❡ De’ sopradetti due Greci qui per simiglianti così si ragiona, de’ quali l’un fu chiamato Ulisse, l’altro Diomede, figurandogli insieme a modo della sopradetta pira nelle presenti fiamme, a dimostrare la gran compagnia che di cotali operazioni tra loro si ritenne, tra le quali d’alquante ordinatamente qui per ricordanza si danno, incominciandosi a quella dell’agguato del cavallo, col quale Troia da’ Greci finalmente fu tolta. La quale brevemente così si contiene, che essendo grandissimo tempo, per cagione della tolta Elena, l’esercito de’ Greci intorno da Troia dimorato, al principale di loro, cioè a’ re Menelao, per loro cotale consiglio ordinatamente si diede, che falsamente una statua grandissima d’un cavallo fosse fatta, nella quale certa quantità di gente armata si nascondessi, facendo poi celatamente l’esercito partire, e in certo luogo riporre: con la quale alcun rimanesse mostrandosi di non essere partito, e che, lasciandosi pigliare a’ Troiani dovesse loro dire che cotale istatua a sacrificio e a laude di Pallada e di tutti gli Dii, e che così sola fosse lasciata a ciò che gli Troiani la disfacessono. Per la quale essendo guasta, da loro si doveva avere Troia. ¶ Onde così per loro ordinato e fatto, uscendo i Troiani fuori, e disaminando la detta guardia, il quale Sinone avea nome, per non perdere la terra contro alla falsa opinione sacrificandolo nella terra il tirarono. Per la cui grandezza non possendo per la porta essere messo, per loro gran parte del muro della terra, disfacendolo, s’aperse. Per la quale entrata essendosi vinta la terra e corsa da’ traditori ch’eran dentro coll’agguato di Greci che nel cavallo permanea, Enea Troiano con molti altri gran cittadini per campare fuggendo si misero, dietro alla quale partita, secondo che per Virgilio si tratta nel suo Eneidos, in Italia pervennero, d’i cui discendenti finalmente Roma si fece.
Piangevis’entro l’arte per che morta
Deydamia ancor si duol d’Achille
E del Palladio pena vi si porta
❡ Ancor di lor seguaci operazioni qui contra Deidamia così operando seguiro, che essendo l’esercito de’ Greci, com’è detto, a Troia, alcuna volta rivelato fu loro dagli dii che per loro non s’avrebbe vittoria sanza il figliuolo de’ re Peleo nominato Achille. Onde a grandissima cierca i detti Greci per trovarlo si misero, tra’ quali finalmente Ulisse e Diomede ciercandone, l’esser d’alcuno re dell’isola d’Aschiro, nominato Nicomede, sentito, siccome di molti e di diversi paesi avea damigelle per compagnia di sua figliuola Deidamia, immaginandosi che tra loro, siccome fanciulla isconosciutamente Achille esser potesse, il quale dalla madre sua, essendo i’ re Peleo [morto] in forma di fanciulla femina per sua guardia al detto re fu fuggito;[33] ond’egli per femmina ricevendolo, a conpagnia di sua figliuola il lasciava, colla quale crescendo, l’un dell’altro innamorati s’aviddero, usando insieme carnalmente più volte. E pervenne il detto Ulisse e Diomede alla detta isola [e] vogliendo delle dette damigelle fare prova, nobilissimi arredi da donne e da uomini per donargli loro, insieme mischiati, portarono, si come di cinture e di ghirlande, e di borse e di coltella e di spade, immaginandosi che nel prendere de’ doni naturalmente ciò si vedesse. Tra le quali, essendo alla prova, e tuttavia ragionando de’ fatti de’ Greci, e prendendo, con volontà de’ re, delle dette gioie, al suo diletto, ciascuna: per Achille una spada si prese. Per la quale così conosciuto, incontanente da Ulisse e da Diomede amorevolmente fu preso, certificandosi[34] di lui col detto re Nicomede, e significandogli la cagione che convenia che nell’oste de’ Greci tornasse. Del quale, così partendosi, la detta Deidamia grossa, per l’usanza che co lui avea fatta, d’uno figliuolo maschio rimase, il quale nominato fu Pirro. Per lo quale Achille nell’esercito di Troia permanendo, a grandissima vittoria finalmente si venne, e a nobilissimi fatti, secondo che nelle sue storie si conta. Onde per cotale isconsolazione e inganno che Deidamia per Achille da loro ricevette, qui così si ragiona e simigliantemente per la tolta di Pallade, idolo de’ Troiani, cioè Iddio di sapienza, che per loro sagacitadi e malizie si fece, sanza qual tolta la detta terra pei Greci acquistare non si potea, in istatua d’oro nella rocca d’Ilion di Troia permanendo, con fattura d’alquanti cittadini traditori finalmente tra le mani de’ Greci pervenne, per cui diserta e abbassata incontanente fu Troia [in] ogni grandezza, secondo che nelle sue istorie si legge.
Mi diparti’ da Circie, che sottrasse
Me più d’un anno là sopra Gaeta
Prima che sì Enea la nominasse
❡ Perchè della morte d’Ulisse nel mondo mai come di Diomede certezza non s’ebbe però qui di lui di ciò così si risponde, cominciandosi dal suo dipartire da Circe, la quale, secondo le poetiche favole, fu una donna figliuola del Sole, che, dimorando in alcuna montagna di Calavra, sopra una terra nominata Gaeta, co’ suoi beveraggi, bestie gli uomeni faceva diventare; si che tornando alcuna volta il detto Ulisse di Grecia con sua compagnia nella detta montagna pervenne, nella quale molta di sua gente così abbeverata rimase, di che egli essendosi guardato ed essendone istato da lei più volte richiesto, finalmente con alquanti compagni da lei partendosi, così cercando il mare e la terra con loro procedette, come nel presente testo apertamente si conta. Per la quale Circe, figurativamente si comprende, la secura e negligente vita sanza fama permanendo trapassa.
Cinque volte racceso e tante casso
Lo lume era di sotto da la luna
Poi ch’entrati eravam nell’alto passo
❡ Dimostrandosi, figurativamente favoleggiando, la qualità della presente fine d’Ulisse, della quantità del suo trascorso tempo, qui si ragiona dicendosi che cinque volte era acceso e spento il lume di sotto della luna, il quale di sotto della luna s’intende la mezza parte di lei che inverso la spera terrestre continuamente rimira, la quale di necessità tutto il suo corso dall’uno accendere all’altro misurato aopera, per cui cinque mesi lunari già per lo grande Oceano navigati si segue, per lo quale, figurativamente, si considera il suo trascorrere della mente per le mondane operazioni, per le quali a scura altezza finalmente pervenne.
NOTE:
[32] Nel L. la chiusa: tra’ quali ..... si conta è intercalata nel periodo precedente tra caldezza e dell’animo loro.
[33] V. P. Ma a guardo al detto re fugito. Cfr. Iacopo Della Lana, Inf. V. 15.