Passarono nello studio ovʼerano schierati vari ritratti.
—Hai dunque molto a fare? chiese Ermanno.
—Moltissimo, non so più ove voltarmi; e siccome penso anche a divertirmi alquanto, così la sollecitudine nel lavoro, non è il mio forte.
—E quando farai il ritratto di Laura?
—Ci sono già appresso; terminai quello della madre, ed ho subito cominciato lʼaltro. Le farò un ritratto monstre, come se lo merita quella bella testolina. Ne farò due, uno per te... glie lʼho già detto.
—Ciò non era necessario.
—Perchè no? mio caro, sapeva di farle piacere. Sta certo che me ne intendo io... mi fece un certo visino di ringraziamento quando glie lo dissi! Spero dʼaltronde che ciò non ti farà ingelosire. Intanto prima di tutto facciamo colazione, e poi non dobbiamo dimenticare che in questo momento il cuore della povera giovinetta palpiterà per incertezza, e non è bene lasciarla in unʼansia così crudele.—Animo dunque, sbrighiamoci, giacchè vedo che lʼaria di Milano ti stordisce.
—Abita lontano di qui il signor Ramati?
—Dieci minuti di cammino.
Poco dopo i due amici discendevano nella via. Paolo era allegro, e cantarellava con aria molto soddisfatta; Ermanno invece era molto preoccupato; dopo di aver tanto desiderato quel momento, si sentiva agitato ed inquieto, come se si trovasse in grande imbarazzo.—Lʼidea che fra brevi minuti egli la vedrebbe, che il suo desiderio più ardente stava per essere appagato; il timore di non trovare in quella prima visita quelle dolcezze che si era ripromesse, lo turbavano assai, e camminava macchinalmente seguendo lʼamico che lasciavalo a suo bellʼagio meditare.