There is no historical warrant for this attitude in this particular connection.
Courageous words! But be it noted that Pescetti’s Caesar in the presence of Antony does not wish to convey the impression of fear. He hastens to voice his scorn of treachery, even as he recounts his suspicions. This man, who prides himself on his self-command, is destined to fall an easy victim to his own vanity. His own self praise opens the way for Antony’s flattery:
“Alla fortuna, al valor tuo riserba
Quest’ alta impresa il cielo, acciocchè nulla
A tuoi gran vanti, alle tue glorie manchi: . . . . . . . . . . . O quali omai trovar si ponno al tuo
Merto conformi titoli, e cognomi?
Son vili i Magni al vincitor de’ Magni.
Al del salir convien, por man bisogna
A titoli, e a nomi de gli Dei.
Divine l’opre son, divini i fatti
Divino è il tuo valor, divini ancora
Esser vogliono i titoli, e i cognomi,
Di che la grata età t’addorni, e fregi.—Pp. 68–69. Ces.— Con quai nomi m’appelli il mondo, o quali
Titoli egli mi dia, poco mi cale.
A me basta, ch’ ei sappia, e legga, e narri
Le da me oprate cose in pace, e in guerra;
Onde ne resti la memoria viva
Al par del Sol, con cui gareggi, e giostri
Di chiarezza, e splendor la gloria mia.”—P. 69.
The dialogue has become a duet of praise, in which Antony seeks to outsing his master. Finally Caesar says,
“Delle sovrane lodi, onde m’addorni,
Molto mi pregio, ò Antonio, e con ragione,
Poscia, che vengon da colui, che, come
Scorge, così di dir hà per costume
Il vero, e in bocca hà quel, ch’egli hà nel cuore,
Ch’è così saggio, e candido, che come