Dopo uno stato di infelicità morbosa, con l'amore, l'errore, il rimorso, il sacrificio io ero riuscito a concepire altrimenti la vita e credevo essere divenuto degno della felicità. Valendomi sin della fosca tragedia del risaiuolo io avevo elevato la mente a considerare la felicità della vita!

Ma che dico di me? Ortensia, Ortensia che io e la sventura traemmo a così lungo soffrire, Ortensia che da tanti turbamenti e affanni fu risollevata, per la energia del suo spirito a quella fede nella vita ch'ella solo aveva potuto ridarmi, Ortensia io credevo meritasse di essere felice!

Ebbene: io domando se il caso, solo il caso, o la malvagità di un uomo, solo la malvagità di un uomo, potè arrestarci al punto di toccare la meta; o se fu piuttosto il destino non mio, non d'Ortensia, ma il destino che pesa su tutta l'umanità. Io domando se quando ero caduto in così squallida miseria di pensiero e di cuore e quando la vita pareva anche a me inutile miseria, io non ero più nel vero allora che dopo, quando con vigoroso animo e intensa vitalità percepivo tutte le gioie dell'esistenza e con sguardo inebbriato d'avvenire vedevo come fosse mio l'universo. O — io mi domando — fui travolto dalla fatalità per una colpa di cui mi sfugge La conoscenza?... O la colpa che meritò tanto castigo fu il mio pessimismo non abbastanza punito, la mia antica disperazione e tristezza?

Ma chi mi risponde? Io sono qua solo, in faccia al Destino; e mi par d'esser solo a interrogarlo con l'animo sopraffatto da tutta l'infelicità umana....

XVII.

.... Ogni giorno all'approssimare dell'ora che suo padre soleva tornare a casa, Ortensia gli andava incontro per la viottola fra l'orto e la vigna.

Mino restava nella sua camera perchè Claudio, rincasando, lo trovasse a studiare; e studiava infatti, povero ragazzo, per i prossimi esami.

Ma a quando a quando, egli svagava l'occhio dalla finestra, socchiusa per non essere visto, e invidiava la sorella che andava incontro al padre per la viottola, al tramonto.

Così il 29 settembre. Mino è alla finestra e Ortensia è a mezza via. Come al solito, quando sarà al pioppo sradicato, laggiù, ella siederà ad attendere il babbo e torneranno insieme....

Quand'ecco dalla vigna sbuca, d'improvviso, un uomo; s'imbatte quasi in Ortensia. Non è l'ortolano. È un operaio.... o un povero? Ortensia si è fermata un istante e si rivolge: fa alcuni passi tornando indietro.... L'uomo resta immobile, con un braccio teso quasi per trattenerla. Ortensia si ferma; si rivolge di nuovo. Parlano; si comprende dai gesti d'Ortensia ch'essa lo sgrida. Che cosa dirà? Dirà: — Andate a lavorare, vagabondo!