Alla parte occidentale, era un confine di siepi, tigli e platani: a mezzodì la catena di monti in linea uguale, netta, tagliava il cielo; simile a un limite remoto ma preciso. E da questo limite, d'un cupo verde, alle ore meridiane sormontavano nel cielo cristallino nuvoli di bambagia lucente al sole, che cadevano all'ombra delle montagne occidue con pallore improvviso. Più spesso, sorgevano vapori bianchi, quasi segnali d'una terra ignota e invisibile. Sopra, nello spazio di cielo, passeri traversavano, pari a frecce, e le rondini esercitavano obliqui voli e volteggiamenti.
Là dentro, nel giardino, ricevevo adesso impressioni di cui non credevo più capace il mio spirito; mi beavo nell'amore della campagna. Vedevo che riflessi metallici il sole traeva dalle foglie lisce delle magnolie e dei lauri; come penetrava radioso tra il folto degli abeti; che toni gialli suscitava dalle acacie e dai tigli; che denso e lieto verde gli opponevano le tuje; di che sovrano fulgore investiva i fiori e allagava il prato. Poi, di quelle piante conoscevo tutte le attitudini e le movenze: dai molli abbandoni nell'aria mite, alle agitazioni penose nella furia del vento. Anche avvertivo effluvi di profumi semplici e commisti, alcuni dei quali da me non avvertiti mai. Certo, in quella famiglia di piante ed erbe conoscevo pur dei rami che intisichivano, e steli che pativano, e fiori che perdevano petali; ma tali indizi di infermità e di morte sparivano dal mio sguardo confusi in un vasto e complesso aspetto di giovinezza, di vita intensa, feconda, continua, gioiosa: fiori e verde, luce e calore, giovinezza e amore!
Il sole! il sole! Finalmente nell'eterno splendore che avvolgeva tutte le cose io rivedevo l'energia della vita universale e nella vita universa tornavo a sentire me vivo. Al cielo, che bianco intorno al divino lume diventava con insensibile gradazione del più puro cobalto e del più puro indaco, tendeva da tutta la terra un'anima sola, letificata: e in quella letizia comunicavano con voci udibili e con voci inaudite le anime di quanti corpi volavano per l'aria; le anime di quanti corpi correvano e indugiavano su la terra, o serpevano tra l'erba, o si ricercavano sotto terra; le anime di tutti i fiori e le anime d'ogni natura vegetativa; le anime delle acque fluenti, dei fuochi e dei vapori latenti; le anime in tutte le forme ancora ignote ad occhio umano, e l'anima mia. E per l'addietro io avevo infranto in me il vincolo di tale comunione! Per essere felice, m'ero staccato dalla universale vitalità; al lume del sole avevo creduto poter opporre il lume del mio pensiero, e vivere! Pazzo!
Ora io mi gettavo su l'erba col gaudio di un bambino che ritorni tra le braccia della madre. Navigavo con lo sguardo per il cielo fin dove lo sguardo poteva resistere, e ascoltavo ogni più debole suono, e addentrandomi con lo spirito nelle sensazioni molteplici, smarrivo felice la continuità del mio pensiero. Oh non pensare! non pensare mai più! e vivere!
Nè pensavo ai filosofi che predicarono il benefizio del tornare all'amore della terra e della campagna: sentivo in me una virtù superiore alle loro concezioni.
E non pensavo al piacere di chi va per i campi in traccia della sua scienza di cause e di effetti, nè alla consolazione del poeta solitario il quale chiama cielo e terra a testimone del suo amore.
Perchè io sapevo di una vita più viva, di una consolazione più pura, di una gioia più umana e naturale insieme: quella della fanciulla che viveva meco là fuori, nel giardino, con finezza sensitiva, con anima ignara, con intelligenza serena. Per Ortensia tutto viveva; a lei tutto parlava, senza sua riflessione, spontaneamente. Strapparla via di là, a un tratto e per sempre, sarebbe stato come recidere un fiore.
Ella ne recideva, dei fiori, per adornarsene; ma alcune volte l'udii dire: — peccato! —; e altre volte notai che dalla pianta non staccava il fiore più bello.
XIV.
Chi mi richiamava a cose più gravi?