un cavalier prigioniero, un guerriero disonorato?»
«Ser cavaliere» gli rispose ella «in imprese della natura di quella che voi tentaste, il vero disonore starebbe nel buon successo.»
«La gloria del trionfo però dovrebbe mitigare il risentimento» soggiunse Bracy. «Possa io udir solamente dal labbro di lady Rowena che ella mi perdona tal violenza cui diede moto una sfortunata passione, e s'accorgerà ben tosto lady Rowena, come Bracy sappia prestarle in più nobil guisa il suo braccio!»
«Vi perdono, ser cavaliere» rispose la nobil donzella «ma solamente nell'esser mio di cristiana.»
«Che è quanto dire, non gli perdona nè poco nè assai» Wamba soggiunse[46].
«Non quindi» continuò Rowena «potrò mai dimenticare le sventure e i mali che derivarono dal folle vostro attentato.»
«Lascia la briglia del cavallo di questa Milady» disse Cedric, il quale allor sopraggiunse. «Pel sole che ne rischiara, se non avessi vergogna, t'inchioderei contra quest'albero. Ma tienti per sicuro, Maurizio di Bracy, che dovrai scontare a caro costo la parte da te presa ad una azione sì infame.»
«Non corre pericolo chi minaccia un prigioniero» rispose Bracy, «ma quando fu mai che in un sassone allignassero sensi di cortesia?»
Cedric prima di partire diede speciali contrassegni di gratitudine al cavalier Nero, facendogli premuroso invito perchè lo volesse accompagnare a Rotherwood.
«So bene» Cedric gli dicea, «come il diletto de' vostri pari sia quel soprattutto di condurre attorno al mondo la fortuna che sta per voi sulla punta della vostra lancia; ma la gloria dell'armi, ser cavaliere, è una favorita incostante, onde il campione anche il più prode sente alcuna volta vaghezza d'uno stabile domicilio. Voi ne possedete uno nel castello di Rotherwood, nobile guerriero. Cedric ha ricchezze quante bastano per ammendare que' torti che mai vi avesse fatti fortuna, e tutto ciò ch'egli tiene spetta per diritto a chi gli è stato liberatore. Venite dunque a Rotherwood, non qual ospite, ma come figlio o come fratello.»
«Cedric mi ha già fatto ricco» rispose l'incognito cavaliere. «Debbo a lui l'avere apprezzato al giusto il valore de' Sassoni. Voi mi rivedrete a Rotherwood, prode Sassone; voi mi ci rivedrete, nè andrà lungo tempo; ma in tale istante affari sommamente premurosi mi vogliono in parte affatto opposta. Non crediate per altro impossibile che quando verrò alla vostra casa io non sia per chiedervi un dono; e tal dono che metterà a prova la vostra generosità.»
«È pattuito anticipatamente» rispose Cedric, battendo la sua sulla mano del cavalier Nero; «è pattuito quand'anche mi chiedeste la metà delle mie sostanze!»
«Non largheggiate sì leggermente in promesse» ripigliò a dire il cavalier dal Catenaccio. «Nondimeno spero potrò ottenere il dono che sarò per chiedervi. Intanto addio!»
«Mi rimane avvertirvi» soggiunse il Sassone «che in tutto il tempo consacrato alle esequie del nobile Atelstano abiterò il suo castello di Coningsburgo. Sarà esso aperto a chiunque vorrà prender parte al funereo banchetto, e parlo io a nome della nobile Editta, madre del defunto, e dell'ultimo fra i principi Sassoni. La casa d'Editta non sarà mai chiusa a chi combattè con tanto valore per liberare il figlio di lei dalle catene normanne, benchè l'opere del valore abbia fatte vane la morte.»
«Sì, sì,» disse Wamba che avea ripreso il suo luogo presso il padrone «farem gozzoviglia al castello di Coningsburgo. Peccato che il nobile Atelstano non possa intervenire al banchetto de' suoi funerali! Ma» continuò il buffone sollevando gravemente al cielo gli sguardi «questa sera ei cenerà in paradiso, nè si starà dal fare onore all'imbandigione celeste.»
«Zitto là!» sclamò Cedric cui non garbava sì fatta celia, e il quale per altra parte non sapeva risolversi a sgridar Wamba dopo il servigio rilevantissimo che di recente ne aveva ricevuto. «È ora di metterci in cammino.»
Lady Rowena salutò graziosamente il cavalier Nero. Cedric gli augurò da Dio buon esito nelle imprese quai si fossero ch'ei divisava; e bentosto questa comitiva si addentrò nella selva. Già gli alberi della foresta toglievano la vista di questa nobile brigata agli occhi di chi rimanea, allorchè li ferì una processione ben d'altro genere, che veniva dalla parte di Torquilstone, e s'avviava sulla dirittura medesima che aveano presa Cedric ed il suo corteggio. Ed erano i frati d'un vicino convento, i quali fossero mossi da pietà, o dalla speranza di ricca ricompensa, s'impossessarono del corpo di Atelstano, e dopo averlo collocato sontuosamente in un feretro, cui portavano sugli omeri i vassalli del medesimo Atelstano, lo trasportavano al castello di Coningsburgo, per dargli sepoltura entro la tomba d'Hengist, da cui la famiglia di questo thane Sassone si pretendea derivata. Molta mano de' suoi vassalli erasi assembrata appena udito l'annunzio della morte di lui e ne seguiva la bara, dando parecchi contrassegni almeno apparenti di cordoglio vivissimo. Tutti gli arcieri sursero spontanei una seconda volta, tributando alla religione e alla morte omaggi sì rispettosi, come dianzi li tributarono alla giovinezza e all'avvenenza. Il marciar lento e il cantar solenne di quegli ecclesiastici risvegliò negli animi degli arcieri le rimembranze d'alcuni lor compagni soggiaciuti nella pugna del dì precedente; ma tai ricordanze non durano a lungo nel cuor di persone, la cui vita non è che una sequela d'imprese e di pericoli; laonde non si era ancora finito d'udire il frastuono di funerei cantici, allorchè si diedero alla bisogna che più tenea in quell'istante le loro menti, al parteggiamento cioè delle spoglie.
«Valoroso campione» disse Locksley al cavalier Nero «piacciavi scegliere per mezzo a questo bottino tutto quanto possa tornarvi utile ed aggradevole, e che siavi ricordo di questa grande quercia sotto cui convenimmo; nè vogliate usare di troppa modestia, giacchè niuno meglio di voi ha diritti ben acquistati su tale preda, e certamente se il vostro braccio non ne reggea, avremmo naufragato in quella impresa, d'onde uscimmo per voi vincitori.»
«Accetto la vostra offerta con altrettanta franchezza quanta ne adoperate nel porgerla; e vi chiedo la permissione di arbitrare a mio grado verso Maurizio di Bracy.»
«Non è egli forse vostro prigioniere? Ei già v'appartiene per diritto, e può ringraziarne la sua buona fortuna, perchè altrimenti, lo avrei fatto appiccare al ramo il più alto di questa quercia, trattamento da me serbato a tutti gl'individui della sua compagnia franca, che mi capiteran fra le mani. Ma egli è cosa vostra; e avesse persino ammazzato mio padre, a voi sta il decretarne la sorte.»
«Bracy» disse il cavalier Nero «tu sei libero. Parti: l'uomo di cui fosti prigioniero non conosce il vil piacere della vendetta, e pone in dimenticanza le cose passate. Ma abbi gli occhi sull'avvenire, che potrebbe divenirti funesto. Pensaci, Maurizio di Bracy!»
Bracy salutò rispettosamente il suo liberatore, e stava per partire, allorquando gli arcieri lanciarono mille imprecazioni contr'esso, rimprocciandogli ogni atto di violenza ch'ei s'era fatto lecito qual condottiero della sua compagnia franca. L'orgoglioso cavaliere, soffermatosi un istante, poi volto ver gli offensori, incrocicchiò sul petto le braccia, e riguardandoli in altero sembiante: «Chetatevi» disse loro «voi siete nel novero di que' cani stizzosi, ghiotti sempre di nuova pastura, ma incapaci di cercare il cervo e la sua tana. Bracy sprezza i vostri oltraggi come disdegnerebbe le vostre lodi. Tai malandrini, tai proscritti quali vi siete, dovrebbero serbar silenzio, ogni volta che si ragiona d'un nobil o d'un cavaliere sol distante una lega da' lor covazzi.»
Rabuffo imprudente, che gli avrebbe fruttato una salva di frecciate, se Locksley non si fosse fatto sollecito di proibire alla sua gente il molestarlo. Che anzi lo stesso Locksley gli permise valersi d'un de' cavalli trovati nelle scuderie di Frondeboeuf, e che faceano parte del bottino; dopo di che Bracy postosi snellamente in sella galoppò a tutta briglia.
Chetato il tumulto collo scomparire di chi ne era argomento, Locksley si tolse il corno ed il pendaglio guadagnati alla posta d'armi d'Ashby e il cavalier Nero ne presentò.
«Nobile cavaliere» sì disse «se non disdegnate accettar cose che primo io portai, piacciavi conservar queste come ricordo delle imprese da voi operate nella giornata d'ieri. Se per caso, il che può avvenire a qualsisia prode cavaliere, abbisognaste di soccorso, trovandovi in alcuna delle selve poste fra il Trent e il Tees, date fiato a questo corno, ed è cosa possibile che vi arrivino diffensori.»
Poi appressatosi egli stesso quello strumento alle labbra, intonò replicatamente certe date note, a fine d'imprimerle nella memoria del cavaliere.
«Accetto un tal dono, valoroso arciere, e venendo istante in cui mi sia indispensabile il chieder soccorso, non cercherò migliori campioni fuori di voi e de' vostri fratelli d'armi.»
Anch'egli allora animò il corno, e fe' rimbombar la foresta de' tuoni medesimi che gli aveva insegnati Locksley.
«Ottimamente!» disse l'arciere, «Tai son le note e tale la forza che dovete dar loro. Si potrebbe credere che non solamente dinanzi alle fortezze, ma nelle selve aveste fatta la guerra, nè v'è chi mi tolga di mente che in altri tempi non siate stato cacciatore di daini. Compagni, ricordatevi delle note che avete ascoltate. Son la chiamata del cavalier Nero, del cavaliere dal Catenaccio. Chiunque udendole non s'affretti in soccorso di lui sarà scacciato dalla nostra compagnia, e gli verrà spezzato l'arco sopra le spalle.»
«Viva il nostro capo!» sclamarono ad una voce gli arcieri. «Viva il cavalier Nero dal Catenaccio! Oh venga presto l'occasione di provargli col fatto la nostra brama d'essergli giovevoli!»
Procedè indi Locksley alla distribuzione del bottino, che venne scompartito colla massima imparzialità. Primieramente ne fu levata una decima parte a pro della chiesa, o da impiegarsi ad usi pii e caritatevoli. Altra venne serbata per impinguare quello che ivi chiamasi pubblico erario, e fu pure assegnata una porzione così a soccorrere le mogli e i figli di coloro che erano periti nell'assalto, come a far celebrar messe per le anime di tai defunti. Il rimanente andò ripartito fra gl'individui di quel consorzio, giusta il grado e il merito di ciascuno. Se per sorte occorrevano casi dubbi, o delicati sì da mettere in riguardo chi li risolvea, il capo profferiva sentenze, nelle quali erano da ammirarsi egualmente il senno e l'equità, nè trovavasi chi non si sottomettesse d'ottima voglia alle medesime. Laonde non fu lieve nel cavalier Nero la maraviglia di considerare, come uomini, posti può dirsi, in istato di ribellione contra la società, si comportassero in guisa tanto giusta e regolare, le quali cose crebbero in esso la buona opinione concetta sulla rettitudine e sull'ingegno del condottier della banda.
Poichè ciascuno ebbe presa la sua parte di bottino, il cassiere, aiutato da quattro arcieri de' più vigorosi, fece trasportare in sicuro luogo la parte che spettava alla repubblica; niuno osava toccare la decima serbata alla chiesa.
«Vorrei» disse il condottier degli arcieri «aver novelle del gioviale nostro cappellano. Non gli è mai accaduto d'assentarsi nè all'ora del benedicite, nè all'altra di partire gli spogli; poi è suo uffizio il prendere in consegna la porzion della chiesa. Mi spiace tanto più ch'egli manchi, perchè a pochi passi di qui tengo prigioniere un sant'uomo, confratello di Fra' Giocondo, e vorrei che questi mi aiutasse circa al cerimoniale da usarsi. Ma già ho paura che il nostro santo eremita, non lo vediamo più.»
«Men dorrebbe assai» soggiunse il cavalier Nero. «Gli debbo gratitudine per la ospitalità concedutami, tutta una notte da me trascorsa con lui giocondissima nella sua cella. Trasferiamci sulle rovine del castello, e così ne saprem notizie più presto.»
Il cavaliere non aveva appena pronunziate queste parole, allorchè uno strepito di gioiose grida annunziò l'arrivo dell'uomo, per cui si stava allor palpitando; nè potea dubitarsi che non foss'egli all'udir la sua voce di Stentore che soperchiava tutte le altre.
«Fate largo, miei buoni amici, fate largo tanto che passi il vostro padre spirituale e il suo prigioniere. Nobil capo, giungo a voi come un'aquila portando la preda fra' miei artigli.» E aprendosi passaggio tra le file de' compagni, che poi gli si serravano addosso, e fra scrosci di riso universale, comparve a guisa d'un trionfatore, tenendo con una mano una partigiana, e coll'altra una corda; la cui estremità terminava avvolgendosi al collo dello sciagurato Isacco d'York, che fatto più curvo dal cordoglio e dallo spavento seguiva tutto avvilito il vittorioso eremita. «Ov'è Allan-Dale?» chies'egli «voglio che componga un virelai o una ballata in mio onore. Per santa Armangilda, questo usignuolo delle paludi par che studii d'esser lontano quando vi sarebbe occasione d'impiegarne l'abilità.»
«Bravo eremita» disse Locksley «benchè sia di buon'ora, vedo che non hai mancato di sciacquarti la bocca questa mattina. Ma per il nome di san Nicola, che razza di salvaggina ne porti tu qui?»
«Un prigioniere che dovete al valore della mia lancia e della mia spada, o a dir meglio del mio arco e della mia partigiana. Ma comunque prigioniero, io l'ho liberato da un ben più tremendo servaggio. Parla, Giudeo, non t'ho io sottratto alle branche di Satanasso? Non t'ho insegnato il tuo Credo, il tuo Pater, la tua Ave Maria? Non ho passata tutta la notte a bere per la tua conversione, e a spiegarti gli articoli della nostra fede?»
«Per amor di Dio!» sclamò il povero Ebreo «nè vi sarà persona caritatevole per liberarmi dalle mani di questo matto.... oh volli dire di questo santo uomo?»
«A che giuoco giochiamo?» soggiunse in tuon minaccevole l'eremita. «Saresti tu recidivo? Ebreo, bada bene, perchè se ricadi negli antichi errori, benchè tu sia men tenero d'un porchetto di latte, cosa che m'augurerei tanto per la mia colezione, tu non hai ancora una carne sì dura da non poter essere arrostito. Sii docile Isacco, e accompagnami nel recitare un'altra volta la salutazione Angelica. Ave Maria........»
«Zitto là!» interruppe Locksley. «Non abbiam qui d'uopo di tai vostre profanazioni. Raccontane piuttosto, degno Eremita, com'è che hai fatto questo prigioniero.»
«Per san Dunstano, l'ho trovato laddove cercava mercanzia migliore di lui. Io stava passando in rassegna le cantine del castello per vedere se avessi potuto salvar qualche cosa; perchè non nego che un bicchiere d'acqua ardente bruciato con entro molta drogheria non presenti una bevanda degna d'imperatore; ma mi parea che il far troppo uso di questa sola sarebbe stata una sprecatura. Trovai quindi un bariletto di Canarie e stava per chiamare in mio aiuto qualcuno di quegli sfaccendati, che si lasciano sempre cercare quando v'è un'opera buona da farsi. Mi avvidi allora d'una porta greve, e chiusa con grande accuratezza. Ah! meditai fra me stesso: qui dentro sicuramente troverò i tesori liquidi del castello; e il cantiniere disturbato, non v'ha dubbio, nel decorso di qualche sua furfanteria, ha dimenticato la chiave alla porta. M'affrettai ad aprire, nè vidi altro se non se catene, un immenso forno, e questo cane d'ebreo, che senza farsi pregare si rendè subito prigioniero, soccorso o non soccorso. Continuai a far la visita di que' sotterranei, trascinandomi dietro tale trofeo, e avendo trovato alcune botti entro una cantina, ebbi appena il tempo di assicurarmi, dopo d'averne fatto profferire giudizio anche al mio cattivo infedele, che contenevano eccellente vino di Guascogna; allorquando si udì un fracasso spaventevole prodotto da quella parte d'edifizio tutta diroccata all'intorno di noi; laonde ci trovammo bloccati in quella caverna, nè peggio fu perchè il vôlto era forte abbastanza per resistere al peso delle rovine. Dissi allora il mio In manus, e riguardandomi disonorato, s'io abbandonava il mondo in compagnia d'un Ebreo, levai questa partigiana per ispacciarmene; ma mi venne poi in mente, che era opera migliore il ricorrere alle mie armi spirituali e dar opera a convertirlo. Che volete? Ne sieno eterne grazie a san Dunstano! la semenza è caduta su buon terreno. Mi sento solamente la testa un poco stanca dall'avere tutta notte catechizzato costui, perchè mi conveniva a quando a quando bere qualche sorsata a fine di ammollire le fauci disseccatesi a furia di far la dottrina; e Gilberto e Vibbaldo sanno bene in che stato mi hanno trovato, poichè ebbero smosse le rovine che ne attorniavano. Oh, affatto estenuato!»
«Oh sì possiamo fare testimonianza» disse Gilberto «che allorquando per la grazia di san Vittoldo fummo entrati nella cantina, dopo avere sbarazzata la scala che vi conducea, trovammo una botte vota per metà, l'Ebreo per metà morto, e il reverendo più per metà estenuato, valendosi del suo modo di dire.»
«Mentite» sclamò indignato l'ermita; «foste voi, furono i ghiottoni vostri compagni, che votaste la botte, di cui giudicai sì squisito il contenuto, che divisava serbarne una parte per farla assaporare al nostro capo. Consento d'essere considerato come un pagano, se non è verità quanto dico, e soggiugneste di volere voi pure la vostra porzione d'incerti. Ma ciò poco rileva. L'importante è che ho convertito l'Ebreo e intende le cose che gli ho spiegate al pari di me, se non anche meglio di me.»
«È egli vero, o Ebreo?» chiese Locksley «hai tu abbiurata la tua incredulità?»
«Possa io trovare misericordia presso di voi» rispose il tapino «come è vero che non ho inteso sillaba di quanto il venerabile prelato mi ha detto nel durare di questa notte tremenda. Io era talmente immerso nell'agonia del dolore e della paura, che se il nostro santo padre Abramo fosse venuto dal cielo per esortarmi, avrebbe parlato ad un sordo.»
«Tu menti, Ebreo» sclamò l'eremita «e lo sai che tu menti. Io non ti ricorderò che una tale circostanza sola del nostro colloquio. In prova della tua conversione promettesti di rinunziare tutti i tuoi beni alla chiesa.»
«Che tutti i Patriarchi m'aiutino!» sclamò Isacco più atterrito che mai. «Vi prego a convincervi, miei cari signori, che una tale promessa, io non l'ho mai fatta. Non sono che un pover'uomo, un vecchio; ho forse perduta la mia unica figlia; abbiate compassione di me, e permettetemi ch'io mi ritiri.»
«Se tu ritratti un voto fatto in favore della Santa Chiesa» disse il frate cappellano «gli è d'uopo che tu ne faccia penitenza.»
E levando la partigiana s'accinse a menargliela col manico sulla schiena; e se il colpo non vi giunse fu perchè il cavalier Nero lo parò colla sua lancia.
«Per san Tommaso di Cantorbery!» si volse a questo l'eremita «se mi fate scaldare il sangue, benchè siate tutto coperto di ferro, v'insegnerò a frammettervi solamente ne' vostri affari.»
«Non ve la prendete contro di me, bravo eremita; ricordatevi che ci giurammo fede e amicizia.»
«Non mi ricordo di nulla, e mi darete ragione dell'insulto che ora m'avete fatto.»
«Dimenticaste adunque» soggiunse il cavaliere, che parea prendesse diletto a provocare l'antico suo ospite «dimenticaste che, lasciando a parte la tentazione prodotta in voi dalla vista d'un pasticcio e d'un fiasco di vino, rompeste per amor mio il voto d'astinenza?»
«Badate, perchè non conoscete il peso d'un de' miei pugni!»
«Un vostro pugno! Nol credeste già tal regalo, ch'io non vi sapessi restituir con usura, usura sì abbondante che il vostro prigioniere non ne ha mai riscosse di tanto forti dacchè mercanteggia.»
«Gli è quanto vo' provar sull'istante.»
«Fermo là» sclamò Locksley. «Siete voi matto, ser cappellano? Una lite sotto la nostra gran quercia!»
«Non si dirà questa una lite» soggiunse il cavalier Nero; «ma bensì una prova amichevole delle nostre forze. A voi, degno eremita; menate il vostro colpo; consento a sopportarlo, purchè vogliate sottomettervi a quello che indi v'applicherò.»
«Di tutto buon grado! Foste anche Golia, andrete a misurare la terra come egli fece.»
Dette queste parole, quel gagliardo rivoltò la sua manica facendola arrivar sino al gomito, e ben serrato il pugno e con tutto il vigore del nerboruto suo braccio gli vibrò tal colpo sulla testa, che avrebbe bastato a stramazzare un bue. Ma l'emulo dell'eremita di Copmanhurst rimase fermo come scoglio, onde tutti gli arcieri misero acclamazioni di congratulazione.
«Or tocca a me» disse il Cavaliere levandosi la sua manopola. «Non voglio avere vantaggi di sorte alcuna. Vedremo se meglio riuscirò.»
«Vi cedo il riscatto di questo Ebreo se vi da l'animo farmi smover d'un pollice.»
Così favellava il cappellano assumendo tuono di non più udita intrepidezza. Ma chi è da tanto di sottrarsi al proprio destino? Il colpo del cavalier Nero ebbe tale onnipossente virtù, che a grande stupore di tutti gli astanti fe' cadere come corpo morto l'atleta.
Si rialzò tostamente non manifestando nè confusione nè collera. «Collega carissimo» diss'egli al cavaliere, «voi avreste potuto temperare un po' più la vostra botta, perchè, per san Dunstano! vi volea un cranio forte siccome il mio a non rimanere spaccato. Ma eccovi la mia mano in pegno che non farò mai più con voi di tali contratti; vedo che sarei sempre dal lato del perdere. Non si pensi omai a quello che è stato, ma piuttosto al riscatto del Giudeo, perchè già il leopardo non cambia mai pelo, e l'ebreo sarà sempre ebreo.»
«Il nostro cappellano» disse Gilberto «dopo la piccola correzione che ha avuta non fa più tanti conti sulla conversion dell'Ebreo.»
«Che cosa c'entri tu a parlare di conversioni? La subordinazione è andata a spasso da questo campo? Tutti fanno dunque i padroni? Sappi, manigoldo, che la mia testa era... sì, era estenuata dalla fatica quando ricevei il colpo del cavaliere, senza di che l'avrei sostenuto altrimenti; e se ti talenta che ricominciamo insieme la giostra, potrò farti vedere...»
«Zitto là!» sclamò Locksley «zitto là! abbiam sul tappeto altri affari. E tu, Ebreo, pensa a quello che puoi offerirne pel tuo riscatto. Non mi fa mestieri il dirti, che la tua schiatta si ha per maladetta da ogni brigata di Cristiani e che quindi la tua presenza ne incomoda. Sarai dunque condotto in luogo di sicurezza, mentre farò venire al mio cospetto un prigionere di un'altra specie. Intanto avrai tempo di meditare ai modi che hai di redimerti.»
«Trovansi fra i prigionieri molti soldati di Frondeboeuf?» chiese il cavalier Nero.
«Non ve n'è un solo, da cui si potesse sperare qualche riscatto» rispose Locksley. «Pochi poveri uomini, ai quali ho permesso d'andarsi a cercare un altro padrone! Non v'era da guadagnar nulla nel conservarli; quanto alla vendetta, ne abbiam fatto anche di troppo. Tutti insieme non valeano un quarto di scudo. Ma il prigioniere di cui vi parlo è di miglior lega; un frate che si direbbe un cicisbeo in atto di visitare la sua innamorata, a giudicarne dall'eleganza e dalla finezza della biancheria ch'egli porta. Ma ecco il degno Monsignore, più azzimato d'un cortegiano.»
E in quell'istante fu visto comparire dinanzi al soglio del capo degli arcieri il nostro antico amico Aymer, priore di Jorvaulx, cui due guardie facevano scorta.