Maggior paura non credo che fosse,
Quando Fetonte abandonò gli freni,
Per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse

❡ Per similitudine della paura di cotale scendere, alcuna favola poetica d’un figliuol del Sole, nominato Fetonte qui ragionando si conta, la quale in cotali modo permane: che alcuna volta scherzando, si come fanciullo tra gli altri fanciulli, il detto Fetonte, detto gli fu che figliuolo, come si tenea del Sole, non era, ond’egli adirato, alla madre sua, nominata Elimine per certificarsi di ciò a domandarlane corse. La quale certificandolone per più pruova di ciò, verso il padre in oriente lo ’ndusse, dicendogli che per similitudine di sè e di lui assai certo sarebbe. Ond’egli nell’oriente giunto, di ciò il padre suo, cioè il Sole, di tal tema domandò. La cui risponsione certamente nel sì si stesse, proferendogli liberamente come a figliuolo ciò che volesse. Per la quale promessa il detto Fetonte, per provarlo, cotal grazia gli chiese, che solamente un dì il suo carro gli lasciasse guidare; di che il Sole molto nell’animo suo fu crucioso. Ma perchè promesso gli avea, la sua domanda gli attenne, ammaestrandolo della via che col carro dovesse tenere, e come di cavalli tegnendo gli freni si reggesse, il quale essendo mosso, e sotto il segno del celestiale scorpione ritrovandosi, di lui tanta paura comprese, che i freni de’ suoi detti cavalli abbandonati dimise, i quali, non sentendosi avere guida, fuori della detta strada trascorrendo si misero. Per cui il cielo, come nella sua galassia si vide, così si ricosse, e simigliantemente ardendo la terra, a pregare l’alto Jove s’indusse, il quale per liberare lei e il cielo, d’una saetta folgore il percosse, per la quale nel maggior fiume d’Italia, cioè nel Po, morto finalmente cadde. La cui allegoria in cotal modo permane, che male al padre e al figliuolo avegna, quando ogni voglia del figliuolo si consenta, e così la temenza del presente testo figurando si conta.

Nè quando Icaro misero le reni
Sentì spennar per la scaldata cera,
Gridando il padre a lui: mala via tieni

❡ Ancora simigliantemente, per assempro della detta temenza, qui d’alcuno altro di Puglia, nominato Icaro, figliuolo di Dedalo a ricordamento si toglie, il quale essendo col padre nell’isola di Creta apposta del buon re Minos e non possendosi partire, essendo dal detto re col detto Dedalo per sua eccellenza d’ingegno costretto, sanza arbitrio di partirsi da lui, cioè dell’isola, così eran tenuti. Il quale disiderando di sè libertade, e non trovando chi per mare il levasse, a sè e al detto Icaro alie di penne con ingegno conpuose, ammaestrandolo, che dietro a lui, nè più alto, nè più basso di lui, volando, tenesse, assegniandogli ragioni, che, se più alto volasse, che la caldezza del sole gli stempererebbe l’impegolata cera delle penne; e se più basso, che l’umido della marina l’aggraverebbe. Ond’ei movendosi per passare il mare, tra Creta e Puglia, ed essendosi in aria volando levati, e sentendosi Icaro in su l’ali leggiero oltre il comandamento del padre in alto si mise, gridandogli il padre che dietro a lui non così alto volando tenesse. Per la qual sopra detta cagione, nella marina finalmente cadde; quinci l’exempro presente procede, la cui allegoria brevemente così si contiene, che finalmente ciascuno figliuolo fuor dell’ammaestramento del padre operando, in suo danno procede.

Comincia il XVIII Capitolo

Logo in inferno detto Malabolge
Tinto[24] di pietra e di color ferrigno
Come la cerchia che d’intorno il volge

SICCOME nel proemio delle presenti chiose e nell’undecimo canto si contiene, l’ottavo infernal grado, nel quale qui a proceder si comincia, in dieci parti, cioè qualitadi ordinate e distinte si divide, siccome per dieci modi la semplice froda, cioè quella che fidanza non rompe operando, si porge, la quale, come detto in questo presente grado figurativamente, così si contiene, che in dieci gran fosse, circustante l’una nell’altra, il suo spazio diviso si piglia, nel cui mezzo il vano del nono grado permanga. Le quali, figurativamente, bolge si chiamano, cioè luoghi per sè determinati sotto una generale qualità, nelle quali, secondo la gravezza del peccato, di lor modi d’una in altra ordinatamente si procede. ¶ Alle quali incominciando in questo canto, prima quella de’ ruffiani si dimostra, nella quale, figurativamente, con contrario andamento d’anime si pone, a dimostrare che due modi contradi la froda e lo ’nganno contra le femmine operata si segnia, cioè per suo propio diletto, o per altrui, per amistà, o per guadagno promesso, e che de’ certi diavoli isforzati sieno a significare i lor disii, da’ quali continovamente nelle operazioni spronati sono, tra quali per simiglianti nelle seguenti chiose d’alquanti si fa menzione.

Io fu’ colui che la Ghisola bella
Condussi a far la voglia del marchese
Come che suoni la sconcia novella

❡ Per l’una qualità della presente colpa, qui d’alcuno cavaliere bolognese, nominato Messer Vinedico di Caccianimisi si ragiona, il quale, per certa quantità di moneta, la serocchia carnale alla voglia del marchese Obizo da Este carnalmente condusse; e per dimostrare che Bologna, più ch’altra terra di tal vizio più sia corrotta, di ciò favellando così si ragiona, prendendo per segno di lei il sito suo tra due fiumi, cioè tra Savena e Reno, e simigliantemente per alcuno suo vocabolo che sipa[25] favellando producano.

Il buon maestro, sanza mia domanda,
Mi disse: guarda quel grande, che viene,
E per dolor non par lagrime spanda