XI.

Colui il quale invece di Guido accompagnò Marcella a trovare i suoi era, manco a dirlo, il cavalier Fulgosi. Ma per che complesse vicende famigliari la gelosa signora Fulgosi se n'era andata in licenza a Varezze con il tenente Piero suo figliolo, lasciando o relegando il marito a Valdigorgo? Forse la sua fosca gelosia s'era spenta al brillare delle spalline figliali? O la gloria delle figliali imprese l'inteneriva come l'avevano inasprita un tempo quelle del marito, e lui, il cavaliere, godeva di una relativa e nuova libertà? O con quali finezze diplomatiche giustificava egli le sue scappate da Valdigorgo a Milano e meritava il permesso d'accompagnar Marcella a Bologna?

Non so e non m'importa rispondere; so che il cavaliere m'accolse alla Ca' Rossa con tutti gli antichi segni di deferenza e ammirazione. Mi avvertì subito che la scienza aspettava ansiosamente il profitto dei miei studi sulla malaria, o la pellagra, o il tifo, o il socialismo, o qualche altra malattia fisica o morale o sociale per cui mi fossi umiliato a medico condotto a Molinella.

Io intanto ammiravo lui. Con risoluzione eroica egli aveva raso dal mento e dalle ganasce la stopposa barbetta, conservando solo, per un più adeguato uso della tintura, gli esili baffi; e i capelli lasciati crescere dove ce n'erano e appiccicati a ricoprire, con economia, la lacuna nel bel mezzo del cranio, gli facevan da parrucca. Rideva ora a bocca un po' più stretta per attenuare la novità di qualche dente. E anche l'abito bigio, attillato, e il gilet bianco e il ventaglietto, che gli risparmiava troppe assidue contemplazioni di sè medesimo nello specchio del pettinino, gli conferivano un'aria di baldanza tra giovanile ed estiva.

Marcella, la florida Marcella, trovò opportunità a narrarmi che partendo da Milano il cavaliere s'era messo in mente d'apparire, agli occhi dei viaggiatori ignari, quale suo marito e padre del bimbo. In vagone egli aveva discorso in modo da evitare l'uso del lei, e fino a un certo punto c'era riuscito. Ma quando Marcella aveva udito uno dei compagni di viaggio susurrare a un altro: — Che moglie giovane ha quel vecchietto! — aveva essa rotto l'incanto dicendo, per una dimanda qualsiasi: — Scusi, cavaliere....

Egli però si era consolato ad ogni stazione con l'esporre dallo sportello il bambinone, che accarezzava paternamente senza timore di passare per nonno.

A dir vero la timida Marcella, che rideva così di gusto, si era fatta ardimentosa! Ne diede prova anche più vivace mentre io e Ortensia ci rubavamo il suo Bebe. Ortensia pareva divorarlo a baci fragorosi, ed io glielo rapii.

Tivovi! Tivovi!

— Vuoi più bene a Sivori o alla zia? — gli chiese la madre.

Risposi io ch'egli voleva più bene a Tivovi, perchè lo baciava meno forte e non gli faceva male e lo faceva trottare su di un ginocchio.