La misera moglie, impietosita, fattasi forte, prese la penna, e già stava per mettere il suo nome, quando, vedendo la faccia inferocita del marito, fu presa da un tremito convulso, e la penna le cascò di mano.
Il marito, male interpretando tale atto, fu acciecato dallo sdegno, e gridò: «Ah! voi volete il mio disonore!.... Ebbene non avrete questa soddisfazione. Voi non mi vedrete più.» E si slanciò verso l'uscio. Eugenia l'afferrò, e voleva trattenerlo, ma egli con una spinta brutale la fece rotolare sul pavimento e fuggì. Disgraziatamente, battendo del capo contro uno spigolo, si fece una larga ferita; alla vista del sangue mandò un debole grido e svenne.
Quando ritornò in sè era debolissima. Per fortuna un grumo di sangue aveva arrestato l'emorragia. Pure ebbe la forza di alzarsi, di lavare il pavimento, di pulirsi i capelli e il viso per nascondere la brutalità di suo marito. Aveva appena finito quando entrò suo padre, che tutto accorato le domandò se era successo qualcosa di grave avendo veduto Horimonte tutto stralunato ed agitato.
«Nulla padre mio.» Ma un secondo svenimento sconfessò la risposta. La ferita si riaperse, ed il sangue usci di nuovo. La fantesca corse pel medico, e dieci minuti dopo entrò con esso. Dopo aver fatto rinvenire Eugenia medicò la ferita, ed assicurò il padre sulla poca gravezza di questa, dicendo che dopo un po' di giorni sarebbe stata completamente rimarginata. Andato che fu il medico, il padre volle sapere la causa di quella ferita. Ella cercò di scusarsi dicendo che era caduta accidentalmente; ma il buon genitore, che già sospettava di qualche cosa, insistè cosi amorevolmente che Eugenia tutto gli confessò. Il padre la lodò della sua rassegnazione e ringraziò Iddio di avergli concesso una figlia sì buona, dotata di un carattere così generoso, poscia soggiunse:
«Fin troppo, figlia mia, hai sopportato i legami di quell'uomo brutale; ora questi saranno rotti per sempre, e tu vivrai ancora in grembo alla tua famiglia come quando eri zitella.»
E infatti il giorno istesso lasciò questa casa testimone di sì acerbi dolori e visse tranquilla vicina ai suoi genitori. Quel po' d'affetto che ancora restavale dell'immenso amore di quello sciagurato ben presto sfumò, e subentrò l'indignazione, ed ebbe la forza, acconsentendo alle preghiere del padre, di domandare una legittima separazione.
Dopo tre mesi però, dacchè Horimonte era fuggito, ella ricevette una lettera da lui scritta, nella quale egli domandava mille perdoni alla moglie, e la supplicava di riceverlo ancora sotto il tetto coniugale. Inutile dire che questa domanda fu lasciata senza risposta. Egli fu così vile da scriverne un'altra alla quale rispose il padre d'Eugenia in questi termini:
«I legami che esistevano un tempo tra mia figlia e voi sono oramai rotti per sempre. Noi ne abbiamo fatto il solenne giuramento. Tra poco la legge pronuncierà il suo voto. La vostra brutale e codarda condotta ci ha spinti a questo passo. Non cercate di rivederci. Per noi non dovete esistere sulla terra.
Questa lettera laconica, e pur tanto espressiva, esaspirò il nostro bellimbusto. Mai non avrebbe pensato che sua moglie così timida avesse avuta tanta forza d'energia. Invano scrisse ancora, intromise terze persone; padre e figlia furono irremovibili.
Allora disperato, vedendo che nulla poteva ottenere colle buone, bestemmiò, imprecò e giunse persino a scrivere una lettera piena di minaccie ad Eugenia.