«È la mia... la mia macchina» disse. «Sono John Borzak.»

Fece un gesto vago in direzione del sedile posteriore della vecchia berlina. «Mia moglie sta avendo un bambino là dentro.» Poi aggiunse, a guisa di commento: «Il mio quin­to bambino.»

«Per l’amor del Cielo! Ci mancava anche questa!» gridò Kenniston, mentre Borzak assumeva un’espressione contrita. Ma Borzak appariva talmente spaventato, che Kenniston scoppiò in una risata. Allora tutti si misero a ridere, e questo valse ad allentare la tensione nervosa.

Stando in testa alla colonna, Kenniston era fuori del pol­verone e poteva guardare avanti, verso la misteriosa città lontana. Era ancora una piccola bolla scintillante all’oriz­zonte, un piccolo punto splendente, sperduto e soffocato nel­la vasta solitudine desolata... Quanti chilometri mancavano? Tutto il vasto mondo morto, gli oceani immensi, i luoghi do­ve sorgevano le grandi città, era diventato tutto così? Era co­sì il fondo dell’Atlantico? Erano così i posti dove un tempo sorgevano New York e Parigi? Erano così anche i poli?

Erano ormai arrivati sullo stradone di cemento che porta­va all’ingresso della città. La cupola dell’ultimo rifugio del­l’uomo sulla Terra torreggiava, colossale, immensa, di fronte a loro.

Kenniston vide che gli uomini di Hubble avevano chiuso la grande porta. Quella era, naturalmente, la prima cosa da fare, per conservare il massimo calore possibile e difendere l’interno dal vento gelido. La grande porta si aprì e un uomo armato alzò le braccia in atto di saluto e sorrise. Poi saltò sul predellino della jeep per indicare la strada.

«Andate diritto per questo viale, poi voltate. Vi mostrerò la strada da percorrere. Sì, è tutto pronto. No, nessun segno di vita, sinora. Credo che qui non abiti più nessuno, nemme­no un topo.» Una pausa, poi proseguì: «Sono molto con­tento che siate venuti. Questo posto è talmente silenzioso che spaventerebbe chiunque.»

Gli altissimi, bianchi e silenziosi edifici si susseguivano da­vanti a loro, come torri gigantesche. Sembrava osservassero, coi loro milioni di occhi sbarrati, la lunghissima fila di mac­chine e autocarri polverosi che sfilavano lungo i viali deserti.

Il frastuono dei motori, enormemente ingrandito, echeg­giava e rimbalzava dalle facciate degli edifici e si ripercuote­va debolmente sotto l’altissima cupola. Il rumore di quegli echi faceva rabbrividire Kenniston.

All’infuori di tutto quel fragore meccanico, un curioso, strano silenzio si era impadronito dei nuovi venuti. Tutte le teste si sporgevano dai finestrini delle macchine, guardando attonite, esaminando l’altezza degli edifici dei quali non riu­scivano nemmeno a vedere la cima, osservando i colori e le forme che erano del tutto inconsuete per loro, in quell’in­quietante silenzio che tutto pervadeva.