— Sì! E questi non me li becchi! Questi sono in una cassaforte, mio caro, che non si tocca senza tremare. Questi li ha in custodia un carabiniere che ferma le mani e le gambe anche di chi è stato in America! Próvati; cadrai fulminato! —
Non c'era da ribattere. L'Americano sembrava [pg!31] allontanarsi intimidito da un sacro spavento. E dileguava.
Don Fiorenzo oramai si sentiva libero e tranquillo; guardò nella realtà.
Gli olmi terrei e squallidi sfilavano con le vecchie braccia aperte, quasi a reggere un peso grande, e reggevano due o tre esili rami. Tra gli alberi, in un punto, l'acqua del rio specchiava, dentro una luce opaca, la sponda di contro: scolorita; brulla. Ma sollevandosi e ondeggiando, la nebbia scopriva a poco a poco tutta la costa e svelava il verde vivo del grano. E anche l'aria si mosse. Lì dinanzi le foglioline dell'erba tremarono, piegarono, brillarono inargentate nel riflettere il sole che or sì or no le colpivano a pieno. Le galline beccavano nel fosso, tra le foglie morte, e di tanto in tanto, mentre si parlavano a grassa voce, ergevano il collo e la testa, per ascoltare e occhieggiare. Una balzò fuori. Bene incappottata di piume, cercò luogo da far covino al sole, e, sbattute le ali, si beò della polvere che le fumava dintorno. Garrivano i passeri; si chiamavano i ragazzi lontano. E una figura di donna sorse improvvisa alla riva, nera e lieve quale un'ombra; si colorì nella gonna, nel fazzoletto che le copriva quasi tutto il volto; e súbito disparve, per ricomparire e disparir poco dopo.
[pg!32] — L'Assunta che raccoglie la mia e la sua cena — pensò don Fiorenzo. Povera vecchia! Quanto le doveva! Da anni lei e il figlio Andrea condividevano la sua povertà; nè essa si lamentava: si lamentava Andrea, mal rimunerato del triplice ufficio di campanaro, becchino e vignaiuolo, ma essa lo quetava dicendogli: — Quando il curato ne avrà, ce ne darà, anche a noi. È un santo.
Ora il curato ne aveva.... Dargliene?
— Faremo un buon desinaretto il primo dell'anno — pensò don Fiorenzo con agevole trapasso. — Una bella mangiatina, fra tre giorni.
E sorrise, indulgente a sè stesso, alla sua debolezza. In verità, per resistere alla gola aveva patito più che per ogni altra tentazione e contrizione; forse perchè aveva patito tanto da ragazzo! E riebbe il senso doloroso e strano d'allorchè, coi libri sotto il braccio e le mani nelle tasche vuote, si fermava in città, davanti alle vetrine dei pasticcieri e alle botteghe dei fruttaioli. In uno stupore avido assaporava con gli occhi, con l'anima le ignote dolcezze; e quelle delizie inafferrabili gli mettevano nel sangue e nei nervi come una esasperazione e quasi uno spasimo; da piangere. Più tardi aveva costrette in sè voglie ben più sostanziali ma non minori. Oh un cappone arrosto! [pg!33] E i capponi bisognava venderli. Oh i cappelletti in brodo! E il riso era la minestra dei dì solenni. Oh una torta vanigliata! E grazie se gliene toccava, rare volte, alle feste d'altre parrocchie!
I colleghi non scorgevano che fatica egli durava a contenersi nei loro pranzi e a ingoiar acquolina. Piuttosto essi lo accusavano di poca sollecitudine, di poco zelo nel suo ministero.
A torto? del tutto? No? Forse no. Perchè..., perchè egli non era stato abbastanza sincero nel confortare gli infelici sentendosi più infelice di loro; non era stato abbastanza ardente e puro nei riti essendo angustiato sempre dagli affari e dai debiti, quando non erano i terrori delle cambiali in scadenza, delle citazioni e dei sequestri.