— Eh?!
A quell'eh?! paterno ma feroce io e Ortensia ci scambiammo un'occhiata che diceva «ci siamo», e invano Ortensia cercò di trattenere il fratello chiamandolo a nome; anzi fu peggio.
— In collegio non ci vado più! — il ragazzo rispose, risoluto, a suo padre.
Questi con uno sguardo più feroce che mai gli imponeva di chiarire il perchè di così nuova oltracotanza; e la spiegazione precipitò mentre Marcella abbassava gli occhi sul piatto.
— Chi ci resta con te e la mamma se Ortensia sposa Sivori?
Che cosa accadde alla rivelazione? Non è difficile immaginarlo. Io feci una risata sciocca; Ortensia, rossa rossa, gridò: — Ma Mino! —; Mino gridò: — È stata Marcella! —; Marcella gridò: — Non è vero! — in modo da confermare l'accusa; Eugenia sorrideva guardandomi e il cavaliere era già in piedi col bicchiere in mano e un toast sulla punta della lingua, aspettando che Claudio deponesse la forchetta. Perchè Claudio faceva paura, in parola d'onore: i suoi occhi partendo da Mino avevano scrutato foscamente ogni volto intorno alla tavola e a scorgere gli indizi di una complicità universale egli era rimasto con la bocca aperta, non per ricevere il boccone che la forchetta tratteneva a mezz'aria, ma per lasciar passare un'esclamazione tremenda che non voleva uscire. Per fortuna dovè pensare che era impossibile infilzarci tutti quanti se prima non liberava la forchetta d'ogni impedimento, e ingoiò il boccone; e il boccone respinse in gola l'esclamazione tremenda; sicchè, dopo, Claudio non seppe più che dire.
Disse:
— M'avete preso, tutti quanti, per un imbecille?
Nessuno rispose; o meglio, per timore del proverbio «chi tace conferma» credemmo meglio ridere tutti in una volta.
— Dunque è vero? — urlò egli con l'arma rivolta verso il principale colpevole, che ero io e tacevo.