M'aspettava, allo studio dell'ingegner Salghi, ritto in piedi tra la finestra e l'ampia tavola da disegno, fumando un sigaro virginia, con l'aria di chi s'adatta a stento a ricevere un importuno o un inferiore.

Non aveva pronunziata che una parola: «avanti!», quando io, di fronte a lui, fermo, fissandolo, dissi senza preamboli:

— Moser è scappato...

Alla notizia, mi accorsi che egli non rimase padrone di sè quale voleva parere, e lo sforzo che sosteneva per sembrar tranquillo fu manifesto a un istantaneo abbassar dello sguardo.

Pensò senza dubbio che se Moser era fuggito, Ortensia, non avendo più da temere denuncia o processo per il padre, gli sfuggiva.

Io gli chiesi:

— La notizia vi meraviglia?

Allora i suoi tocchi bianchi tornarono su di me; con la sinistra s'affilò l'uno dei baffi e disse a mezza voce, affettando incuranza.

— Peggio per lui se è scappato!

— No! peggio per voi! — Mi sentivo superiore io poichè la sua voce era stata malferma; e volevo tagliar corto. — Peggio per voi!