Escono dal cantiere, a coppie, in branchi,
con le giacche sull'òmero.—Muraglia
vivente forman sulla via che abbaglia
nel sole.—Ira e tristezza li fan bianchi.—
Su ogni moto dei muscoli riflessa
l'impronta sta della materia inerte
dalla potenza de le braccia esperte
plasmata, martellata, sottomessa.
L'uomo con l'opra una sol forza forma
che non si scinde.—Essi lo sanno.—E il rude
edificio lo sa, ch'oggi si chiude
dietro i ribelli, e par che invitto dorma;
ma doman, nella pura alba serena,
spalancherà le porte all'orda muta:
—non può battere il cuor, se si rifiuta
il sangue di fluir per vena e vena.
[pg!267]
[SAMARITANA]
O tu che vivi sola, sul confine
della foresta ove sei nata, e siedi
d'un cedro all'ombra centenaria, i piedi
ignudi e sciolto sulle spalle il crine:
tu che hai negli occhi la corrente azzurra
del fiume che laggiù splende fra gli elci,
e, nascosta fra l'alte umide felci,
sogni, ascoltando il bosco che susurra:
dammi per questa sete che m'uccide
un sorso:—l'acqua del tuo pozzo invoco,
quella che attingi tu, mentre con roco
gemito il secchio discendendo stride.
Tu che ti stendi per dormir sull'erba
aulente di viole e d'innocenza,
e distingui semenza da semenza
e la mandorla sbucci quand'è acerba:
tu che legger non sai ne' libri impuri
che l'uomo scrisse per offender l'uomo,
e rassembri in tua forza ad un indômo
puledro, che di nulla s'impauri:
lascia ch'io prenda la metà dell'aria
che tu respiri, la metà del frutto
che stai mordendo:—nel cammino io tutto
il mio bene ho perduto, o solitaria.
Io l'ho perduto e più non lo ricerco,
troppo imparai quanto quel ben sia vano:
tu che t'ascondi ad ogni sguardo umano,
dammi la sola voluttà che cerco.
Con l'acqua del tuo pozzo una freschezza
versami nella gola, che mi renda
qual letto di ruscello, e diaccia scenda
ad annientarmi in cuore ogni tristezza.
Dammi l'oblìo di me, fammi novella
come in Aprile un cespo di mentastri,
tu, che misteri di foreste e d'astri
sai, ma null'altro sai, dolce sorella.
[pg!273]
[SELCIATO CITTADINO]
Vampe e vampe a me salgono dal lastrico
che sfioro, errando nel tramonto roseo.
L'ultimo fischio echeggia dalle fabbriche,
l'ultima rondin stride intorno agli embrici,
l'ultimo sogno langue sui garofani
dei davanzali, e van le lune elettriche
sbocciando in alto, tra una rete ferrea
di fili.—Oh, sol per me, pe' miei veggenti
sensi, di vampe e vampe arde il selciato.
Io me ne cingo, come d'una fiammea
veste.—Io ben so di quanta vita è saturo
il selciato, in quest'ora del crepuscolo
misterïosa.—Femmine passarono
snelle nei veli, con profili pallidi
annegati fra dense ombre di piume;
e una scìa di profumi e un lungo fremito
di turbamento dietro al passo ambiguo
lasciaron sull'asfalto e sulla pietra.
Rapidi e chiusi in lor superba maschera
gli ammassatori d'oro, i falchi umani
passarono, celando acute granfie
per ogni bene che si compri ed ogni
perversa ebbrezza della vita breve;
e un odor di rapina e un denso filtro
d'energia bevve da' lor passi il suolo.
Con saettare di carrozze e fremere
d'automobili e fughe di bicicli
e tumulti di plebe e canti e fischi
d'artieri in corsa e duellar di sguardi
cozzanti a gara, fluttuò la vita,
vibrò rifulse divampò la vita.
Ed il dolor che sè credea più squallido
d'ogni dolore, ad un quadrivio urtò
l'ambascia che in sè chiude ogni altra ambascia,
ma non la riconobbe; e passò oltre.
Risa d'infanzia, risa di feminee
labbra scarlatte in dolce arco dischiuse,
schiette risa di popolo e sogghigni
di suggellate bocche s'incrociarono
razzando—e fu una rete di scintille.
Un nemico, con balzo agil di tigre,
si scagliò sul nemico; e nella mischia
brutale il sangue invermigliò la strada.
Fanciulle a gruppi vennero, con freschi
fiori al petto, alle trecce—e i rosei petali
caddero, a fascio, sull'orror del sangue.
I commerci e le industrie in forme innumeri
di sagacia, d'audacia e di conquista,
e amor che sogna, e orgoglio cinto d'armi,
e ambizïon che in fervido silenzio
le proprie arrota, e povertà che obliqua
tende la mano oppur s'asconde, tutto
passò, di sè, di sè la terra e l'aria
saturando, le vene delle pietre
gonfiando di viventi umane linfe.
Sacro tramonto!... Ecco, il mistero io pènetro:
ecco, io perdo la mia forma mortale,
io mi dilato in me, sino ad accogliere
l'altrui sostanza, anche la più segreta,
l'altrui miseria, anche la più profonda,
l'altrui pensiero, anche il più vasto.—Il mondo
col suo bene e il suo male è tutto in me:
ed io somiglio al letto d'un torrente
in piena, allor che l'acqua vi precipita
dal monte, ribollendo nelle torbide
schiume, in sua furia rapinando gli alberi,
empiendo l'aria del suo rauco mugghio;
ma le pietre e le sabbie del ghiareto
frantumate e travolte, abbrividiscono
d'ansia e di gioja all'impeto dell'acqua
che le devasta, follemente viva.
[pg!279]
[DAL PROFONDO]
Nostalgia mi cacciò dalla mia nitida
casa, ove i fiori in snelle coppe odorano.
Ed un guarnello d'operaja indosso
mi mise, e al collo un fazzoletto rosso.
E son venuta ove le basse fabbriche
serpi di fumo snodan dai comignoli;
e di cordami e di carbone e d'assi
ingombri son gli spiazzi irti di sassi.
Ecco, e respiro il noto odor di polvere
e di tintura, odo la danza ritmica
dei telaj dietro alle finestre nere,
e canti uguali a bibliche preghiere.
Fratello, che t'affacci sulla soglia
e assomigli nel sajo a un prence barbaro,
dammi una spola che tra bianchi fili
passi e ripassi con guizzi sottili:
e tu, fabbro, che il maglio sull'incudine
batti in cadenza, a domar ferro e bronzo,
e tu, artiere del legno, che la grezza
pianta ti foggi in forme di bellezza:
e voi che in alto, sovra palchi aerei,
con acciajo e cemento enormi gabbie
costruite, ove un giorno i ricchi schiavi
si chiuderan con sapïenti chiavi:
e voi del marmo, e voi del fulvo cuojo
mastri, ch'io viva nel compatto fremito
del vostro sforzo, fra di voi perduta,
o asservitori di materia bruta.
Nè mi chiedete il nome mio: sui ciottoli
della strada mi cadde, ed a raccoglierlo
io non mi volsi: il nome io l'ho nel viso,
e nell'ardor del mio selvaggio riso.
Camminerò con voi, presa nell'impeto
della corrente rapinosa, in gaudio:
canterò per la vostra anima oscura
il ditirambo della forza pura.
E se materia sull'artier si vendica,
canterò che la morte è necessaria:
l'opera all'uomo e l'uomo all'opra sia
come l'anima al corpo.—E così sia.—
Basti alla nostra sete un sorso d'acqua,
ed alla fame un pane, e al sangue un palpito
di giovinezza; e dai possenti amori
balzino razze di dominatori.
E il Sol su noi, dentro di noi, magnifico
dator di grazia, che pei Puri sfolgori:
e se gioja ne investa dal profondo,
piccolo sia pel mio peana il mondo.