— Il notaio Neri t'ha cercato ierisera e stamattina per una cosa di grande premura. Poco fa ha mandato questa lettera.
E la porgeva. Tranquillissima!
Amaldi per prendere la lettera del notaio e aprirla lasciò nella tasca quell'altra, che già stringeva per gettarla in faccia all'adultera. E lesse; e intanto che leggeva, Rina, nel vederlo affoscare sempre più, dubitò di una nuova disgrazia e: — Che c'è, Corrado? Una nuova disgrazia? — chiese con dolcezza.
Corrado non rispose respingendola: — Via, malafemmina! — Rispose: — Nulla! —; e si diresse all'altra camera.
— Vuoi desinare subito? — Rina domandò [pg!148] ancora con dolcezza —. Sarai stanco; avrai fame.
Senza volere, assentì, del capo.
Poi, nella camera di là.... Era una cosa incredibile! Una cosa turpe, laida, lurida; una schifezza orrenda! Da ridere. Che vigliacco era stato quell'uomo saggio!
Diceva la lettera del notaio:
".... Il testamento del compianto commendatore Demetrio Lecci, aperto a richiesta del di lui nipote, lega lire cinquantamila a favore della S. V...."
— Ed io — disse a sè stesso Corrado Amaldi sobbalzando con l'impeto del martire che riconfermi la sua fede di fronte allo scherno osceno e tirannico —, io rifiuto il legato, io rifiuto il prezzo della mia vergogna! Rifiuto!