— Ne godo, da amico! Non dubitavo neppur io, in fondo.... Mi pareva impossibile che quel bravo ingegnere!... Solo, lei comprende, era legittimo, umano il timore che io, così impreparato al servizio, piccolo servizio impostomi dall'amicizia, io, dico, potessi rimettere del mio decoro....: l'onore.... l'onore avant tout!
— Via! — feci, non concedendogli per buone quelle scuse —: da un uomo di cuore quale è lei, un uomo d'onore e in disgrazia quale è Moser deve sperare qualche cosa di più che parole!...
Con lo specchietto a mezz'aria Fulgosi non dissimulò di sentir il rimprovero e disse sinceramente e umilmente:
— Giacchè lei m'assicura...., dica tutto quello che posso fare e lo farò volontieri.
Così dicendo pareva un altro uomo; diveniva simpatico.
— Ad avvertire Moser che non corre alcun pericolo e che deve ritornare, penso io. Lei e Guido pensino a Eugenia. Anzi: perchè non lei solo, subito?
— Io? Ma certo! Vuol telegrafare? Corro subito! — esclamò l'ometto scattando in piedi. — Ho la carrozza!
— A telegrafare penso io. Lei.... va a Valdigorgo! Meglio di ogni altro lei può tranquillare la povera Eugenia, e Ortensia. La visita di un amico cordiale in questi casi è un gran benefizio. Lei dirà che mi ha visto tranquillo e contento; che io stesso l'ho pregato di recar lassù la buona novella: gli affari del nostro amico sono accomodati.
— Ci vado! — Riposto al suo luogo l'astuccio dello specchietto e del pettinino, Fulgosi portò la mano al cuore quasi per un giuramento o per un voto. — Ci vado davvero! Coute que coute.
Tosto però l'entusiasmo sembrò cadergli nella dimanda: