Véase página [174]
S’alcun se stesso al mondo ancider lice,
Po’ che per morte al ciel tornar si crede,
Sarie ben giusto a chi con tanta fede
Vive servendo miser’ e 'nfelice.
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(Poesías, XXXVIII)
IX
Véase página [177]
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Or che nostra miseria il ciel ti tolle,
Increscati di me, che morto vivo.
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Tu se’ del morir morto e fatto divo,
Né tem’or più cangiar vita né voglia,
Che quasi senza invidia non lo scrivo.
Fortuna e 'l tempo dentro a vostra soglia
Non tenta trapassar, per cui s’adduce
Fra no’ dubbia letizia e certa doglia.
Nube non è che scuri vostra luce,
L’ore distinte a voi non fanno forza,
Caso o necessità non vi conduce.
Vostro splendor per notte non s’ammorza,
Né cresce ma’ per giorno, benché chiaro.
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Nel tuo morire el mio morire imparo,
Padre mio caro...
Non è, com’alcun crede, morte il peggio
A chi l’ultimo dì trascende al primo,
Per grazia, eterno appresso al divin seggio;
Dove, Die gratia, ti prossumo e stimo,
E spero di veder, se 'l freddo core
Mie ragion tragge dal terrestre limo.
E se tra 'l padre e 'l figlio ottimo amore
Cresce nel ciel, crescendo ogni virtute.
(Poesías, LVIII)
X