Non bastava a mia scusa; e la buona donna cercò togliermi ogni traccia di rimorso:
— La colpa, del resto, fu più mia che vostra. Io, io avrei dovuto accorgermene.... Ma è un destino che in certe cose io sia come Claudio: non abbiamo occhi per vederle al momento opportuno. E forse....; io lo credo, Carlo: credo che voi e lei siate stati provati così duramente per essere più felici adesso.
Era una felicità troppo grande?
Eugenia sembrò leggermi negli occhi la dimanda e non potè non dire di Roveni e della Melvi:
— Ora quei due.... se ne vanno lontani; non abbiamo più nulla da temere.
Marcella udì queste parole. E poichè io mi accompagnavo a lei, nel prato, per ringraziarla del suo tiro birbone, anche lei prevenne quel che volevo dirle, e scampando in altro discorso, disse sommessamente:
— È strano! Un'impressione, di ieri....; e me ne son ricordata solo poco fa. Quando a Bologna, fummo scesi dal treno, e cercavamo l'uscita, mi parve di veder uno che rassomigliasse a Roveni in una carrozza di coda.... Un'impressione, vi ripeto. Non poteva esser lui. Ma è strano che non ci abbia più pensato affatto.
Io.... Ah io l'avevo ancora la spina nel cuore!
— Che hai? — mi chiedeva Ortensia.
— Finalmente! — risposi soltanto all'anima mia.