Forse ella ha troppo amato:
Ora è stanca e riposa.
Forse ha sofferto molto:
Sul gambo ripiegato
Or china con un tremito
La testa dolorosa.
Forse ella soffre ancora:
La nausea de la vita,
L'ebbrezza de la morte
Nell'agonia de l'ora
Parlan fra i vizzi petal....
Forse ella fu tradita.
Non so che storia ascosa
Mi narri il dì che cade,
Il penetrante balsamo
De la sfiorita rosa,
La stanza solitaria
Che la penombra invade.
L'anima d'un ignoto
Presso la mia respira:
Aleggiare la sento
Come un bacio nel vuoto,
Mister di luce e d'ombra
Che tutta a sè m'attira.
Ed un desìo mi nasce:
Essere morsa al cuore,
Esser baciata in bocca,
Provar gioie ed ambasce,
La follìa del trionfo,
La follìa del dolore.
Batte un rintocco:—è l'Ave.
O triste fior sfogliato
Consunto di dolcezza,
O fior mite e soave,
Senti: non vo' morire
Prima d'avere amato.
[pg!223]
[DEFORME]
Ascoltate, signor.—Da lunge, al porto,
Il mar si lagna con muggente voce.
Mi guardaste?... L'atroce
Ghigno d'un demon mi creava; io sono
D'una furia l'aborto.
Coll'immortal malinconia del mare
Il mio si fonde irrimediabil duolo.
Piangetemi, son solo:
Non ho moglie, non figli, non amici,
Freddo è il mio focolare.
E un giorno anch'io, capite, anch'io cercai
Un astro folgorante alla mia sera:
Cercai la donna.... Ell'era
Una vagante e splendida boema;
La raccolsi e l'amai.
Quella donna mentiva, io lo sapea;
Ma quando sul suo bianco, statuario
Petto di marmo pario
Io reclinava il deformato volto,
Il mio cor si struggea!...
Ell'era noncurante ed io geloso,
Ferocemente, ineluttabilmente,
Del suo crin rilucente,
De la sua bocca e del suo sen velato,
Del suo riso festoso!...
M'abbandonò.—Cercò il piacer, l'aurora,
Il maggio e la beltà!... Non l'ho seguita.
Ma verso la svanita
Sua forma io vile, sfigurato e irriso
Tendo le braccia ancora!...
Oh, s'io potessi smantellar le porte
Di questa vita maledetta e lenta!
Ma il nulla mi spaventa:
La debole e vigliacca anima teme
L'al di là della morte.
.... Come de le schiumanti onde il fragore
Commove l'aura e fa tremar la riva!...
Non s'ode anima viva;
Questa notte assomiglia al mio destino.—
.... Addio dunque, signore.
[pg!229]
[VOCE DI TENEBRA]
A Raffaello Barbiera.
Solitudin di gelo.—La tenèbra
Qui nel bosco m'ha côlta.
Infoscansi le nubi, ed io com'ebra
Sto, ma non temo.—O fredda aura sconvolta,
Aura fredda del vespro in agonia,
Parla all'anima mia!
.... Ed essa parla. Parla con le arcane
Voci de la boscaglia,
Rumoreggianti per la selva immane
Come ululìo di spiriti in battaglia:
E mi dice: «Che fai su l'ardua piaggia,
O zingara selvaggia?
Cerchi forse la pace?... O il glacïale
Rude schiaffo dei venti?
Nulla qui, nulla a soggiogarti vale?
Che temi tu, se al buio ti cimenti?
Di che razza sei tu, se non t'adombra
Il velame dell'ombra?
Nata alle aurore fiammeggianti e ai voli
Dell'aquila fuggente,
Nata a le vampe dei bollenti soli
Sovra gli aurei deserti d'Oriente,
Fra ciniche bestemmie e stanche fedi
Un ideal tu chiedi!
Ma t'annoda pei polsi una catena,
Ti circonda la bruma,
E la vita ti rode e t'avvelena
L'inutile desir che ti consuma.
Fatalità su la tua testa grava,
E sei ribelle e schiava.
Pur tu combatterai, gagliarda figlia
Di lutto e di disdetta:
Senza freno irrompente e senza briglia
La tua strofe sarà grido e saetta.
Andrai fra gl'irti scogli del dolore
Inneggiando all'amore;
Andrai coi piè nel fango e l'occhio altero
Nella luce rapito,
Le magnifiche larve del pensiero
Cercando per le vie dell'infinito:
Da una possa virile andrai sospinta,
Più grande ancor se vinta.»
*
Così mi parla la tenèbra—ascolta
L'anima mia pensosa.
Son pianti e lampi ne la notte folta,
Tetri misteri ne la selva ombrosa:
Ma il respiro d'un Dio forte e sereno
Sento aleggiarmi in seno.
[pg!235]
[MARCHIO IN FRONTE]
Una zingara snella in vesti rosse
Mi toccò in fronte con un dito, e rise.
Un tremito mi scosse.
Ella disse: «Tu porti un marchio in fronte,
Inciso in forma di bizzarra croce.
Tu porti un marchio in fronte.
Degli anni tuoi nel fortunoso giro
Sempre l'avrai con te—poi che l'impresse
Il morso d'un vampiro.
Ei della vita tua la miglior parte
Avido succhia, e il fuoco di tue vene;
E quel vampiro è l'Arte.
Nelle tue veglie solitarie, oh, quante,
Quante volte esso venne al tuo guanciale,
Famelico e guatante!...
Tu d'Apollo nascesti al vieto regno;
Ma in questo secol bottegaio e tristo
È un delitto l'ingegno.
Su, denuda nel verso prepotente
Le vive piaghe del tuo cor; sul viso
Ti riderà la gente.
Ricca di gioventù sana e dorata.
Libra un inno d'amore; e ti diranno
Fantastica e spostata.
Critici e sofi con insulti vani
T'inseguiran come lupi la preda
Per mangiarsela a brani;
Ma cancellar quel marchio invan vorrai,
Favilla di pensier più il non si spegne,
Più mai, più mai, più mai....»
*
Disse. E, proterva ne la rossa vesta,
Ritta dinanzi a me, parve il destino.
.... Ed io curvai la testa.