O di giorno o di sera, erano ore di felicità.

Ivi, alla Ca' Rossa, avanzando l'estate, mi ristoravo in quella frescura spirituale che v'infondeva la novella quiete.

Ortensia m'appariva più bella nella veste umile, con il lungo grembiule attinente alla persona ardita e disinvolta; e la gola, che sorgeva bianca dal corpetto un po' scollato, e la nuca scoperta sotto l'onda dei capelli copiosi strettamente raccolti, davan cenno di forme che la salute rifiorendo renderebbe in breve tempo perfette. Più era lieta se colta in faccende di massaia o di giardiniera. Perchè già il lazzeruolo proteggeva una corona di molti vasi in cui era solo da temere l'eccesso dell'acqua che Mino v'impartiva; ed erano questioni con la sorella, che pareva averli inventati lei i garofani e i gelsomini e l'arte di coltivarli!

Dall'altro lato della casa schiamazzavano galline in un piccolo recinto, e Ortensia sperava ricavar tante ova da farne spedizione fin a Milano; ma un cocodè poco naturale rivelava spesso che Mino a ber le ova cantava con la stessa gioia che le galline a farle. Ah quel Mino! A sentir lui non gli piacevan solo le ova fresche; gli piaceva anche l'astronomia. Nell'infinito riscintillamento di una sera senza luna accennai ad Ortensia massaia che anche in cielo passeggiava una chiocciola con un drappello di pulcini; e Mino cominciò a pretendere gli dicessi i nomi di tutte le stelle: tutte!

Infatti, oltre che la Stella Polare gli insegnai a riconoscere la smeraldina Vega e il rubicondo Antares, Arturo e il Delfino, e, benchè pianeti, Marte e Giove.

Disgraziatamente gli esami di Mino pretendevano ben altro!; e durante il giorno egli faceva altro che studiar grammatica, aritmetica e storia: martellava, inchiodava, impiastricciava dei più vivi colori certi fogli che avrebbero sbigottito fin un pittore impressionista. Incarcerato nella sua camera, vi declamava per cinque minuti i verbi irregolari o la costituzione di Servio Tullio; poi governava una tribù di formiche restìe ai suoi ordini. Redarguito, rispondeva piangendo d'aver appreso a scuola che chi studia troppo, muore; e poichè il troppo è relativo all'indole e al giudizio delle persone, asseriva in coscienza che studiare due ore al giorno era per lui uno sforzo; e gliene doleva sinceramente perchè avrebbe voluto diventar ingegnere navale o ufficiale d'artiglieria.

Di conseguenza, a luglio fu bocciato agli esami in tutte le materie (in astronomia non l'interrogarono). Dopo di che gli pesò addosso la minaccia di essere messo in collegio se non riparasse in autunno.

Perciò avrebbe studiato in luglio e in agosto più di due ore al giorno, a costo di morire, se per distrarsi dalla pesante minaccia del collegio non avesse anche studiato la marcia reale al suono di un'ocarina di terracotta, e se non avesse dovuto perfezionarsi al tiro al bersaglio per divenire un bravo ufficiale d'artiglieria.

Mio buon Mino!

X.