IL
LIBRO DI SIDRAC
La provedenza di Dio padre tutto possente è stato dal cominciamento del mondo, e sarà sanza fine, di governare tutte le sue creature spirituali, alle quali egli à promesso di dare lo paradiso [(15)], se per loro non rimane; e vuole [(16)] ispargiere la sua grazia per l'universo mondo, perchè le genti possano [(17)] meglio vivere in questo mondo; per la qual cosa e' possano pervenire a quella gloria che mai non avrà fine. La misericordia di Dio fu istabilimento de' patriarchi, che furono al tenpo d'Adamo infino [(18)] al tenpo di Moysè, che insegniavano vivere alle genti secondo i vizii [(19)] che allora erano; e tutti quelli che manteneano i loro usi sono altressì salvi, come egli furono; e quelli che contrario feciono, ebono lo contrario, perciò che trapassarono lo comandamento di Dio e de' suoi ministri che allora erano. Lo giorno della sua rexuressione dimorarono in inferno, e furono riconfermati per tutti tenpi, e non furono delli compagni [(20)] de' ministri del figliuolo di Dio, perciò che non feciero gli suoi comandamenti. Lo giudicamento del nostro Signore, ciò fu quando mandò il diluvio [(21)], non fu per altra cosa, se non per abondanzia de' peccati, che allora erano per l'universo mondo. E dopo lo diluvio Noe e la moglie e figliuoli colle loro mogli abitavano in terra, incominciarono [(22)] a fare e a stabilire lo comandamento di Dio, secondo l'usagio [(23)]. Iddio diè loro la perfezione di cresciere e multiplicare; uno degli figliuoli di Noe ch'ebe nome Giafet, di gieneratione in gieneratione, che di lui naquero, mantennero la fede di Dio, siccome Noe loro padre facea [(24)]. E Idio per la sua misericordia [(25)] volle mostrare lo grande amore ch'egli avea nella generatione di Giafet, figlio [(26)] di Noe: si fece nasciere uno uomo di quella medesima ingenerazione, lo quale ebe nome Sidracho [(27)], lo quale Sidracho fue pieno di tutte le scienzie [(28)] che furono dal cominciamento del mondo insino al suo tenpo. Questo Sidrach fu dopo la morte di Noe anni DCCCXLVII; e anche seppe, come piacque a Dio, dal suo tenpo insino alla fine del mondo. Questo Sidrac Idio gli degnò per la sua gran dimostranza la forma della sua sancta trinitade, [(29)] acciò ched e' fosse anunziatore [(30)] all'altre [(31)] genti che dopo lui deono venire. E egli fu bene cosa conosciuta che dimostrò la forma e la figura della trinitade, per lo comandamento di Dio, a uno re miscredente, lo quale ebe nome lo re Botozo [(32)]. Mostrogliele per convertirlo [(33)] alla fede di Dio padre onipotente, perciò che questo re adorava prima gl'idoli [(34)]; e alla fine egli lo convertì, lui e altra assai giente, siccome è scritto innanzi. Questo Sidrach ebe grazia da Dio di sapere gli nove ordini degli angioli che sono in cielo, e di che serve ciascuno ordine; e di sapere la storlomia e del fermamento, delle pianete e delle stelle, e de' segni dell'ore e de' punti; e di sapere tutte cose terrene e tenporali, e di tutte cose del mondo, come conterà [(35)] per innanzi.
Or avenne al tenpo di questo re Botozzo ch'egli avea mandato chiegendo questo Sidrach allo re Trattabar [(36)], però che Sidrach era filosafo di questo re Tractabar; e mandollo chiedendo per alcuno bisognio ch'egli avea di lui, siccome voi udirete innanzi, perciò che non è bene a contare le cose due volte, noi ne passeremo brievemente, per lo migliore modo che noi sapremo, colla grazia di Dio [(37)]. Lo re Botoczo richiese lo filosafo molto di quistioni, ch'egli disiderava di sapere, e non trovava uomo che ne gli sapesse dire; ma Sidrach ne gli spianò [(38)] a diritto e a ragione, di ciò che lo re lo domandò: delle qua' cose gli piacquero molto, e feciene fare uno libro di quelle medesime quistioni, cioè questo libro [(39)]. E questo libro venne poi d'una mano in altra, tanto ch'egli venne alle mani, dopo la morte dello re Botozo, a uno grande uomo: sì che questo uomo da indi a certo tenpo lo volle ardere, per lo consiglio del diavolo [(40)]; e Idio non volle che ardesse, anzi lo fece venire alle mani d'uno re ch'avea nome Mandriano [(41)]; e poi venne alle mani d'uno grande prencipe [(42)] de' cavalieri di Soria, lo quale era lebbroso, lo quale avea nome Marna [(43)]; e sì lo tenea molto caro. Questo Marna guarì detta lebbra al fiume Giordano. Da indi a grande tenpo non potè essere trovato. E dopo la venuta del nostro Signore, per la volontà di Dio, che non volle ch'egli fosse perduto di tutto in tutto [(44)], si venne al podere [(45)] d'uno buono uomo greco [(46)], che fu arcivescovo di Fabastora [(47)], che all'antico tenpo si chiamava Samaria. E quello arcivescovo avea nome Iovazil [(48)], il quale fu [(49)] buono cristiano, e ebe uno cherico ch'ebe nome Dimito [(50)]; e l'arcivescovo lo mandò in Ispagnia a predicare la fede di Jesu Cristo; e portò con seco quello libro, e alla fine morì in Tolletta [(51)]. E questo libro [(52)] dimorò colà uno grande tenpo. E poi venne la chiericeria [(53)] in Tolletta, e trovò questo libro, e sì lo traslataro di grecesco in gramatica [(54)]. E lo re di Spagnia udì parlare di questo libro, e ordinò ch'egli l'ebbe [(55)], e tennelo molto caro [(56)]. E lo re di Tunisi [(57)] che a quello tenpo era, udì parlare per bocca di suoi anbasciadori di questo libro, mandò pregando lo re di Spagna che, per liberale gratia, gli mandasse quello libro; e lo re di Spagna lo fecie traslatare di gramatica in francesco [(58)], e si gliele mandò [(59)]. Ora venne che al tenpo che lo 'nperadore Federigo regniava, era uno re in Tunisi che lo leggieva, e usavalo molto, onde n'era tenuto molto savio, per le grandi quistioni che facea alle genti, e per le buone risposte [(60)] che facea di ciò che altri lo domandava. Lo 'nperadore Federigo avea anbasciadori in quel tenpo nella corte del re di Tunisi; e gli anbasciadori maravigliandosi [(61)], vedendo tanta iscienzia, onde potea venire, fu loro detto che lo re avea nel suo tesoro uno libro, e lo re di Spagna l'avea mandato a' suoi anticiessori, e di quello libro sapea tutte le scienzie. Ora venne che gli anbasciadori tornarono allo 'nperadore, e contarogli la bontà di quello libro, onde fu molto intalentato di volerlo. Allora mandò uno anbasciadore al re di Tunisi, che per liberale grazia gli mandasse quello libro. E lo re di Tunisi gli mandò a dire, che gli mandasse uno cherico che sapesse grammatica e 'l saracinesco. E lo 'nperadore gli mandò uno frate minore, ch'avea nome frate Ruggieri [(62)] di Palermo. Quelli lo traslatò di saracinesco in gramatica: onde lo 'nperadore Federigo ne fu molto allegro, e molto lo tenne caro. Nella corte dello 'nperadore avea uno uomo molto savio, lo quale avea nome Codici Pisolatico [(63)], ed era d'Antioccia [(64)], e fu molto amato dallo 'nperadore. E quando egli udì parlare di questo libro, si pensò molto com'egli lo potesse avere: tanto promise e donò al camarlingo [(65)] dello 'nperadore, che gliel diede; l'asenprò, e scrisselo privatamente, che niuno lo sapea. E da indi a certo tenpo Codici [(66)] folosafo lo mandò in donamento [(67)] al patriarca Uberto d'Antioccia [(68)]. Quando il patriarca l'ebbe, il tenne molto caro, e usollo tutto il tenpo della sua vita. Egli avea uno suo cherico, ch'avea nome Giovanni Petro di Leone [(69)]; questi exenprò [(70)] questo libro, e andossene in Tolletto. In questo modo rivenne indietro in Tolletto; e di quello si traslatò molti buoni libri, de' quali ciascuno [(71)] no gli puote avere [(72)]. Da qui innanzi noi non sapiamo alle cui mani egli si verrà, nè dee venire; ma preghiamo Idio lo creatore, ch'egli possa venire alle mani di tali genti, ch'egli lo possano ritenere e intendere, alla salvatione dell'anima e del corpo [(73)].
Al tenpo dello re Botozo del Levante, re d'una grande provincia che è tra Persia [(74)] e India (la qual provincia si chiama Botenes, [(75)] lo quale re ora chiamato Botozzo, regnò dopo la morte di Noe DCCCXLVII anni [(76)]), e' voleva fondare una città all'entrata d'India, per guerreggiare [(77)] uno suo nimico re, ch'era contra lui, e teneva una grande partita d'India, e avea nome re Garabo [(78)]. Sicchè questo re Botozo fece fondare una torre per edificare una città, all'entrata della terra dello re Garabo. E la torre fu cominciata a grande gioia e festa, e lavoraro una grande partita del giorno, ma la mattina trovaro tutto abattuto lo lavorio. Quando lo re lo vide, fu molto dolente, e tostamente fece ricominciare lo lavorio di capo [(79)]. E l'altra mattina ogni cosa [(80)] si trovò abattuto, e lo re di ciò molto s'adirò. Questo gli avenne ciascuno giorno, bene sette mesi. E lo re Botoczo, vegendo questo, fece ragunare tutti i suoi savi, e domandò in qual modo potesse fare lavorare in quella sua torre e in quella città, che ella non rovinasse. E sopra quella domanda, gli fu dato consiglio che egli mandasse cercando per tutti gl'indovini e astrolaghi della sua terra. E lo re ordinò siccome coloro gli dissono; e fra venticinque giorni furono venuti a lui, e furono LXXXVIIIJ. Lo re Botozzo gli ricievette a grande gioia, e fecegli riposare tre giorni, e al quarto giorno se gli fece venire innanzi, e disse: signori, io v'ò fatto venire dinanzi a me, per farvi asapere quello ch'io vi dirò. Io sono lo maggiore re di tutto lo Levante, e tutti i re di queste parti sono venuti sotto me; ma e' ci [(81)] à uno re, che à nome Gharabo re d'India, questi non vuole venire sotto me, e io non posso entrare in sua terra, perchè à troppo forte entrata; e fummi dato per consiglio ch'io facessi una città all'entrata di sua terra, per poterlo meglio guerregiare [(82)]; e io incominciava una torre per edificare la città; e òlla incominciata già fa sette mesi, e non si può conpiere, e ciò che si lavora lo giorno, la notte e la mattina si truova abattuto [(83)]. Laonde io ne sono molto cruccioso, e molto mi grava, che le novelle andranno al mio nimico, che io non posso conpiere una città in sua terra. E per questo i' ò mandato caendo [(84)], per avere il vostro consiglio: ond'io vi priego tutti comunalmente, che voi mi diate tale consiglio, che io possa conpiere questa città; e io vi prometto, per lo mio idio, ch'io farò a tutti voi grande bene: chè, se tutto il mondo fosse mio, io non avrei tale allegreza, come vendicarmi dello re Gharabo. Quando lo re Botozo ebe finita sua diceria [(85)], si rispuosono tutti i savi comunalmente ad una boce, e dissono: messere, noi faremo tal cosa che a voi tornerà onore e gioia, e vendetta del vostro nimico; e non vogliamo avere termine più che XL dì, per aoperare la nostra arte, e vogliamo istare tutti in uno luogo [(86)]. Quando lo re udì questo, fu molto allegro; e mandogli in uno luogo ch'era pieno di molta verdura, e comandò che fossono serviti come il suo corpo, e fosse loro dato ciò che adomandassero. E stando in questo luogo, incominciaron adoperare la loro arte; e alla fine di XL giorni mandarono diciendo al re ch'egli aveano conpiuto lo suo servigio, e ch'egli voleano andare inanzi [(87)]. Quando lo re lo 'ntese, n'ebbe grande allegreza, e fecesegli venire davanti con grande gioia, e domandogli come aveano facto; e que' rispuosono a una boce e dissono: messere lo re, fatevi di buona voglia [(88)], chè 'l vostro intendimento è conpiuto; e da cotale giorno passati li XXV dì della luna, ed a l'ora che noi incomincieremo e dallo punto, sì ve lo diremo [(89)], e allora fate cominciare la torre, e noi vi saremo [(90)]. Quando lo re udì questo, ne fu molto allegro, e ringraziogli tutti. E quando venne lo giorno del termine, egli furono al lavorio. Quando fue otta di lavorare, egli cominciarono a grande festa e allegrezza a lavorare, e tutto lo giorno lavorarono. Quando venne la notte e' savi feciono stare grande luminaria, per guardia della torre, e gli uomini con questa luminaria vi rimaseno a guardare [(91)], e lo re coll'altra gente s'andarono a dormire con grande allegreza. E quando venne la mattina trovarono abattuto tutto lo lavorio, in terra, e la novella andò allo re; e quando lo re lo 'ntese ne fu molto cruccioso, e venne allo lavorio; e quando vide lo lavorio abattuto, n'ebe gran doglia al cuore, e fece venire i savi dinanzi da lui, e disse: è questa la promessa che voi mi facesti? E' savi non sepono che si rispondere. E lo re disse: per lo mio idio, io vi rimanderò in tale luogo, che sarà molto reo per voi, e non uscirete [(92)] infino che la città non sarà conpiuta. E fecegli mettere in una prigione; e fu facto suo comandamento, e questa fue la primaia prigione, secondo che ne parlano le scritture. E le novelle n'andaron allo re Gharabo, come lo re Botozo non potea fare per arte, nè per ingegnio [(93)] nè per niuno modo conpiere una torre: onde n'ebe allegreza grandissima, e mandogli una pistola allo re Botozo, e diceva così: Re Botozo, salute dalla parte di noi re Gharabo. Noi abiamo inteso che voi volete edificare una torre all'entrata di nostra terra, e sì v'avete ispeso molto del vostro avere, e non avete potuto conpiere una torre, nè per arte nè per altro avere. Ma noi vi mandiamo dicendo che, se voi ci volete dare la vostra figliuola a moglie, noi vi lascieremo fondare la torre. Quando lo re Botozo intese la pistola, egli ne fu molto cruccioso, e fece tagliare la testa allo anbasciadore che la recava; e poi fece gridare uno bando [(94)] nella sua terra, che chiunque gli sapesse dare consiglio da conpiere la città, egli gli darebe la sua figliuola per moglie, e mezo il suo tesoro, e questo giurerà sopra lo suo idio. E dopo questo bando, a dieci giorni, venne a lui uno vecchio uomo, e disse: messere lo re, io sono venuto a voi per darvi consiglio di conpiere questa vostra torre, che voi avete inpresa a fare; e io non voglio vostra figliuola nè vostro tesoro, ma voi mi giurerete di farmi alcuno bene. Quando lo re lo 'ntese, fu molto allegro; e lo re gli giurò sopra lo suo idio di fargli bene, se la città si conpiesse. E lo vecchio disse: mandate allo re Trattabar [(95)], per lo libro suo della strologia, che fu di Noe, nel quale è scritto lo 'nsegnamento dell'angelo del suo Idio, che quello libro fu lasciato a uno de' figliuoli di Noe magiore [(96)]. Noe ebe tre figliuoli: l'uno ebe nome Sem, l'altro Giafet. L'altro nome non è da mentovare, che lo padre lo maladisse, e tornò di bianco in nero. Quello libro venne da uno re in altro [(97)], tanto che venne alle mani dello re Trattabar. E pregate che vi mandi lo libro e lo suo astrologo Sidrac [(98)], perciò ch'egli è molto savio uomo, e sa molto dell'arte della strologia. Sidracho vi darà consiglio di vendicarvi sopra lo vostro nimico, e di conpiere la città. Quando egli l'ebbe inteso, ebe di ciò grande allegreza, e fece aparechiare uno bello e ricco presente, e fece fare una pistola che dicea così: Noi Botozo re vi mandiamo fortemente salutando alla vostra signoria, re Trattabero, come signore e amico [(99)]. Mandianvi pregando che voi facciate per noi, come voi voleste che facessimo per voi. Noi vi mandiamo pregando che voi ci mandiate lo libro della strologia, che fu di Noe, conciosia cosa che noi n'abiamo grande bisogno; e mandate con esso il vostro filosafo Sidrac; e con questa pistola mandiamo il detto presente. Lo messo si mise per cammino, come piacque a Dio, e fu capitato allo re Trattabar, e apresentogli la pistola e 'l presente; e lo re lo ricevette volentieri, con grande allegreza, e poi disse al messo: io ò grande allegrezza, quando messer lo re Botozo m'à mandate sue lettere [(100)]. E egli m'à mandato chiegendo uno mio libro che fu de' miei anticessori; e prima fu di Noe; e parla d'una cosa ch'è in una montagnia, che chi ne potesse avere, tornerebe al mondo grande prode [(101)]. E lo mio padre si mise ad andare su per quella montagnia, ma egli none potè venire a capo del suo disiderio. Ma io credo bene che lo re Botozo ne potrà venire a capo egli, ch'egli à molto grande podere, ch'egli è uno de' grandi re che sia nel Levante. E allora mandò lo libro, e Sidrac con esso, e una pistola che contenea così: Noi re Trattabar ringraziamo altamente voi, re Botozo, del vostro onore e del vostro domandamento. Noi e la nostra terra è [(102)] al vostro comandamento. Noi vi mandiamo lo libro e Sidrac nostro filosafo. E cavalcò tanto [(103)] che giunse al palagio del re Botozo.
Quando lo re Botozo vide questo, egli ricevette lo libro e Sidrac con grande allegreza, e cominciò a contare a Sidrac lo suo bisogno, e dissegli come gli era incontrato. E Sidrac gli rispuose, e disse: messere, questa terra è incantata, e niuna forteza vi si potrà fare, se gli incantamenti non si disfanno; e io ò tale consiglio, che io gli disfarò. E lo re ebe di ciò grande allegreza, e molto lo pregò che pensasse sopra questo fatto. E Sidrac rispuose: messere, noi troveremo in questo libro del mio signore, che fu prima di Noe, che uno agnolo del suo Idio gli avea insegniata una montagna e una contrada della profonda India, la quale si chiama la montagna verde del corbo; là ove Noe mandò lo corbo, per iscoprire la terra, al tenpo del diluvio; e egli trovò carogna, e egli si puose sopr'essa [(104)]. Quella montagna è lunga quattro giornate e larga tre, e su v'abita una gente che sono a nostra fazione [(105)] di corpo, ma lo volto [(106)] loro ànno facto a maniera di cane. Quella montagnia è presso allo regno femminoro [(107)], là ove uomo non puote vivere; e si à in quella montagna dodici migliaia di maniere d'erbe: le quattro milia fanno profitto, e l'altre quattro milia fanno danno [(108)], e l'altre quattro milia non fanno nè prode nè danno. E anche v'à dodici maniere d'acqua, che si ragunano in uno luogo dodici volte l'anno, e abeverano [(109)] tutta la terra e tutte quelle erbe. E se voi volete andare in su quello monte per avere di quelle erbe, voi potrete fare de' vostri nimici quello che voi vorrete, e sì conpierete vostro disio. Quando lo re intese Sidrac, si ne fu molto allegro; e disse che, se dovesse perdere tutto quello ch'egli à, sì conviene ch'egli abia dell'erbe di quella montagna. E al terzo giorno montò a cavallo colla sua gente, e misesi a cammino; e tanto cavalcaro, che al decimo giorno fu a piè della montagna. E gli volti de' cani si misono a difendere la loro terra, e sconfissono lo re Botozo malamente; e poi anche risalirono, e furono sconfitti alla montagnia. E i volti de' cani un'altra volta saliro la montagna. E lo re iscese a terra della montagna, e mandò per soccorso; e gli venne grande aiuto. E poi per grande forza e vigore sconfissono i volti de' cani, e uccisono molti di loro. E poi si riposarono otto giorni, e alla per fine ebono la terra. Lo re Botozo era miscredente, e non credea nel suo Criatore, anzi credea e adorava gl'idoli. Sidrac credeva e adorava Idio padre onipotente, che fatto l'aveva, e osserva gli suoi comandamenti. E lo re Botozo facea portare, là ovunque [(110)] andava, l'idoli [(111)], ciascuno in su grande sedia: e sì erano d'oro e d'argento; e una idola [(112)] v'era, ch'era adornata di grande riccheze, e era posta a sedere più alta che niuna dell'altre. Lo re fece aparecchiare bestiame, per fare sacrificio agli suoi idoli, e avea fatti suoi padiglioni; e là entro tenea questi idoli, spezialmente nel suo. E poi prese Sidrac per la mano, e menollo allo suo padiglione, con grande compagnia di gente; e poi comandò che uno montone fosse recato; e recato che fu, e egli prese uno coltello, e dicollò lo montone dinanzi al grande idolo; e ciascuno della sua gente, secondo che avea lo podere, uccidea una bestia, e gittavala [(113)] d'intorno a quelle ydole; e poi l'ardevano tutto. Per questo modo faceano sacrificio agl'idoli. E Sidrach che vide questo, forte se ne maravigliò, e molto ne fu dolente. E lo re lo fece chiamare, e disse: Sidrac, fa sacrificio al mio iddio, ch'è buono e ricco. E Sidrac rispuose con grande cruccio, e disse: messere, non farò; anzi farò sacrificio al mio Idio, ch'è possente sopra tutti, e è creatore del cielo e della terra, e è quelli che fece Adamo e Eva, e tutte l'altre cose che ci sono. E quando lo re udì dire questo, egli ne fu molto crucciato, e disse: che di' tu del mio idio? Dico, disse Sidrac, ch'egli è malvagio; e è dimonio che v'à legato [(114)], voi e la vostra giente, e per voi distruggiere; e se voi mi vorrete credere, voi no gli crederrete; anzi lo farete disfare; chè idio ch'è fatto per mano d'uomo, non si dee adorare nè credere. E lo re avendolo inteso, ne fu molto crucciato, avendo udito tanto dispregiare lo suo idolo. Allora se lo fece recare davanti con grande cruccio, e disse a Sidrac: come ài [(115)] tu dispregiato così ricco idio e così bello come questo? Perchè non si dee adorare e credergli? E Sidrac gli rispuose: certo a cotale idio non è da adorare nè da onorare; me' [(116)] è da ontare e da vituperare [(117)]. Ma lo mio Idio, che creò lo cielo e la terra e l'altre cose che sono, si dee adorare e onorare, lo suo nome sacrificare [(118)]. Lo re Botozo fu molto crucciato, e disse: che è lo tuo Idio? E egli rispuose: lo mio Iddio è criatore del cielo e della terra. E lo re disse: come è egli fatto e di che? Certo, disse Sidrac, lo mio Iddio è una ispirituale sustanzia, e sì è di sì gran biltà [(119)], che angeli che risplendono sette cotanti che 'l sole di biltade, tutto tenpo disiderano lui vedere [(120)]. E lo re si crucciò molto forte, e fece venire due degli suoi savi, per disputare con Sidrac. E incominciarono a mostrargli la loro miscredenza. E Sidrac tutti gli vincieva di loro quistionare, e tuttavia mostrava loro la potenzia di Dio padre onnipotente. E li miscredenti dissono: vedi lo tuo Idio altressì come noi vegiamo lo nostro? Sidrac rispose, si [(121)]. Allora dissono gli miscredenti: priega lo tuo Idio, e noi pregheremo lo nostro, e ciascuno faccia la sua preghiera. E poi gli miscredenti recarono incenso, e incensarono lo loro iddio; e poi feciono orazione, e dissono così: Noi vi preghiamo che voi non sofferiate che Sidrac per li suoi incantamenti vinca [(122)] la nostra credenza. E allora parlò lo diavolo dentro dall'idola, e disse ad alta boce: prendete quello incantatore Sidrac, e tagliatelo in quattro pezzi, veggendo tutti quelli dell'oste. E Sidrac avea isguardato [(123)] lo cielo, e fatto questa preghiera che io conterò: Signore Idio, che se' Iddio d'Adamo e d'Eva e di Noè e mio, che formasti cielo e terra, io credo in voi e nella vostra podestà; io vi priego che voi degniate di mostrare vostra potenzia, veggente questi miscredenti [(124)], e che lo diavolo non abia podere, là ove lo vostro nome sia nominato. E li miscredenti che udirono lo comandamento del che diavolo, che dentro all'idola era [(125)], che 'l teneano per loro idio, sì se ne mossono [(126)] ben cinquanta degli uomini, per prendere Sidrac. E incontanente discese da cielo una folgore, e percosse in su quello ydolo che teneano per loro iddio, e arselo a modo di cienere [(127)]; e così arsono gli uomini ch'erano iti per prendere Sidrac. E lo dimonio si partì dell'idola, faccendo sì grande grida, ch'egli ispaventò tutti quelli che là erano. E quando lo re vide questo, fu di ciò molto crucciato, vedendo arso lo suo iddio e la sua gente; e comandò che Sidrac fosse preso, e legate le mani e piedi, e che fosse ben guardato. E dopo questo, dimorarono in su quella montagnia da otto giorni, e non sapeano che si fare in su quella montagna, come quelli che vedeano lume cogli occhi, e erano ciechi della mente. Lo re Botozo pensò quello che egli avesse a fare, e conobe in suo proponimento che, s'egli non avesse il consiglio di Sidrac, ch'egli era isconsigliato [(128)]. Allora fece ragunare tutti i suoi savi, e loro domandò consiglio. Disse lo re: signori, quelli che ci à condotto insino a qui, per lo cui senno noi ci siamo venuti, àe molto fallato, e beffato lo nostro iddio e arso e confuso; e non sapiamo [(129)] se questo si fosse adivenuto per forza d'arte o per lo suo iddio [(130)]; ma, in qualunque maniera sia, noi pure abiamo perduto lo nostro iddio e la sua grande ricchezza; però vi priego che voi guardiate quello che noi abiamo a fare in questo istrano paese, ove noi siamo. Quando lo re ebe finita sua diceria, e li savi cominciarono a consigliare lo re. L'uno dicea: facciamo onore [(131)] a questo incantatore Sidrac, tanto che noi abiamo fornita la nostra bisognia, e potrenci vendicare de' nostri nimici: chè sanza lui non potremo noi fare nulla; e farello ardere e a mala morte poscia morire, come fecie lo nostro [(132)] iddio, lo quale egli à così distrutto; e poi ritorneremo nella nostra terra. E chi dava uno consiglio e chi dava un altro. Egli s'acordarono tutti al primo consiglio. E poi lo re mandò dieci delli suoi savi a Sidrac, là ove egli era legato e guardato, come detto è, e sì gli dicono: Sidrac, lo re ti manda comandando che tu ubidisca i suoi comandamenti, e elli ti perdonerà quello che tu ài fatto verso lo suo idio. E Sidrac rispuose, e disse che di quello non gli chiedeva perdonanza; e poi anche disse: ditegli che, se egli vuole ch'io compia lo suo servigio, ch'egli si creda in Dio padre onipotente, creatore del cielo e della terra, e ubidisca i suoi comandamenti; e io gli mosterrò chiaramente le potentissime e le graziosissime cose del cielo. E gli messaggi tornarono al re, e si gli dissono la risposta di Sidrac; e lo re di ciò fue molto crucciato, e comandò che fosse lasciato istare così legato in prigione X giorni. E in capo di X giorni lo re gli mandò quelle medesime parole [(133)] di prima. Sidrac simigliantemente come di prima gli rispuose. E quando lo re vide che non poteva altro fare, e egli e la sua gente era isconsigliato [(134)], che niuno perfetto consiglio non aveano, se Sidrac non vi fosse, si mandò per lui, e fecelo diliberare de' legami. E Sidrac venne a lui, e disse: voi m'avete fatto venire qui dinanzi a voi, non so perchè cagione neanche, che in verità, per lo mio Idio vero del cielo, ch'è possente sopra tutte le cose e sopra gli tuoi idii e sopra tutto lo mondo, ch'io gli ò fatto una promessa: che per me nè per lo mio consiglio lo tuo bisogno non sarà facto, nè per dono nè per parole che tu mi sapi dire o fare; anzi ti lascierò perire, te con tutta tua gente, in su questa montagnia, e non avrai aiuto nè consiglio, nè chi [(135)] te lo sappia dare, se non il solo Idio; e, se a lui piace, egli ti darà il consiglio, o per me, ch'io ti consigli io, o per altrui che a lui piaccia. E se di tutto questo tu vuogli iscampare, tu e la tua gente, e avere lo tuo disio, sì ti conviene credere in Dio del cielo, e ubidire i suoi comandamenti, e disfare e rinegare i tuoi idii, i quali sono alberghi e abitacoli del diavolo, il quale Idio cacciò di cielo per lo suo argoglio [(136)]. Quando lo re Botozo udì tanto dispregiare e avilire i suoi idii, cui egli tanto amava e onorava, sì gli disse, per grande cruccio: tu non mi saprai tanto i miei idii avilire, che io allo tuo perciò creda, se di lui o da lui alcuna certezza non ne veggio, apertamente. Ciò ti mosterrò io bene, disse Sidrac. E lo re disse: ora lo mi mostra, e io crederò nel tuo Iddio. E Sidrac si trasse uno poco in disparte, e riguardò verso il cielo, e fece questa preghiera: Messere Domenedio, piatoso padre e udevole [(137)], criatore del cielo e della terra, che creasti cielo e terra e acqua, e creasti gli angioli dentro dal cielo, e a loro donasti biltà e sapienzia e allegreza e spirito sanza corpo [(138)], messere, quelli malvagi si innorgoglirono e rubelloronsi da voi; per la loro cupidenzia [(139)] seguitarono Setanasso; e la vostra umiltà disciese in terra, e formaste tutte le cose corporali, e l'altre che ci sono, e formasti Adamo di terra, e gli donasti spirito di vita; e poi formasti Eva della sua diritta costa; priegoti che mi debi mandare, per la tua santa pietade, la tua sancta grazia, sicchè io possa vinciere lo nemico crudele, e fare tornare questi miscredenti allo tuo sancto nome. Quando egli ebe finita la sua preghiera, e un angelo disciese da cielo, e venne a lui e disse: Sidrac, Iddio à udita la tua preghiera, sicchè tu confonderai lo nimico e lo suo podere; e la grazia di Dio è isciesa in te, sicchè tu saprai mostrare a questi miscredenti dal cominciamento del mondo infino alla venuta del verace profeta figliuolo di Dio; e anche saprai mostrare infino alla venuta del falso profeta figliuolo di Satanas; e anche saprai mostrare infino alla fine del mondo. Piglia uno vasello [(140)] di terra, e asettalo [(141)] in su tre legni, al nome della sancta trinità, padre e figliuolo e spirito sancto, tre persone in uno Idio [(142)]; e enpi lo vasello d'acqua, e poi vedrai la vertude di Dio, e mostralo a questi miscredenti. E allora l'agnolo si partì. E Sidrac venne verso lo re, e disse: messere lo re, io vi mosterrò la potenzia del mio buono Idio. E lo re disse, con grande cruccio: mostralomi, che voglio vedere s'egli è migliore che 'l mio. E Sidrac fece recare uno vasello di terra, e fecielo enpiere d'acqua, e si lo puose [(143)] in su tre legni [(144)], siccome l'agnolo gl'insegnò. E incontanente vide l'onbra della santa trinitade, ed una boce si gridò ad alti [(145)], e disse: re Botozo, guarda nell'acqua del vasello, e vedrai lo verace Idio, re di tutto il mondo. E lo re venne con grande ira, e riguardò nell'acqua, e vide l'onbra della santa trinitade, padre e figlio e spirito sancto, in una sedia [(146)], e gli angeli cantando e glorificando lo padre e lo figliuolo e lo spirito sancto. Era lo figliuolo col padre, e tutti e tre erano uno [(147)]. Quando lo re vide questo, ebene grande allegreza, e parveli [(148)] essere in gloria. E allora disse lo re: Sidrac, io credo nel tuo Iddio, e in quello ch'è di lui e fu e sarà; ma io ti priego che tu mi dichi come egli sono tre. Disse Sidrac: messere, questa è la sancta trinitade, ed è padre, figlio e spirito sancto, e sono tre persone e uno Idio. Disse lo re: come conversan'eglino insieme? Messere, disse Sidrac, come lo sole, ch'e tre cose in uno: la prima è la sustanzia, la seconda è lo chiarore, la terza è lo calore. La proprietà, cioè la sustanzia, si è lo padre, e la chiarità si è lo figliuolo, e lo calore si è lo sancto spirito. Queste sono tre cose in una; altressì possono essere tre in uno Idio. Quando Sidrac ebe tosto detta questa ragione, molto piacque allo re, e ebene grande allegreza, e gridò ad alta boce: Io adoro e credo nello Idio di Sidrac, padre e figlio e sancto spirito, tre persone in uno Idio [(149)], e sancta trinitade. Quando ebe questo detto, la sua gente se ne crucciò molto, e giurarono tutti la morte di Sidrac; e consigliaronsi una partita [(150)] insieme, e dissono: lo nostro re à perduto lo senno, e Sidrac lo 'ncantatore l'à ingannato, e àgli fatto rinegare lo suo buono iddio, e di suo padre e di suo avolo. E vennono a lui e dissono: male ài fatto; la tua gente è malamente crucciata [(151)] verso di te, di quello che voi avete fatto, e creduto a quello incantatore Sidrac; chè gli suoi incantamenti ànno disfatto lo tuo buono idio; e te à fatto rinegare i tuoi buoni idii, del tuo padre e del tuo avolo. E lo re rispuose e disse: io ò lasciato la bruttura e preso lo fino oro [(152)]; che lo mio padre e li miei anticessori e io avavamo malvagio Idio; ma Sidrac m'à mostrato lo chiarore del mondo; e insino a qui ò avuto ria credenza; e da ora inanzi io non avrò altro Idio, se non colui che creò lo cielo e la terra; e, se a lui piace, nella sua credenza voglio vivere e morire, e lui voglio adorare e sacrificare, e non altro Idio che lui. Di questa risposta si crucciò molto la gente sua, che d'intorno a lui erano; e tornarono indrieto, e consigliaronsi insieme d'avere savi che quistionassono con Sidrac; e elessono quattro, i più savi uomini dell'oste, che lo mattassero [(153)], acciò che lo re tornasse alla sua credenza. E vennono allo re, dissono che voleano disputare con Sidrac. E lo re di ciò molto si contentò, e Sidrac. E allora cominciarono a disputare insieme, e dimostravano la loro miscredenza; e Sidrac mostrò loro la potenza di Dio, e come fece lo cielo e la terra e lo sole e la luna e tutte l'altre cose ch'al mondo sono; sicchè coloro non si poteano difendere da lui; ma disono: se il tuo Idio è così buono e leale come tu di', bei questo bicchiere pieno di veleno aguto, che noi abiamo fatto recare. E Sidrac istese la mano, e prese il bicchiere, e disse: io beo questo bicchiere pieno di veleno aguto [(154)], al nome del mio Idio che creò lo cielo e la terra. E bevvelo, e incontanente ch'egli l'ebbe bevuto, dimorò più fresco e più chiaro [(155)] che prima; e tutti quegli che lo vidono, di ciò assai si maravigliarono. E lo re ebe di ciò grande allegreza; più perfettamente amò Idio onipotente. E incontanente disciese di cielo un fuoco con folgore [(156)], sopra quelli quattro savi, e abattegli morti incontanente. Quando gli altri videro questo, incominciarono a dire l'uno all'altro: se lo Iddio di questo uomo non fosse buono e leale, egli non sarebbe iscanpato di quello veleno, anzi sarebe incontanente morto, nè costoro non sarebono arsi. Ma perchè furono folli, diceano male del suo Iddio, si ne fece questa maraviglia. E la maggior parte della gente, e spezialmente del popolo minuto, si convertirono a Dio. E lo re diventò più fermamente più credente in Dio. Quando lo diavolo vede che à ricevuto sì grande inganno [(157)] per Sidrac, si cominciò a gridare altamente, per li idoli [(158)], che v'erano ancora, da nove o dieci, che non erano ancora disfatti, e diceano: re Botozo, cattivo, che ài fatto tu? ài creduto i detti e gl'incantamenti di Sidrac, el [(159)] grande incantatore; tu ài lasciato noi, e noi lascieremo te; e le tue [(160)] offerte giammai non riceveremo, e li tuoi beni distrugeremo, e le tue bestie uccideremo, e li tuoi nimici sopra te manderemo; del tuo reame a tua onta ti caccieremo, e gli tuoi figliuoli e gli tuoi parenti perderai, e a grande dolore ti faremo morire. E se tu vorrai iscanpare, sotto i piedi degli tuoi cavagli [(161)] fa incontanente ardere lo incantatore, che t'à tracto [(162)] della nostra buona credenza; e fa ronpere quello vasello; e quell'acqua che v'è dentro falla [(163)] gettare sotto i piedi de' cavagli [(164)], ch'è tutta incantata di grandi incantamenti; e gli tre legni fa ardere, chè Sidrac incantatore della credenza sancta e degna di tuo padre e di tuo avolo e delli tuoi anticessori ti vuole levare; e lo capo a lui fa tagliare. Quando lo re Botozo e la sua gente udirono questo, egli si maravigliarono molto di ciò; e Sidrac, che gli vide essere ismagati [(165)], fu molto adirato, e dissegli: re Botozo, la tua credenza abbi in Dio fermamente, e guarda che lo ingegno [(166)] del diavolo non ti sormonti [(167)]; chè per lo padre del cielo, cioè Idio, io isconfonderò lo diavolo e lo suo podere. Allora prese Sidrac una iscure [(168)], e disse agli demoni che dentro v'erano: io vi caccierò per la potenzia di Dio padre onnipotente. E comincia a dare della scure per l'idoli, e tutti quanti gli ruppe. Quando i diavoli vidono che non vi poteano più dimorare, partironsi, e feciono uno romore sì grande [(169)], che tutta la gente si spaventò. Allora venne uno tuono per la terra, per lo 'ngegno [(170)] del nimico, che parve loro che tutta la terra dovesse profondare; [(171)] e cominciò a balenare e a tonare e a piovere sì forte, che tutta la contrada allagava, e pareva che la terra dovesse allagare [(172)]. Quando lo re e la sua gente videro questo [(173)], forte si maravigliarono [(174)]; e Sidrac disse: messer lo re, non vi isgomentate, chè la forza di Dio del cielo è maggiore che lo 'ngegno del diavolo, e confortatevi che [(175)], se a Dio piace, voi vedrete incontanente la grazia di Dio sopra voi e sopra coloro che in lui crederanno. E incontanente disciese uno angiolo da cielo, con grande luminaria [(176)], e disse: Sidrac, piglia dell'acqua di quello vasello, e gittane a quattro cantoni del padiglione [(177)], al nome della sancta trinità; e piglia l'uno di quegli legni, e picchia [(178)] l'uno sopra l'altro per lo padiglione, al nome di Dio onipotente; e allora si confonderà il diavolo. Allora si partì l'agnolo, e Sydrac [(179)] fece lo suo comandamento; e in quella ora medesima la tenpesta rimase, e incontanente disciese un altro agnolo da cielo, con una ispada di fuoco in mano, e fedì lo diavolo, e confondello, e arse tutte l'idole. Quando gli altri che non erano ancora convertiti vidono questo miracolo di Dio, si convertirono tutti a lui. Lo re ebbe di ciò grande allegreza, e molto ringraziò Iddio e lo suo padre [(180)]. E poi domandò Sidrac quello che significavano gli tre legni [(181)] e lo vasello e l'acqua che v'è dentro, e quella ch'egli gittò ne' quattro canti del padiglione, e gli due legni che tu battesti l'uno contro l'altro. E Sidrac disse: messere, io vel dirò: la significazione di ciò che voi m'avete domandato volentieri vel dirò, colla grazia di Dio: gli tre legni significano la sancta trinità, padre e figliuolo e spirito sancto, tre persone in uno Dio [(182)]. Lo vasello della terra significa lo mondo, lo quale è sostenuto dalla sancta trinità [(183)]. L'acqua che v'è dentro significa lo figliuolo di Dio, che verrà nella Vergine, e prenderà in lei corpo, e serà salvazione del mondo e degli suoi amici, e confusione del diavolo e del suo podere e della sua credenza e degli suoi amici. E quello prezioso corpo, che 'l figliuolo di Dio prenderà nella vergine Maria, morirà nella crocie, e sarà messo in terra, siccome quella acqua fu messa dentro a quello vasello di terra. E per quello crucificamento [(184)] e morte diliberrà Adamo e gli suoi parenti del podere del diavolo. Quella acqua che io gittava ne' quattro canti del padiglione, significa [(185)] che 'l figliuolo di Dio sarà battezzato [(186)] in acqua, e sarà [(187)] novella legge. I quattro cantoni significano quattro buoni uomini, che saranno al tenpo del verace profeta figliuolo di Dio, e saranno de' suoi disciepoli, e scriveranno lo suo detto e lo suo comandamento e li suoi miracoli; e saranno allevati e cresciuti [(188)] per li quattro elementi [(189)] del mondo; e per quelle iscritture confonderà lo diavolo e lo suo podere. I due legni ch'io battei l'uno coll'altro per lo padiglione, significano i santi uomini che saranno disciepoli del figliuolo di Dio verace profeta; e andranno per l'universo mondo, e chiameranno le genti che saranno perdute per la loro miscredenza; e convertirannole [(190)] alla fede del verace profeta figliuolo di Dio, e sì gli salveranno [(191)]. Quando lo re udì questo dire a Sidrac, piacquegli molto, e ebene grande allegreza; sì si affermò più nella credenza di Dio adorare, e credette [(192)] nel suo nome perfettamente. E volle che Sidrac gli dischiarasse di belle quistioni, che avea volontà che dischiarate gli fossono, e non trovava niuno uomo che gli sapesse dire, se non Sidrac. Le quali quistioni furono nel torno di 565. E lo re domandò Sidrac e disse:
[(15)] Abbiamo corretto col C. R. 2. Il C. L. ha: „le quali egli ha promesso di dare loro il paradiso.„